Giotto e i Messicani

Non c’è cosa peggiore di chi in difficoltà e non si vuole fare aiutare, specialmente se ormai non ha alcuna speranza di salvarsi.

Quante volte avete offerto la vostra disponibilità consoni del fatto che sareste potuti essere di aiuto per qualcosa che sapevate fare bene e di cui ce n’era necessità?

Penso che ognuno di noi ha una sua storia, una sua competenza specifica, eppure al difuori della mercificazione del nostro lavoro, quando questo è oggetto di interesse pubblico, o meglio quando questo va fatto per la collettività, sono in pochi a trovare la modestia e la disponibilità di mettersi a disposizione anche se il più delle volte ciò non comporta alcun guadagno.

Bene anche questo tipo di disponibilità o aiuto viene spesso scambiato per ambizione e ci può stare se non fosse che una seria ambizione ha la sua età. Non si può essere per sempre ambiziosi poiché c’è una fase della vita in cui si studia, una fase della vita in cui si fa gavetta mettendo in pratica le nozioni, emulando la gente più preparata con la quale si entra in contatto, c’è la fase di realizzazione e di raccolta dei frutti e poi c’è la maturata saggezza, nella quale non abbiamo nulla da dimostrare se non metterci a disposizione, se non fosse che la politica non permette ciò senza che questa disponibilità anche quando si diventa premi Nobel, non sia etichettata e schierata.

Avete visto uomini soli e liberi giungere ai vertici di qualcosa in questa amata realtà.

Pertanto anche se rispondete ad un annuncio di tipo Kennediano e vi chiedete “cosa potete fare per il vostro paese” inevitabilmente vi verrà chiesto: “A cu appartieni?”

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Mi sono chiesto questa notte: dov’è l’Idaho?

Carissimi,

questa notte nel tentativo di prendere sonno pensavo: “Ma lo stato dell’IDAHO, dove cavolo sta e soprattutto con chi confina?”

Lo so, prima che me lo chiediate voi me lo chiedo io: “Ma che ca*** di problemi hai?”

A voi sembra una cosa da poco, ma a me piace sempre “stare sul pezzo” e in momenti come questi dove se disperatamente pressate il tasto di un cambia canale e vi trovate davanti ad un notiziario o si parla di emergenza Covid con tutte le paure che comporta o si parla dell’altra paura (ovviamente per chi non lo supporta/sopporta) e cioè, la possibilità che “ciuffettino biondo” possa essere riconfermato per un secondo mandato (cosa scontata per gli ultimi presidenti, ma ormai numericamente impossibile quest’anno).

I pensieri ormai sono solo geografici poiché questo periodo straordinario sta sembrando una alfabetizzazione elementare su cose basilari e semplici, quali lavarsi le mani (e qui la D’Urso ha aiutato tanto l’Italia), conoscere la geografia, gli stati e le regioni per riuscire a comprendere il DPCM, cosa che ormai insieme alla parola “ordinanza” e sulla bocca di tutti, come le esternazioni colorate sull’albero genealogico del presidente del consiglio.

Paradossalmente se all’uomo di strada chiedi, cosa ha fatto il Palermo, oggi potresti sentirti rispondere “non lo so”, ma se chiedi cosa è un DPCM all’operatore ecologico della tua zona ti sentiresti rispondere: “Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (D.P.C.M.). Trattasi di una fonte normativa secondaria in forma di atto amministrativo, adottato per mettere in pratica cose previste in norme precedenti, o per varare regolamenti attuativi.”

Ti verrebbe di rispondergli: “estiquatsi!”

Ricevendo di contro una risposta; “e ci credo, dopo che è otto mesi che in TV ma fannu a turruni”.

Il significato è chiaro senza necessità di traduzione, ma il tutto evidenzia una partecipazione popolare consapevole, frutto di un indottrinamento forzato e pertanto io che ho speso venti anni a scrivere su domande del tipo “che cosa è l’uomo”, sono giunto alla considerazione di dovermi chiedere ancor prima di “cosa debba fare l’uomo”, la domanda delle domande “che cosa debba sapere l’uomo?

Per il momento è necessario che tutti sappiano cosa sia un “virologo” e cosa significhi “curva di contagio” a prescindere se sarà il Prof. Galli a presentare il prossimo Sanremo, ma fin quando questi numeri rimangono ballerini è interessante occuparsi della politica estera, della politica americana perché qui dalle nostre parti parlare di politica è tanto appassionante quanto parlare dell’estinzione della Capra Ibex.

