“Teoremi, Postulati e Dogmi”

Qualche volta facendo zapping in tv mi è capitato da imbattermi in incontri di wrestling, la mia attenzione è durata pochissimo il tempo necessario per rendermi conto di cosa stesse andando in scena su quel ring, una “americanata folle”, una violenza gratuità che fa il paio con il pubblico che mi ha rammentato tanto quello che riempiva i circhi romani dove i gladiatori lottavano.

A noi persone con una modesta intelligenza occorre poco tempo per capire che siamo davanti ad una messa in scena tra atleti attori stuntman quanto meno per la quantità di botte che si danno e che manderebbero in convalescenza chiunque.

Ecco, non capendone niente di politica, come vado orgogliosamente dicendo da tempo, ho compreso che la politica mediatica alla quale siamo abituati da qualche tempo altro non è che una gigantesca messa in scena tra professionisti della materia che se ne dicono di tutti i colori (per fortuna non su danno botte, ma non sempre) e che alla fine a riflettori spenti e dietro le quinte finiscono per essere tutti amici nell’unico intento di ottenere un seggio-poltrona e difendersi questo “prezioso lavoro” per il tempo di un mandato e anche oltre.

Mi sono convinto di ciò a seguito di certe discussioni in aula che sembrerebbero dalle preparazioni mediatiche delle “Sfide all’O.K Coral” che alla fine si concludono con un buffetto e un invito a non farlo più (ogni riferimento a fatti e dibattiti su sfiducie è puramente casuale).

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“È arrivato Zampanò!”

Per noi che siamo cresciuti in bianco e nero prima di conoscere il colore, per noi che abbiamo imparato fin da piccoli a distinguere il contrasto tra il bianco e il nero pur apprezzando le sfumature di grigio e viviamo oggi un certo disagio nel percepire una realtà multicolore e sentirci obbligati a “vedere” le cose escludendo dallo spettro visivo una moltitudine di colori.

Paradossalmente quello che era il nitido bianco e nero finisce oggi per esser forzatamente sostituito da “il rosso e il nero” che certamente non è quello di Stendhal.

Siamo cresciuti per strada, perché alle mie latitudini insulari mediterranee il clima permetteva di poter vivere la strada per la quasi totalità dei mesi dell’anno, il tempo era mediamente tiepido e le giornate di pioggia pochissime e quindi la strada da sempre è stata il naturale sfogo e la cosiddetta estensione delle nostre abitazioni.

Addirittura nelle borgate le modeste case avevano le porte finestre con le loro persiane sempre aperte sul marciapiede, solo le tendine nascondevano con pudore l’unico ambiente soggiorno-letto-cucina dalla vista dei passanti, e la strada era costantemente occupato dalle sedie, ancor prima che si inventassero i dehors, dove costantemente le persone anziane passavano il tempo a fare i lavori a maglia o pulire le verdure. Questo eravamo noi, questo siamo noi nella nostra tradizione, la strada era vita e le strette carreggiate favorivano questa creazione di un ambiente comune anche quando il transito e il posteggio delle macchine fini per invaderne la quiete. Ma quale privacy?

Io sono cresciuto per strada, ho giocato sui marciapiedi, ho sognato il mondo futuro attraverso la condivisione di questi spazi, ho giocato a pallone per strada perché di certo non sapevo che cosa fosse un campo in erba.

La strada era la vita, il posto dove i venditori ambulanti ti portavano il mondo a casa, dove i “fottipopolo” con i loro megafoni ti narravano le meraviglie di nuovi prodotti, la strada dei tanti Zampanò.

