Carissimi,
confermo che dall’altra parte non c’è nulla, o meglio c’è qualcosa ma come sempre non è per tutti, serve il timbro giusto, quello che non sai mai dove prendere.
Tutto è cominciato con una voce durante quel dormiveglia viscido su un “lettino sotto una lampada scialitica”, in cui non sei né vivo né morto ma stai già dando fastidio, una voce che urlava che l’anestetico era in controindicazione con l’allergia, e poi silenzio, prima il buio e subito dopo una luce talmente forte da sembrare una lampada da interrogatorio più che l’aldilà.
Mi ritrovai seduto in una grande sala d’attesa, affollata come un lunedì mattina all’ASP, un’astanteria metafisica con sedie di plastica e l’aria stanca di chi aspetta da una vita che infatti era appena finita, mentre una guardia giurata enorme con voce cavernosa e vocazione da usciere eterno chiamava i turni davanti a tre porte, “Accettazione”, “Riconsegna Anime”, “Ulteriore Possibilità”, e pensai subito che pure lì le deroghe non mancavano.
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Carissimi,
ognuno di noi possiede la propria “Torre d’Avorio”, ben mimetizzata, al riparo dagli sguardi indiscreti e custodita con una cura quasi maniacale, perché serve a rifugiarsi nei momenti intimi, a nascondersi quando il mondo diventa troppo rumoroso, o più semplicemente a scappare dal quotidiano trambusto, dalle brutte notizie e, nei casi più sofisticati, a coltivare il proprio dolore come un bonsai da salotto.
Non c’entrano nulla i social o i media, che semmai hanno solo dato un nome moderno a una pratica antichissima, perché la torre d’avorio esiste da sempre, anche quando tutto era analogico, i telefoni avevano il filo e l’unica modalità silenziosa era smettere di rispondere.
Ci si mette tutta la buona volontà possibile nello stare sempre in prima linea, nel correre in soccorso dei problemi altrui, nel vestire con dignità e pazienza i panni di Eduardo il Confessore, quello che ascolta tutti, assolve tutti e non giudica mai, ma poi arriva inevitabilmente il momento in cui bisogna pensare a sé stessi e allora diventa indispensabile girare quel cartellino appeso alla porta di vetro con scritto torno subito, esporlo con garbo all’utenza e confidare che, dopo il primo moto di stizza, chiunque saprà farsene una ragione e magari anche arrangiarsi.
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Carissimi, per chi sono davvero le regole?
Se vogliamo vivere in società dobbiamo condividere delle regole, poi però arrivano le eccezioni e infine, immancabili, le deroghe. Le regole sono per i poveracci, per quelli che non hanno nessuno a proteggerli, le eccezioni sono per i furbi e per i prepotenti, le deroghe invece sono riservate ai potenti, così davanti allo stesso identico problema non è il problema a fare la differenza ma chi lo deve affrontare.
Possiamo riempire i libri di iconografie con la dea bendata che regge la bilancia, ma alla fine è sempre il censo a decidere, e su come nasca questa casta privilegiata ne abbiamo parlato più volte, in fondo da quando il primo uomo piantò dei paletti nel terreno e disse “è mio”. Nessun atto divino, nonostante fiumi d’inchiostro e culti costruiti in laboratorio abbiano provato a ricostruire verginità sacre, fino al punto di proclamare re e capi religiosi per volontà divina, quando spesso alla base non c’era altro che una scopata negata, vedi Enrico VIII.
Al netto di tutte le regole, la verità è semplice, le cose in questo mondo sono sempre appartenute a chi è stato capace di prendersele, solo dopo, a cascata, abbiamo inventato regole ed eccezioni per nobilitare ciò che con maggiore onestà si sarebbe potuto chiamare appropriazione o furto, ma sempre di prepotenza si trattava.
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Ogni grande tragedia che si verifica in occasione di eventi di pubblico spettacolo è quasi sempre riconducibile alla concomitanza di tre fattori: un luogo inadeguato o gestito con scarse competenze tecniche, un’organizzazione priva di scrupoli e un comportamento imprudente o irresponsabile che innesca il panico. Si tratta di un vero e proprio “triangolo del fuoco” che, più propriamente, può essere definito un triangolo delle nefandezze.
Il dibattito che segue tragedie come quella avvenuta nella notte di Capodanno del 1° gennaio 2026 nel bar Le Constellation di Crans-Montana tende spesso a svilupparsi su un piano emotivo, alimentato da confronti impropri e da valutazioni prive di fondamento tecnico. Tuttavia, l’esperienza dimostra che eventi di questo tipo raramente sono frutto della fatalità: nella maggior parte dei casi sono la conseguenza di scelte evitabili, dettate dall’anteposizione dell’interesse economico alla sicurezza delle persone.
Alla domanda se quanto accaduto, alla luce delle informazioni emerse dagli organi di stampa e delle prime evidenze in materia di inadempimenti sulla sicurezza, avrebbe potuto verificarsi in Italia, la risposta è negativa. Il sistema normativo italiano in materia di pubblico spettacolo è infatti tra i più rigorosi in Europa.
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Carissimi
Ogni villaggio ha il suo scemo, ma Robertino, detto Bobò, non era uno scemo come tanti.
Già da piccolo era un bambino fisicamente molto più sviluppato degli altri, per la sua età, ma per sua madre era sempre rimasto il suo Robertino, difeso e voluto contro ogni morale comune. Era rimasta incinta di un uomo sposato che non aveva mai voluto riconoscere il bambino e che lei, invece, aveva deciso di tenere.
Donna di servizio da sempre, cacciata di casa e additata come donna di facili costumi, aveva avuto un’unica colpa, trovarsi a servizio presso una persona potente che, un giorno, aveva deciso per sfizio di abusare di lei. Da quella storia nefanda era nato Bobò, cresciuto nell’affetto come un dono, non come una vergogna.
Eravamo cresciuti insieme negli anni della mia infanzia, e con lui giocavo quando d’estate ci recavamo a Cerze, il suo paese, un piccolo centro di montagna, poi, a seguito di una brutta influenza, Robertino contrasse una meningite batterica che gli provocò danni cerebrali permanenti. Da allora la sua vita rimase segnata da una compromissione intellettiva e cognitiva che lo condusse, all’età di dodici anni, in quella condizione che il paese, con crudele semplicità, chiamava “scemenza”.
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Si può essere intellettuale o artista ed avere la tessera di partito?
Certo che si può. Così come si può essere sobri e lavorare in una distilleria. Il problema non è la possibilità, ma la tenuta.
E, di contro, può definirsi “organico” e dissentire?
Sì, ma solo fino a quando il dissenso coincide casualmente con la linea ufficiale. Dopo diventa eresia, e l’eresia non è prevista dallo statuto.
Se ci pensate bene, c’è molta più libertà nell’essere perdenti e poter dire ciò che si pensa, che nell’essere vincenti e dover pesare ogni parola per non “offendere” chi scambia una critica per lesa maestà. Il vincente non ascolta: annuisce. E l’annuire è il primo sintomo della sordità politica.
Così facendo, però, non esisterà mai la possibilità di porre rimedio ai propri errori: tu non li vedi e gli altri non te li fanno notare. Non per bontà, ma per convenienza. E siccome non sei allenato al dialogo interiore, al primo dubbio diventi automaticamente dissidente.
Ecco perché conviene non tenere tessere di adesione in tasca: pesano, scaldano e impediscono di dire la propria senza che qualcuno si senta profondamente, irrimediabilmente, mortalmente offeso.
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