Scopriamo tutti, ma non per curiosità, ma perché tutte le TV non parlano d’altro, il meraviglioso esempio di democrazia che è l’America (U.S.A.) e questo dentro i propri confini, poiché quando esporta questa democrazia all’estero con droni e bombe intelligenti, bisogna non solo limitarsi a conoscere la geografia politica, ma bensì conoscere anche la geografica economica (quella parte camurrusa e antipatica studiate ai tempi della scuole), scoprendo che questa democrazia si esporta generalmente non dove c’è fame, migrazioni e guerre per il cibo, ma dove ci sono ricchezze nel sottosuolo, ci sarà un motivo?

Pertanto tornando al bell’esempio di democrazia statunitense dove per giungere ad eleggere un presidente per un quadriennio, c’accumincianu un anno prima e finiscono quattro mesi dopo, non ci si può non affascinare su vicende personali di un uomo che potrebbe dichiarare guerra e portare morte nelle parti più sperdute del mondo, se ciò coincide con il desiderio di portare la democrazia, ma rischiare di contro di esser costretto alle dimissioni se scoperto sotto la scrivania della stanza ovale a fare sesso con una stagista.

Mi direte, ma queste cose in Italia, “in Paliermu” come vengono vissute? Non votate anche voi?

La situazione è più complicata, in America si vota per posta, di presenza, si fanno primarie, qui si fa tutto lo stesso, ma per finta, poiché lì si sceglie l’uomo più potente del mondo che rappresenta regolarmente due modi di vedere la gestione dello stato, quello dell’elefantino rosso repubblicano e quello dell’asinello blu democratico che altro non sono che due stili di vita diversi e spesso ci si rifà ai padri fondatori.

Qui a prescindere che chi si candida non rappresenta uno storico modo di pensare o un particolare modo d’intendere la gestione della cosa pubblica (intesa come bene collettivo), chi lo fa o cerca soltanto di risolvere la propria vita o lo fa con un progetto di accaparramento di tutto ciò che è pubblico con i propri uomini, lasciando il problema irrisolto alla fine del mandato e dando la colpa a chi lo ha preceduto e il tutto motivato da un manifesto nel quale ci si erge a paladino per la difesa o la memoria di disgrazie accadute negli anni remoti e dei quali non si è neanche stati testimoni.

Quindi capirete la differenza di passione che può mettere un elettore nello scendere da casa sapendo che il suo voto sarà determinante per orientare la politica di una nazione e di conseguenza del mondo e un elettore locale che esprimerà una preferenza per dare una parvenza di democrazia al momento elettorale e per consolidare di fatto un auto referenziato gattopardesco gruppo di gestione di “un circolo privato”.

Un abbraccio, Epruno

 

P.S. Lo stato dell’IDAHO, confina a nord con il Canada, ad est con il Montana e il Wyoming, a sud con Nevada e Utah e a nord con Oregon e lo stato di Washington ed esprime 12 grandi elettori. Anche questa è cultura in tempi di segregazione compartimentata anti-covid.

E se gli Alieni fossero già tra di Noi?

Colpito come molti dalle serie televisive di fantascienza, mi sono sempre appassionato a quelle vicende in cui gli alieni sono nascosti tra gli esseri umani, mimetizzandosi e copiandone le sembianze e il più delle volte queste storie non sono a lieto fine, ma mi consolo con la rassegnazione che ciò non può esistere nella realtà e come diceva una persona a me molto cara concludo il ragionamento con l’affermazione: “fatti veri non successi”.

In questo ventesimo compleanno di scrittura, anno dei festeggiamenti aperto lo scorso 25 ottobre, mi sono cimentato a fare una raccolta di quanto da me scritto per tenerlo custodito in ordine, tranquilli, una promessa e una promessa e io ho una parola sola e se volete ve lo dico in aramaico, “io non scriverò mai un libro nelle vesti di Epruno”.

Comunque tornando a quanto prima detto, risistemando pezzi e file ho scoperto che io di questi alieni ho parlato tanto in questi anni, non volendomi accorgere di averne fatto cenno mentre parlavo dell’essere umano del mio mondo quotidiano e non vi nascondo che ho avuto un po’ paura nel prenderne consapevolezza, poiché questi alieni non sono altro che una nostra mutazione genetica, ben mimetizzata, una sorta di copia dell’essere umano perfetto (irriconoscibile se non lo si vedesse all’opera) alla quale manca qualcosa.