Ho iniziato in tempi remoti con i miei amici d’infanzia a disegnare con gli scarti di gesso della bottega del gessaio la strada, sia per crearne improbabili campi di calcio su cui giocare con il mitico Super Santos o “piste dove spingere i nostri tappi con lo zicchettone” versione invernale delle piste sulle spiagge dove spingere le palline con dentro le foto dei ciclisti. Quei marciapiedi tenuti con vero decoro urbano, costantemente riparati in quel rito mistico del battuto di cemento e il successivo disegno dei regolari quadroni con la data dell’intervento apposta e la tentazione di inserire il nostro nome nel cemento fresco, erano sedi di partite di “acchiana u patri cu tutti i so figghi” o addirittura della “cavallina”, giochi a costo zero.

Le strade erano lisce e periodicamente veniva rifatto l’asfalto con la posa del tappetino d’usura e poco importa se queste erano fatte dal Comune direttamente o da privati per conto del comune, poiché quello che in quell’età era uno stadio di calcio o un centro polifunzionale nel mio immaginario collettivo era principalmente un servizio pubblico, una viabilità, una zona di transito.

Non posso a colori non constatare che da qualche anno si è dichiarato guerra alla strada e si è trasformato il concetto di base della sua fruizione, nell’attesa di perenni promesse di un razionale ridisegno urbanistico, attraverso mega progetti di servizi per il territorio che rimangono nei proclami dei vari “Zampanò che sulla strada si sono fermati periodicamente per raccogliere attenzione. Vedo soltanto un accanimento terapeutico sulla strada divenuta centro di raccolta di tributi attraverso le “zone blu”, le “Ztl ma per farne cosa?

Manutenzioni sulle stesse carreggiate? Una delle offese maggiori al manto stradale ormai inesistente in questi anni è stato rappresentato dagli scavi nastriformi per i servizi a rete e le fibre, un continuo zig zag di dossi, di canali, di buche, di tombini sprofondati senza che nessuno chiamasse alla propria responsabilità gli esecutori per l’assenza di un coordinamento tra questi scavi e soprattutto la regola d’arte nel loro ripristino. Ci sono dei regolamenti? Non ci sono? Necessita predisporre questi regolamenti?

Adesso perdonatemi se non mi sono fatto coinvolgere in “visioni” di ciò che sarà o dibattiti su ciò che si sta facendo attraverso le linee dei tram e il disegno (simile alle nostre piste per i tappi in gioventù) di artistiche piste ciclabili su marciapiedi o carreggiate stradali ridotte, io sto a discutere su ciò che già c’era ed abbiamo perso, sul diritto del cittadino di non farsi male mettendosi per strada, di non appesantire i conti pubblici nel pagare le molteplici cause per infortuni sulla strada.

E’ lesa maestà da cittadino pretendere ormai dal prossimo “Zampanò” di iniziare dal rispettare il cittadino utente e dal riparare ciò che già esiste? C’è dubbio che il mio internet rischierà di andare meno veloce, con questa o le compagnie telefoniche concorrenti, ma vuoi mettere che grande sollievo nell’evitare di sminchiarmi cadendo con la moto a causa di un dei tanti “canali stradali” o evitare dolorose storte alle caviglie o mettere a repentaglio “qualche femore” passeggiando sui marciapiedi?

Un abbraccio, Epruno

Non è mai troppo tardi!

il 14 settembre dovrebbero ricominciare le scuole, post Covid-19. Dico dovrebbero perché ancora ci sono tante difficoltà e in più occorrerebbe tanta prudenza, ma state certi che avendolo dichiarato ai quattro venti i governanti faranno la “minchiata” di riaprirle comunque, anche se ciò dovesse causare conseguenze. Il mondo della scuola è cambiato molto e in peggio, ma non per chi si impegna ogni giorno lavorandoci ma per chi dall’alto propone riforme su riforme e la destabilizza facendo perdere il valore dell’allora “pezzo di carta” e la credibilità della meritocrazia e le istituzioni.

Ma si può non pensare a quello che fu il vero inizio delle nostre scuole, la data di S. Remigio, il primo di ottobre in cui tutti ci afferravamo la cartella e il panierino e iniziavamo il nostro anno scolastico?

Si può non pensare ad Enrichetto e il Mago Zurli, figura mitologica in pantaloncini corti che oggi passerebbe indifferente con il suo abbigliamento stravagante.

Si può non pensare al Maestro Manzi?  Vi ho colto impreparati, ma qui l’età fa la differenza.

Io sono cresciuto in una scuola dove i banchi erano tutti di legno, con seduta fissa che si ribaltava, un piano di scrittura inclinato ricoperto di una cosa pareva pece o che caz.. sa che fosse che lo rendeva nero, e nella sua linea di colmo superiore c’era una sorta di foro a bicchiere per il calamaio di vecchia memoria e il distanziamento sociale nel banco a due posti era già dato dalla misura degli stessi e dall’allontanamento naturale dal compagno di banco che la mattina prima di andare a scuola, manco si lavava. E che dire di quell’odore di murtatella o di uovo ciruso che ti saliva dal basso fuoriuscendo dal cestino per la colazione.

Ci portavamo il mangiare da casa, compreso il panino con la frittata o la cotoletta (i più ricchi) e non si ammalava nessuno, molti di noi sono diventate figure rispettabili della nostra società che fin dall’inizio ci rendeva tutti uguali indossando il grembiulino. Andavamo a scuola senza riscaldamenti e in alcuni casi usufruivamo del tepore che giungeva dalla stufetta che la maestra teneva sotto le cosce sotto la cattedra. I più fortunati bimbi nelle nostre località montane andavano a scuola portandosi la “scarfetta” …ehhhh ma qui ci vorrebbe un brano a parte. Non studiavi o soltanto eri indisciplinato? Ti aspettava lo stare dietro la lavagna, ma se esageravi ti arrivava un corpo di bacchetta di legno o una boffa. Quando tornavi a casa e la tua mamma o il tuo papà leggeva sul tuo viso “u sestu di i cincu dita” (il segno dello schiaffo) t’assicutava casa, casa per darti il resto delle legnate e quando era costretto ad accompagnarti a scuola, ti introduceva alla vista del maestro tirandoti da un orecchio e continuando a prenderti a boffe tanto che il maestro ad un certo punto a dire basta!

La scuola era una istituzione e mandare i figli a scuola era un segnale di affrancamento e una speranza di futuro per i figli; oggi se il maestro si fa scappare un rimprovero verso l’allievo il bardascio del papà s’appresenta a scuola per picchiare maestro, bidello e preside perché tanto lui non ha rispetto per l’istituzione e per la scuola perché qualcuno gli ha dimostrato che la scuola non serve a niente, prendendolo dalla strada, uscito da galera e impiegatolo nella pubblica amministrazione con canale preferenziale di ex detenuto. Come dargli torto.

La mia era una scuola nella quale erano passati soltanto 20 anni dalla fine della guerra e il paese era ancora da alfabetizzare in buona parte e la RAI mandava in TV il Maestro Manzi con il suo sorrisone rassicurante e coinvolgente, figura doncamillesca, che istruiva i poveri contadini, operai, le persone anziane, uomini e donne, gente umile in quel loro vestito unico e migliore, con il volto solcato dal sole e dai sacrifici che con tanta tenerezza andavano alla lavagna a scrivere con il gesso il verbo essere, declinato ma ancor prima le vocali. Quella gente aveva la speranza in quel titolo di studi che doveva contare qualcosa.

Nella mia scuola non si arrivava mai a studiare la storia contemporanea fermandoci al Risorgimento perché cosa dovevano raccontarci se i protagonisti erano ancora vivi, così tornavi a casa e chiedevi: “papà perché gli americani che hanno bombardato Palermo li chiamiamo alleati?” E il papà ti diceva: “chiedilo domani al maestro”. E il maestro ti avrebbe detto “quando arriveremo a quella parte del programma ve ne parlerò (vuol dire mai)”. Oggi voi insistendo chiedereste “Papà chi è questo on. Burbazza a cui si fa riferimento per la liberazione della Sicilia?