Vi annuncio quindi che l’essere del domani, la nostra evoluzione, l’umanità vincente rispetto a noi avrà dei pezzi interiori in meno, degli organi in meno, ma riuscirà a vivere lo stesso.

Ne abbiamo fatto di straminie al nostro corpo esternamente, tatuandolo, inserendo piercing, rovinandoci i capelli, rifacendoci con protesi parti del nostro corpo, ma questo è un peccato veniale rispetto a ciò che ci aspetterà e siccome non riesco a mantenere un segreto con voi, sto fremendo per raccontarvi quanto ho scoperto.

Costoro, nascono senza fegato e campano, voi mi chiederete: “e come è possibile?

Eppure anche ai giorni d’oggi con quanta gente che il fegato, non lo hanno mai avuto, avete incontrato?

Vi dirò di più, ho conosciuto gente che oltre a non avere il fegato per fare il proprio dovere, addirittura non avevo neanche l’organo genitale maschile, piatti, come i bambolotti di plastica e sono certo che li avrete conosciuto anche voi, questi “alieni sulla terra”, coloro che come si suole dire “vorrebbero fare sesso utilizzando l’organo genitale di qualcun altro”, coloro che si lamentano sempre utilizzando i verbi riflessivi del tipo: “si dovrebbe fare qualcosa, è il momento che ciò finisca!

Bravo, tieni qua il bastone e vai a fare la rivoluzione, non fomentare altri stando sempre dietro le quinte di chi va in prima linea affrontando il problema.

Ma ci sono altri che nascono senza cervello e campano, si ma “che ve lo dico a fare” quanti ne incontrate di questi balordi al giorno d’oggi, come quelli che continuano a non rispettare le regole mettendo in pericolo se stessi ma molto di più gli altri, come quando passano con il semaforo rosso, o come quando ancor peggio continuano a disattendere tutte le disposizioni per il rispetto della salute collettiva.

Ma la categoria di “alieni” più brutta è rappresentata da coloro che nascono senza cuore, addirittura non con il cuore a destra, ma senza questo organo che in casi eccezionali dovrebbe sopperire non dico la mancanza, ma alla presenza di cervelli, seppur sottosviluppati e invece, costoro non tengono alcun cuore e li sgamiamo da cose semplici non per una presenza di cinismo in loro.

Vivendo a contatto con il prossimo riescono a sviluppare un ego tale, frutto probabilmente di chi sa quali altre carenze, accentrando a sé la visione del proprio mondo e ferendo ed uccidendo il prossimo per la supremazia della specie, con i propri comportamenti, a volte ergendosi a giudice, a volte con le parole, non sapendo quanto sia importante il cuore ancor più delle corde vocali, quante volte sarebbe opportuno tacere?

Eppure in un mondo come quello nostro frastornato che ha carenze di “amore” per il prossimo, di solidarietà, di protezione dei buoni sentimenti, non riuscire a percepire ciò rende costoro “alieni” anche se essi sono “in tutto e per tutto esseri umani”. È una evoluzione della specie, vi dicevo, c’è chi alla mattina svegliandosi e specchiandosi si ritrova scarafaggio e c’è chi pronto al futuro scopre di diventare giorno dopo giorno un alieno in questa società. Un abbraccio Epruno.

Real Teatro Santa Cecilia, il reading: “Leggendo Epruno 10 – L’Amicizia”

Sarà il Real Teatro Santa Cecilia di Palermo ad ospitare oggi, a partire dalle ore 18.00, il reading letterario “Leggendo Epruno 10 – L’amicizia”.
Lo spettacolo giunto alla sua decima edizione si caratterizza come racconto corale a più voci, legate insieme da un unico narratore che fa da filo conduttore. Ogni anno gli scritti hanno trattato un tema diverso, quest’anno le letture saranno tutte basate sul tema dell’amicizia. Un’antologia di brani redatti dall’ideatore dell’evento Renzo Botindari che da oltre 20 anni ha raccolto e scritto pensieri sui temi più disparati. Personaggio principale delle storie è Epruno, un carattere ed un nome inventato per caso dopo un episodio capitato allo stesso Renzo.