Vostro padre preso dai tanti pensieri vi risponderebbe di chiederlo al vostro professore e l’indomani una volta fattolo il Prof. Burbazza, vi risponderebbe “quando arriveremo a quella parte del programma ve ne parlerò …ma…tu giovanotto vedi troppi film… Ti fai troppe domande. Ricordati, la scuola ti insegna quello che devi sapere, poichè quello che dovresti sapere a tutt’oggi è ancora “un segreto di stato” quindi nell’attesa non ci rompere la Min…. e divertiti”.

Tornando a casa nel dire a papà che ti sei accorto della coincidenza che l’On. e il tuo professore avevano lo stesso cognome, in quel caso si che anche oggi prenderesti una sonante boffa e la risposta …. “Ti fai troppe domande. A scuola si va per studiare, perché cu è fissa si sta a casa!”. Si potrà mai cambiare?

Non è mai troppo tardi”, buona scuola a tutti.

Un abbraccio, Epruno

La Rana di Fedro e non

Carissimi,

Chi è che parla? Lo sentite pure voi? Io non vedo nessuno però.

Tutto ciò che accade oggi altro non è che la riproposizione di fatti e di persone già esistite nell’antichità.

Sentite gridare, battere i pugni, vi voltate e non vedete nessuno, fin quando il sole non tramonta ed allora i sui raggi paralleli alla superficie terrestre proiettano gigantesche ombre di lillipuziane figure ed ecco che al quel punto ci viene da dire: “eri tu? Cosa mi credevo che fosse …”. E così facendo continuiamo per la nostra strada.

Tutto ciò potrebbe esser divertente, ma non è che possiamo sperare e augurarci di vivere sempre al tramonto? Poi se state attenti vi rendete conto che con l’alternarsi delle stagioni questo tramonto finisce per giungere sempre più presto.

Cosa vuoi dire? “Vengo e mi spiego”. Ci siamo così disabituati ad ascoltare gente di spessore e di contenuti che veniamo bombardati in continuazione di chiacchiere “ciarliere” di lillipuziani soggetti che forti della loro esposizione al sole parlano, parlano, parlano fino a dimenticare quale era l’argomento della discussione e il perché erano stati invitati a farlo.

Una volta cambiato le lenti e resomi conto che non era un problema di mia intervenuta miopia ma della microscopica dimensione della provenienza di questo parlare, prima mi sono rilassato e poi di colpo mi sono preoccupato e mi sono alzato di “scoppo” al centro del letto e ho detto: “cribbio!”

In realtà non era questa la parola ma non vorrei contribuire al linguaggio boccaccesco e quindi ho pensato, vuoi vedere che costoro sono in buona fede e non avevano capito quale era il gioco? Vuoi vedere che li avevo sopravvalutati poiché credevo che si fossero resi conto che se qualcuno con la “Q” maiuscola gli aveva concesso il microfono era soltanto perché l’amplificatore era spento?

E si, è stato Fedro e il suo bue a chiarirmi il tutto, ma chi lo poteva immaginare che la rana si volesse sentire il bue, fin quando gracchiava nello stagno, fin quando si era permesso di mettere il rinforzino sotto le suole per sembrare più alto, ma gonfiarsi fino a scoppiare proprio per imitare il bue?

Rilassatevi, se siete lì un motivo c’è. Amici, dobbiamo recitare? Facciamolo. Dobbiamo giocare? Giochiamo, ma a patto che nessuno si faccia male o resti danneggiato psicologicamente poiché, neanche aiuto potremmo dare a costoro perché il mio Grande stimato Dott. Basaglia, li ha chiusi e ce li ritroveremmo ancora in mezzo i piedi con il pericolo che in questa sorta di “Gotham dei poveri” qualcosa altro genio del male li recluti e ricominciamo da capo.