“Epruno nasce circa 20 anni fa e diviene incontro settimanale di una comunità web dove ogni venerdì inviavo i miei scritti e le cose divertenti trovate online, poi il format negli anni passa anche attraverso la carta stampata e la radio per rimanere incontro annuale a teatro. Questi eventi riescono a mettere insieme gente di estrazione diversa, che si ritrova piacevolmente per ascoltare e riflettere sui temi che ci riguardano da vicino nella vita quotidiana”.
Lo spettacolo composto da undici quadri legati narrativamente pone allo spettatore delle domande sull’esistenza dello stesso concetto di amicizia che può variare a seconda dei contesti, delle situazioni di subordinazione, del sesso, della giustizia, del tradimento, della mancanza e della perdita.

“Epruno nasce circa 20 anni fa e diviene incontro settimanale di una comunità web dove ogni venerdì inviavo i miei scritti e le cose divertenti trovate online, poi il format negli anni passa anche attraverso la carta stampata e la radio per rimanere incontro annuale a teatro. Questi eventi riescono a mettere insieme gente di estrazione diversa, che si ritrova piacevolmente per ascoltare e riflettere sui temi che ci riguardano da vicino nella vita quotidiana”.
Lo spettacolo composto da undici quadri legati narrativamente pone allo spettatore delle domande sull’esistenza dello stesso concetto di amicizia che può variare a seconda dei contesti, delle situazioni di subordinazione, del sesso, della giustizia, del tradimento, della mancanza e della perdita.

Alessandra Costanza

(https://emmereports.it/2020/10/25/real-teatro-santa-cecilia-il-reading-leggendo-epruno-10-lamicizia/)

“Ma Perché non Farsi le Giuste Domande?”

Io ho un grosso vantaggio, io sono un utente come voi e gioco dove gli altri lavorano e questo era anche il grande dispiacere e fastidio della sindrome del ginecologo, ben nota.

Io vedo la tv come voi, leggo i giornali come voi e quindi in questo momento di cosa volete che vi parli?

Non c’è stata alcuna speranza in tutti i miei amici redattori di portarmi a parlare di politica, anzi quando mi hanno “costretto” a rivelare l’identità dello pseudonimo ci sono rimasti pure male, poiché si aspettavano che io potessi parlare male di questo o di quello.

Le “5 W” sono da sempre l’ispirazione del buon giornalista, ma io non sono giornalista, non sono neanche la Doris Day di “10 in Amore” e non sono neanche il nefando “Clark Gable direttore del giornale travestito da allievo giornalista”, io venendo colpito sulla strada di Damasco o meglio venendo miracolato nel mio percorso giornaliero con il mio scooterone nelle “Real trazzere di Palermo”, mi prendo di ispirazione e scrivo.

Si io scrivo e in un appuntamento come quello mio del venerdì sul web, non posso scrivere di cronaca, semmai posso fare una critica ironica su cose che nella settimana mi colpiscono.

Scrivo e non posso parlare di politica, in primis perché ho studiato e so cosa significava politica nel mondo ellenico e questa che chiamiamo politica non ci assomiglia minimamente e quindi non posso parlare di qualcosa che non è.

Di contro, come vedete spesso, ho un approccio alle domande nello stile filosofico, perché ho studiato filosofia ma non sono un filosofo e poi se esser filosofi vi porta ad esser sempre incazzati come a Cacciari perdonatemi, ciò non mi appartiene.

La satira politica benché Crozza la usi ancora per me è morta già ai tempi di Noschese ed è stata dissepolta per poi “vrudicarla arrieri” con il “Bagaglino” e Oreste Lionello. Questa satira colpisce coloro che indenni dalle notizie della cronaca politica rimangono incastrati nel format politico satirico, per cui se un illustre sconosciuto che fa politica non lo conoscevi attraverso i telegiornali te lo ritrovi servito nel dopo cena.

Ciò mi lascia qualche perplessità, come tutti i programmi politicamente schierati che vorrebbero fare satira squilibrata. No, non mi piace fare satira dovendo sfottere servilmente “non personaggi” per farli diventare personaggi. Non mi piace parlare di cose serie in modo spropositato facendole diventare notizie e commenti e magari nascondendomi dietro uno pseudonimo.