La vita è per i grandi ed è una cosa seria, ma non è necessario cercarsi ribalte gracchianti attendendo che al tramonto il sole ci faccia apparire figure gigantesche per pochi attimi. Rilassiamoci dunque, mettiamo i tappi nelle orecchie e tentiamo di chiudere gli occhi e riposare, perché dopo il tramonto, lungo o breve che sia, giunge sempre la notte che quasi sempre è buia, ma se sappiamo dominarne la paura, se sappiamo approfittarne per riposarci, anche la notte passerà e dopo la notte giunge l’alba e con essa sorgerà il sole e “quannu u suli spunta, spunta ppi tutti”. Non vuole essere una citazione, seppur i fantasmi di quelle giornate non ci hanno mai abbandonato, ma speriamo che con un buon medico, “ma unu di chiddru bravo” anche determinate angosce possano superarsi, perché la vita è bella e noi siamo ancor più belli di essa.

Un abbraccio, Epruno

Il Mio Amato Agosto

Carissimi

Ahhhh a Palermo fa caldo, ma qui ….

A dire questa frase è sempre il parente, l’amico odioso che ti vuole fare pesare il fatto che lui d’estate o ancor meglio ad agosto, se ne va al villino (palamitamente inteso come “billino”) dove la sera si dorme con la copertina di lana, sto caz__ di copertina di lana uscita fuori soltanto a ferragosto.

Così nell’immaginario collettivo l’”homo billinus” trasforma il clima con la sua presenza, anche all’equatore, finanche in quei carnai di case una volta abusive fatte nelle località di mare, con criteri urbanistici simili ai criteri metrici utilizzati per la cucina di Francoforte, apri le persiane di casa tua e sei dentro casa della signora Lo Stimolo, vicina di casa, troppo vicina.

In posti in cui l’ultimo albero è stato incendiato l’estato precedente, in posti in cui l’esposizione ti permette di avere caldo anche a Natale e senza accendere i riscaldamenti, in campagne brulle dove le cicale cantano 24 ore su 24, si dorme con la copertina di lana.

L’”homo billinus” va giustificato, il sacrificio fatto una volta a “camiali” (cambiali) oggi con altri risparmi, lui se lo gode solo dieci anni in media, l’età giusta per vedere crescere i figli, in questo idilliaco presepe estivo e affidarli alla loro vita, con i loro amici, i loro interessi adolescenziali e quando si rassegnerà all’idea di non poterci più riunire la famiglia a dormire tutti insieme sotto “la copertina di lana”, prenderà atto che quel sito potrebbe essere utile quale garcionier per il figlio maschio o addirittura posto dove ritirarsi per godere della pensione a quota cento.

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Mai, neanche da fidanzato così tanti

Carissimi

Giunti al ns. 180° appuntamento mi corre fare una constatazione. “Mai, neanche da fidanzato ho avuto così tanti appuntamenti con la persona a cui tenevo”, sta diventando un legame serio, mi devo preoccupare?

Ci sono grandi professionisti che con cadenza anche giornaliera prendono in prima pagina il caffè o si sdraiano sull’amaca, ma quello è lavoro e davanti alla loro maestria non posso che togliermi il cappello, questo (il mio) è serio “cazzeggio” ventennale volto a tenere il filo con i conoscenti di una vita e con i tanti nuovi che nel frattempo sono saliti a bordo, ma soprattutto sono il frutto di una amicizia che mi lega al mio Amico “Maurizio” che mi ospita fin dal primo week end di vita di questo giornale on-line che giorno dopo giorno è diventato più grande di qualunque sogno, frutto dei tanti “ragazzi” (certamente nell’animo) che ci lavorano (è in questo caso il termine lavoro è appropriato) e al quale va il mio primo ringraziamento e  “Augurio di Buon Ferragosto”.