Potrei parlarvi di sport, ma purtroppo non sono all’altezza. In gioventù mi sono dilettato quando c’era ancora qualcosa da descrivere, ero grande estimatore di Beppe Viola o Gianni Brera e mi sarebbe tanto piaciuto inventarmi nomignoli come “l’abatino” o dire come Ferretti “c’è un uomo solo in fuga nella nebbia e la sua maglia è bianco celeste”, frase che mi commuove ancora al solo ripeterla, per la sua profonda poesia, in una frase questi grandi giornalisti raccontavano tutta una storia e la mia immaginazione volava.

Io, se non sto attento e mi distraggo un attimo nella mia strada rischio di cadere come il ciclista colombiano al Giro d’Italia.

Lo stesso dicasi su chi fa vignette blasfeme facendo secondo me il doppio errore di parlare di qualcosa che non si rispetta e non si condivide e di conseguenza offendere tutti coloro che in ciò credono.

Dico, con tanti argomenti proprio di ciò devi parlare? Difenderò la tua libertà di espressione ma non puoi non mettere nel conto come direbbe Epruno: “e poi dici ca unu s’incazza!

Ma è di patto che mi devo cercare gli argomenti per essere notato, neanche se fossi sindaco di una città metropolitana.

Dire: “perché non parli come tutti di Coronavirus?

Diceva il compianto professore di matematica alle medie: “e che mi chiedi, io u panillaru fazzu!?”

Aveva ragione, poiché io faccio un mestiere che ai giorni d’oggi è bistrattato e ambirebbe ad avere il successo del panellaro, poi di contro non sono neanche laureato in “tuttologia” così come esimi esponenti della TV e rischierei di dire cose più banali di quelle che dicono loro. Però ….

A me c’è una cosa che in questi mesi di reclusione e di tabelle “m’acchiacca” e mi chiedo dall’inizio:

Ma comu cazzu ci vinni di nvintarisi in laboratorio una mostruosità del genere” se è vera questa ipotesi, perché credo poco a chi la vuole buttare da tergo al “pipistrello untore di altre specie animali”  …. in primis perché vi sfiderei a trovare con facilità orifizio del pipistrello e poi provate voi a stare sotto sopra tutto “stu tiempu”.

Un abbraccio Epruno.

Cosa è “Leggendo Epruno” (L.E.)?

Il giorno dopo a 24 ore di distanza, ritrovate le prime forze dopo una lunga preparazione provo a dire cosa penso.

Leggendo Epruno è pur sempre un “prezioso messaggio” che come ogni cassetta di “Mission Impossible”, se si accetta la “missione”, si autodistrugge dopo 5 secondi dall’averla ascoltata.

E’ un “buon ristorante a conduzione familiare” dove si mangia bene e si paga poco, dove io il primo, da gestore mangio ed invito non solo le persone vicine, le persone che conosco, ma anche quelle che reputo possano apprezzare quello che prepariamo.

L.E. rappresenta una sorpresa per chi si lascia convincere ed spesso ancora qualcosa da spiegare (anche a chi lo fa da anni) che ne percepisce “la magia” e non rinuncerebbe mai ad esserne parte.

L.E. è qualche cosa che ha aperto una “finestra temporale”, “una breccia” nella sensibilità di qualcuno e prima che questa si chiudesse ha depositato un seme, un punto di vista, una provocazione, prima che costoro scappassero via o ne prendessero le distanze per tutto ciò che sta nella natura umana dei rapporti.

L.E. è un oggetto di bella fattura, poggiato su un tavolino all’aperto del quale tu ti aspetti che la gente si accorga naturalmente e per il quale non vorresti richiamare l’attenzione, ma ricadi sempre per troppo amore a volerlo reclamizzare, quando tu vorresti dire: “prendilo, te lo consiglio è fatto bene e merita di finire in buone mani” ma più di ciò non puoi dire perchè non sei un venditore e non c’è nulla da vendere.

L.E. e come l’uso di un satellite televisivo del quale ne hai la disponibilità per un paio d’ore l’anno a giudicare da quanto costa e allora quando ti arriva il segnale, dovrai dare il meglio di te stesso.

Ecco L.E. è qualcosa fatto apposta per durare sul momento, una magica atmosfera creata con professionalità disponibili e amore, tanto amore, poi quando arriva la musica di Vasco, ci sia stato prima anche il mitico Beethoven è finito, è finito tutto.

Qualcuno imbucatosi si ritroverà rilasciato in un posto diverso da quello dal quale è salito e probabilmente senza aver preso consapevolezza di niente e soprattutto senza aver lasciato nulla ai suoi compagni di viaggio.

L.E. è una lente che ti permette di vedere con una luce differente, un dettaglio maggiore, chi hai accanto, di valutarlo meglio, è un bugiardo “serio cazzeggio”, poichè quel poco distribuito che ha riempito gli altri ha svuotato te poichè “nulla si crea e nulla si distrugge“, ma ne è valsa la pena e quando dimenticherete alla fine il vostro biglietto sul tavolo, ne sarà la riprova, ma tranquilli ……

li ho raccolti tutti io perchè è energia pura che se in questa occasione non è riuscita a toccarti (magari perchè i messaggi del tuo telefonino per te erano più importanti di quelli che si alternavano in scena), saranno utili e potranno toccare altri se è necessario e se sarà possibile, poichè nessuno è indispensabile nei progetti altrui.

Ho sopravvalutato qualcuno, ho sottovalutato altri, forse, ma tutti sono stati strutturali al raggiungimento del risultato finale del quale ne ha giovato chiunque.

Siamo tutti utili se lo vogliamo e ricordiamolo, solo se lo vogliamo.

Leggendo Epruno non è uno spettacolo e i partecipanti non sono un pubblico e non è neanche una elezione per cui in entrambe i casi non mi importa nulla di una captatio benevolenza, non ho paura di perdere elettori dicendo ciò che penso, è un racconto non necessario attorno ad un focolare, ecco perchè ho azzardato a parlare di Amicizia ma dal mio punto di osservazione particolare, vi ho visti attenti e ho notato che almeno un brano differente aveva toccato la vostra partecipazione attenta.

Pertanto tranquilli, lo dico a chi prova invidia della magia che riusciamo a creare, tranquilli lo dico a chi prova fastidio nel vederci divertire ed avere seguito, dove loro lavorano, anzi quando costoro vorranno venire a divertirsi con noi saranno bene accetti, tranquilli noi duriamo il tempo di “quattro parole” e poi l’indomani torniamo ai ns lavori che ci danno da vivere.

E’ stato bellissimo stare insieme.

Ora penso sia chiaro perchè il messaggio si “autodistruggera tra 5 secondi”.

Grazie a chi ha accettato di farlo.

Grazie a chi ha permesso di farlo.

Grazie a chi ha voluto partecipare,

Grazie a chi ha accettato di partecipare.

Grazie a chi non ha trovato modo di partecipare perchè ancora non ha valutato una priorità il partecipare.

Ma soprattutto grazie a chi non ha partecipato perchè mi ha arricchito ulteriormente sul concetto di aspettative che ho sul mio prossimo.

Alla prossima, qualunque essa sia, qualunque situazione preveda la mia presenza.

Un abbraccio, Epruno

“Vistutu Comu i Cristiani”

Se vogliamo vivere in mezzo alla gente dobbiamo condividere certi basilari comportamenti, ricordo mia Madre quando cercavo di fare lo stravagante nel vestire (parliamo di piccolissimi peccati veniali) mi fermava davanti la porta e con quei consigli lapidari che solo le madri sapevano dare, mi inchiodava alle mie responsabilità e non vi nascondo che il dialetto condiva di maggiore efficacia il messaggio meglio di qualunque pubblicitario dei giorni d’oggi:

Unni stai iennu?” (interrogativo che chiedeva “dove stai andando”).

Va vestiti comu i cristiani!” (Qui non c’era più l’interrogativo del dubbio ma si passava direttamente all’imperativo che accompagnava una così detta “disposizione di servizio” che imponeva di “andarsi a vestire in modo cristiano”, inteso come modo convenuto).

Mia madre con quel “cristiano” non ne faceva un fatto di religione, poiché per Lei la religione era solo una e non ci potevano essere competitor sulla piazza, come oggi accade con maggiore informazione.

Ma il momento più efficace era quando chiedeva: “A genti, chi n’avi a pinsari?” (La gente che ne deve pensare). Immaginate un adolescente che aveva mille complessi di suo, per il fatto di essere secchissimo (non ci credereste ma ero secchissimo), di essere prematuramente orfano, che era costretto ad uscire e guardare gli sguardi incrociati casualmente della gente e costantemente credere che quella gente stesse pensando a me, avesse il pensiero su come mi fossi vestito, su cosa facessi, cosa pensassi e se aggiungiamo l’aggravante che parlando l’amico quello ti dicesse: “mia nonna mi dice che siamo degli scanazzati a stare costantemente per strada a giocare, invece di stare a casa e finiti i compiti, stare a guardare la televisione”.