Scrivere, soprattutto quando non rappresenta un mestiere è una sorta di terapia che in una certa fascia di età si manifesta con i diari, poi con la creatività, prima di arrivare alle “ultime memorie”, ma lo strumento con il quale lo si fa da anche una idea del carattere di chi lo fa, così come nel caso di “Epruno” che prende la parte ironica di tutta quella umanità che incontra “Renzo” facendo l’ingegnere da 35 anni e confrontandosi giornalmente con seri temi, legati alla sicurezza, all’impiantistica, alle manutenzioni, alla sorveglianza, alle progettazioni pur mantenendo un basso profilo fuori da qualunque stanza dei bottoni, come diceva Leopardi “non io, non già chi io speri”.

C’è un tempo per tutto nella vita e chi lo sa, il nostro amico precedente direttore è diventato assessore.

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Il Gatto Obeso e le ZTL

Carissimi,

Io ho un amico che tifa per la Juventus ed ha un gatto al quale, ad ogni vittoria della Juve, da un così detto “premietto” (cose da mangiare ovviamente). Comprenderete che dopo nove anni di scudetti di seguito, questo gatto sarà diventato obeso. Per fortuna ogni tanto fa dieta in occasione della Champions League.

Sapete bene che al giorno d’oggi un gatto che viene curato con “premietti” e tutta una serie di prodotti alimentari in boatta a lui dedicati da grandi chef, non avrà mai stimoli a sforzarsi per andare a cercare i topi da mangiare e pertanto anche quando il gatto ci sarà e risulterà sazio, i topi continueranno a ballare.

Pensavo a ciò riprendendo la moto, dopo tanto stare a casa, per avventurarmi per le strade delle mie due città. Adesso lungi da me dal voler parlare di politica, (come sempre rammento, diceva giustamente il mio presidente che io di politica non ne capisco nulla, avrei cambiato diversamente la sorte del mio piccolo condominio) sarei del tutto inadeguato e fuori luogo avendo per mentore e ispirazione soltanto le buche delle nostre strade e non serie e storiche appartenenze.

Mi sono convinto che dovremmo andare tutti in analisi, compreso il gatto obeso, poiché “non stiamo bene”. Cosa vedremo al risveglio della seduta terapeutica, un mondo nuovo?

Epruno che sa sognare e scrive da 20 anni ha atteso e commentato più di un quinquennio e sa benissimo con inquietudine che è questa “coda” quella più vicina alla realtà, dove “marzullisticamente” un giorno si avvia alla conclusione e un un altro si appresta ad iniziare. Sappiamo tutti che i “re”, i “veri re”, non vanno mai in guerra, se mai sono maestri della “fuga” ancor più di Bach, loro stanno sulla vetta di una collina e mandano gli eserciti a morire, per i loro scopi più assurdi, “utilizzando” chi ha guadagnato del suo e vuole difenderlo illudendosi che la guerra difenda la proprietà privata o perpetrando l’uso di coloro che sono buoni per tutte le stagioni e con la morale di un soldato di ventura e che periodicamente, al momento opportuno, ritornano a “galla” per far si che il “vero re” vinca sempre e resti tranquillamente nell’anonimato. Leggi il resto dell’ articolo »

Zio Mariano era Stabile

Carissimi

Io avevo uno Zio, in realtà fratello di mio nonno, ma lo chiamavo Zio, sordo come una campana.

Zio Mariano, questo era il suo nome, lo ricordo ancora per la sua figura autorevole, la sua coppola, la sua giacca e pantaloni di velluto, qualunque fosse stata la stagione, seduto nella sua sedia con il suo bastone a portata di mano.

I miei ricordi sono molto lontani ma ben scolpiti nella mente di un bambino che all’epoca aveva dieci anni o poco più.

Lui era di poche parole e ogni sua frase era una sentenza e con me spesso interrompeva il suo silenzio e proferendo frasi per darmi consigli, forse perché mi vedeva lì piccolo e indifeso.

Ogni qual volta chiedevo notizie alla zia, come stesse Zio Mariano, lei mi rispondeva: “stabile.”