C’era di rimanere di sasso principalmente ad avere tutti quegli occhi della gente di sopra, quell’esser giudicato “scanazzato” termine ancora scognito per me, l’esser paragonato ad odierni ragazzi delle serie televisive modello Gomorra con le loro piazze di spaccio i loro omicidi, le loro rapine ……. Ed io “mischinu di mia” (povero me) ero impudentemente uscito con un paio blue-jeans e stavo andando all’appuntamento con gli amici davanti la chiesa, dove saremmo rimasti seduti a chiacchierare di pallone, di film, di ciò che era accaduto a scuola.

Ma anche in quella naturale attività stavo a guardare gli occhi della gente che passava e nella mente si alimentava il cruccio, chi sa che cosa sta pensando me, giovane “scanazzato” che è pure seduto nei gradini della chiesa e non sta a casa a vedere la televisione come tutti i bravi ragazzi ed è pure vestito con i jeans.

Per non parlare delle giovanili simpatie per le ragazzine che con i genitori la domenica andavano in chiesa (loro si vestite come i cristiani) ed immaginare già di toglier mano a qualunque corteggiamento per non ingenerare storie dolorose alla Romeo e Giulietta, tra una giovane ragazza di buona famiglia “vistuta comu i cristiani” e un giovane certamente senza futuro, “scanazzato” e vestito con i jeans e che non guardava la TV dei ragazzi (moderno Che Guevara rivoluzionario dei costumi e contro la comunicazione di massa):

La mia cara Mamma aveva ragione, partendo dal principiò di “poveru si, ma sfardatu picchì” (questa i miei amici nordici dovranno andare a cercarla) figlio di un ceto medio dignitoso che doveva puntare anche sulla cura della propria immagine in un momento social e in una età nella quale emergevano la “forbice sociale”.

Aveva ragione Lei tranne per un particolare non di poco conto, alla gente non gliene stava fottendo nulla di me di come vestivo, presa come era dei veri problemi della vita, delle insoddisfazioni, dei tradimenti, della perdita del lavoro, di una figlia che gli dava problemi e non soltanto per il modo di vestire, ognuno nella sua mente macinava pensieri, come li macino io e il loro sguardo era perso dando la sensazione di essere assente.

Io sono cresciuto e mi sono realizzato, mi sono preso le mie soddisfazioni nella vita, sia professionali che in altri campi, ho indossato la giacca e la cravatta nel ruolo, ma non nascondo che quando mi svesto del ruolo continuo come quando avevo 15 anni, a vestire non come i “cristiani”, con i miei amati jeans.

Un abbraccio Epruno.

“La Capanna dello Zio Covid”

Carissimi,

Immaginate per un attimo di esservi assopiti su una bella poltrona reclinabile, nell’istante di quel breve ed iniziale sonno profondo, sintomo di estraneazione dal mondo che ci circonda, momento di massima serenità.

Immaginate a quel punto di ricevere una solenne “boffa” (schiaffo) a palmo aperto in faccia, di quelle che vi lasciano il così detto “sesto di i cincu irita” (la forma delle cinque dita) e di sobbalzare tutto d’un tratto e chiedersi: “ma che è successo, chi è stato?

Ecco, non saprei descrivere in modo migliore l’ingresso nella nostra vita del Covid-19.

Ciò che da li ad ora è avvenuto, ormai è storia, siamo rimasti agli arresti domiciliari nelle nostre case per qualche mese.

Qualcuno ha scoperto di avere una casa, altri di avere una famiglia, altri di avere un vicino di casa, altri di avere nell’animo l’organizzazione di flash mob (i primi giorni) e di cantare nei balconi, altri ancora di avere la vocazione degli atleti e di dover giornalmente fare attività sportiva all’aperto, altri hanno rimpianto di non avere un cane da portare a fare i bisogni all’aperto.

Abbiamo scoperto lo smart-working, il lavoro a distanza e in questa occasione c’è stato anche chi virtualmente, ha scoperto il lavoro. Ci sono stati vertici che hanno scoperto la responsabilità verso i propri dipendenti.

Ammettiamolo, ci siamo scoperti un “popolo” irrequieto, ma sufficientemente disciplinato attraverso la “paura”.

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“Le Priorità dello Zio Aspano”

Carissimi
Lo zio Gaspare, “Aspano”, ma per tutti noi “Rino”, sapeva di certo quale fossero le priorità nella vita.
Fratello di mia nonna lo zio Rino era visto come il più piccolo di una nidiata di figli, come si usava all’epoca in cui determinate donne passavano tutto il periodo della fertilità incinte, per poi terminare il resto della loro vita vestite a nero per i lutti che o vuoi o non vuoi in famiglie così grandi necessariamente dovevano presentarsi con rigorosa cadenza.
Lui non aveva tanti vizi, soltanto tre, “le donne, altrui”, “il gioco delle carte” ed il “calcio” per il quale era in grado di fare pazzie che per gli altri due vizi non avrebbe mai fatto.
Erano i primi anni del dopoguerra e si ripartiva tutti con le pezze al culo e zio Rino non poteva non darsi da fare in mille modi per sbarcare il lunario e perché no, godersi e sperperare quel poco di benessere che suo padre lo zio Gaetano aveva messo da parte, da buon commerciante e difeso durante la guerra.
Non era una bellezza, ma sapeva rendersi affascinante con il suo borsalino, le scarpe sempre lucide, i baffetti alla Errol Flynn e i vestiti di buona fattura. Un giovane così, seppur non troppo alto, era corteggiatissimo da tutte le ragazze di buona famiglia in cerca di marito, soprattutto dai loro genitori che malgrado la fama che lo precedesse speravano sempre in un suo ravvedimento, ma a matula, perché zio Rino aveva le sue priorità, fin quando non fu costretto a sposare la zia Annina (tutti parlarono di amore a prima vista, altri sussurrarono di fracchiate a prima vista, poiché lo zio Nenè papà della zia Annina era un omone che faceva impressione a guardarlo tanto era … “tanto”! Così dopo aver atteso un paio di anni dal fidanzamento della figlia, da buon futuro suocero penso lui a tutto, chiesa, sacerdote, sala di trattenimento e viaggio di nozze, poi convocò lo zio Rino in falegnameria (era questa l’azienda dello zio Nene) e gli fece un discorso semplice, essenziale e convincente: “caro Rino, io ti voglio bene come un figlio e a questa età avrei piacere di poter giocare ogni tanto con dei nipotini. Voglio però ancora più bene a mia figlia Annina e in futuro non vorrei vederla soffrire. Pertanto tu sai che io lavoro il legno e se tu dovessi ancora illudere la mia bambina, io prima ti rumpu i ligna e cu i stessi ligni, ci fazzu a cassa”.

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“Sulle Rive del Don”

Carissimi

Il signor Antonio, non era un mafioso, non era neanche una persona affiliata a famiglie malavitose, non era un prete eppure tutti lo chiamavano “Don”,  gli davano del “Don” e per me che lo guardavo dal basso verso l’alto, visto la mia piccola età, era un gigante, seppur un po’ sghimbescio e non perché era stato fatto male, ma perché la sua postura era rimasta compromessa nel periodo in cui con una valigia di cartone andò a cercare fortuna in Belgio come tanti suoi compaesani, lui era molto orgoglioso di quella esperienza che gli aveva permesso, malgrado il pesante infortunio di guadagnarsi una bella pensione anticipata e tornare qui nella sua terra a ricoprire un ruolo di prestigio e di grande responsabilità, ma non manuale e poi diciamolo benché il paese di nascita avesse dato i natali a gente che avrebbe fatto la storia della prima parte del secolo scorso per aver rappresentato il contropotere, lui, Don Antonio, quella divisa la indossava con grande personalità e specialmente quel cappello con su scritto “Portiere”.

Antonio, il sig. Antonio, per tutti “Don Antonio” era il portinaio del mio stabile e comandava lui, lo si capiva quando le poche volte che nel pomeriggio non veniva sorpreso nel sonno dietro la “guardiola del potere”, restava dritto, beh quasi dritto, vista la sua offesa fisica, in divisa davanti al portone come quei cani da guardia che ti mettevano terrore solo a guardarli, figuriamoci ad avvicinarti.

Lui aveva il potere “di vita e di morte” sul marciapiede davanti la portineria, su quella che era la sua “riva”, tanto che ero più che mai convinto che quel tratto di battuto di cemento fosse dotato di uno statuto speciale e che neanche il Presidente della Repubblica avrebbe potuto intimare nulla a Don Antonio nell’esercizio delle sue funzioni.

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