Credetemi in quegli anni nei quali nelle scuole pubbliche si veniva messi insieme, ricchi, poveri senza distinzione di ceto sociale, ancor prima che ci si differenziasse crescendo, magari con l’iscrizione in licei privati o pubblici che avessero evidente le nostre origini e il nostro futuro già predestinato, più di una volta trovandomi a disaggio nei racconti tra bambini che ostentavano, ricchezze, nobiltà o parentele famose, io con convinzione ostentavo l’avere mio Zio Mariano al quale in vita, a Palermo, gli fosse stata dedicata una strada importante nel centro, Via Mariano Stabile.

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Cristoforo Colombo, ora ti capisco!

Carissimi

Io a Cristoforo Colombo, oggi lo capisco, soltanto oggi, era uscito da casa per andare nelle Indie e malgrado la sua volontà si trovò nelle Americhe.

Solo oggi posso immaginare la sua delusione e le discussioni con il suo entourage quando partì con la Nina, la Pinta e la Santa Maria da Palos grazie all’autorità portuale dell’epoca ed ai piccioli della regina Isabella di Castiglia unica a credere e sponsorizzare la sua impresa.

Ma dopo giorni di navigazione e cambiamenti di rotta, quando nessuno ci credeva più e lui pensava, Minchia mi pirdivi ecco che l’uomo sull’albero grido per tre volte, terra, terra, terra.

Sbarcato disse subito “eppure mi pari canusciente” e dopo essersi addentrato ed incontrato il primo nativo, si sincerò chiedendo “India?” Gli fu risposto no “America” e a quel punto dopo una imprecazione in direzione della barca “Santa Maria” e senza farsi sentire dal gesuita d’ordinanza che Isabella di Portogallo religiosissima gli aveva messo alle calcagna, grido: “stu cazzu i segnaletica ca cancia ogni giorno!

Fu lui la prima vittima delle continue sperimentazioni in campo di segnaletica e cartografia.

Per lui comandante di lungo corso era semplice il ragionamento, la terra è tonda, se parto da qua e continuo dritto, dritto alla fine sempre qua devo tornare e così facendo o vado da sinistra o vado da destra qua devo arrivare, vuoi vedere che l’india che si trova a sinistra, se vado a destra ci arrivo prima.

Tutto questo se parallelamente al suo navigare non ci fosse stato qualcuno che in continuazione sperimentava.

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Non temete, tutto dovrà avere una naturale fine

Carissimi

Come farò ad andare avanti? È questa la domanda corrente che ci facciamo quando una persona cara viene a mancare, ancor più se è un parente stretto, un familiare.

In realtà nei primi istanti, quando siamo ancora a contatto fisico con la persona, anche se questa di fatto è assente, siamo “presi dalla botta”, come si dice dalle nostre parti e passiamo da un abbraccio, ad un gesto di cordoglio e ci sorbiamo le parole più idiote e imbarazzate che il nostro prossimo proferisce perché si sente in dovere di manifestare la vicinanza, quando, ma è un mio parere, il silenzio direbbe di più di qualunque parola di prassi.

Tutto passa, passerò anche io, passeranno i miei amici, i miei nemici e tutte le persone scognite che non conosco e la vita continuerà a germogliare nuove vite, che creeranno nuove storie, con le stesse “regole” di sempre, sesso, posizione sociale, matrimonio d’amore o convenienza (ritornano ciclicamente alla moda), soldi.

I soldi saranno alla base di tutto, costituiranno una ricchezza materiale da tramandare, da farsi rubare, ma comunque sarà un valore che non potremo portare con noi (se esiste un dopo di altra natura e siete credenti in qualunque tipo di religione, anche in “Quelo”), passeremo alla memoria altrui per imprese o malefatte e la nostra foto flesciata (perché verrà scelta sempre dagli altri) campeggerà su un pezzo di marmo, se siete fortunati, sopra un epitaffio scolpito (il mio sarà di certo: “che cazzo ci guardi? Non lo vedi che le carte non passano…….più?”).

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