Archivio per la categoria: Epruno – CULT (Rubrica su CULT Magazine)

Epruno CULT – Aprile 2015

Carissimi …. Bisogna stare attenti con il palermitano all’uso dei termini, specialmente in tema di “tolleranza”! Basta che un Sindaco si candidi e vinca con un motto quale “Lui lo sa fare” rivolto alla capacità di governare la città, frutto di risultati precedenti, giudicati dallo stesso positivi che i miei concittadini prendano la parte che gli interessi dalle frasi e dagli slogan, estrapolandola dal discorso e facendone la “mission” del proprio comportamento. Pertanto da un “Lui lo sa fare” basta poco per dire “si può fare” e da lì il passo è breve per un “Tutto si può fare”! Il sogno di certi palermitani, è quello di poter fare tutto e senza controllo.
Accade così che le nostre strade ormai sono presidiate, da omini provenienti da latitudini evidentemente molto lontane e diverse dalle nostre che gestiscono in sub-appalto i posteggi abusivamente. Ecco la tolleranza …. “Sì ma che volete che sia rispetto a ben altro”. Potrebbe anche essere che i posteggiatori locali abusivi, si siano redenti, abbiano capito che non era legale fare questo “mestiere” e si siano iscritti a liste di collocamento nell’attesa di un lavoro onesto e che costoro, questi omini venuti da “molto lontano”, altro non siano che gente stanca, dopo tanto migrare che si riposa appoggiandosi sulla nostra auto posteggiata. Sì, siamo “malpensanti”.
E che volete che sia anche l’accattonaggio molesto condotto in modo scientifico e insistente da chi per “religione” ha deciso di non lavorare e farsi sostenere dalla collettività, trovando collocazione davanti a tutti i supermercati, grandi magazzini, ristoranti. “Che volete che sia rispetto a ben altro.”
Siamo tolleranti o ce ne stiamo fregando di tutto quanto ci avviene intorno perché c’è sempre un “ben altro”? Facciamo politica su tutto.
Quando tutti parlano d’immigrazioni, integrazioni, islamizzazioni dimenticano che questa terra nei secoli ha già dato. Sappiamo bene cosa significa una dominazione Araba interrotta soltanto da un’altra dominazione, quella Normanna. Eppur malgrado ciò, a distanza di secoli, oggi riusciamo a vedere soltanto ciò che ci rende unici, l’aver metabolizzato tali dominazioni attraverso integrazioni di culture e produzione d’innumerevoli opere d’arte.
Tolleranza a trecento sessanta gradi quindi verso questi fenomeni d’immigrazioni di massa clandestina? Bisogna esser sempre aperti alle diversità e alla disponibilità verso chi sta peggio di noi, benché sarà molto difficile che tali orde lascino dietro di se opere d’arte da contemplare in un futuro. Oggi lasciano soltanto tanta fame e disperazione dietro di se. Fin quando nelle loro terre d’origine esporteremo armi, guerre, fame e modelli economici non adeguati, i figli di quelle terre dovranno muoversi per cercare il diritto di vivere un futuro migliore. Questo è il risultato a distanza di un secolo, delle colonizzazioni e dei saccheggi di risorse fatte da noi occidentali. Pertanto il problema anche nei loro confronti, non è il “permettere di farlo”, lo farebbero comunque per disperazione. Di contro, per chi lo sa fare, suggerirei di riflettere che a parte qualche disperato, assoldato dalla malavita organizzata locale, questi migranti non si fermano ma attraversano la nostra terra e tirano dritto verso i paesi nordici, proprio come fanno i nostri figli, istruiti, preparati, cresciuti in un benessere assente nei posti di provenienza dei flussi migratori, ma oggi anch’essi migranti alla ricerca di un sogno e della soddisfazione di una vita resasi impossibile a queste latitudini. Un abbraccio, Epruno.

Epruno CULT – Ottobre 2014

Carissimi …. Oggi sfato un “tabù” e parlo di una cosa “seria”, il “calcio”!
Certo, per farsi prendere sul serio oggi, bisogna avere un’opinione sulle vicende calcistiche. Professionalmente ho affrontato prove importanti di ogni tipo, ma soltanto dopo un paio di ospitate in TV in programmi che parlano del Palermo, ho guadagnato visibilità e la stima del custode che la mattina in ufficio mi apre la porta d’ingresso chiedendomi un pronostico sulla prossima partita. Fino a quel momento costui non aveva percepito che a suo giudizio io fossi una persona “mediamene importante”.
Avrei potuto essere chi per primo scrisse “E=mc2”, ma se non avessi capito nulla di pallone, non sarei stato nessuno.
Non ci sono degli studi specifici e delle università che ci preparano a questo mestiere di “opinionisti di pallone”, malgrado ci sia chi ci abbia tentato, ancora non esiste una “laurea”.
Il palermitano qualunque, che già di suo è “u miegghiu”, se poi parla anche di pallone, diventa un “mito”.
Benchè logiche legate a interessi commerciali hanno cambiato radicalmente i dettagli di questo vecchio gioco di squadra nato verso la fine dell’ottocento in Inghilterra, malgrado siano scomparsi dei punti certi del credo calcistico, come “la partita giocata di Domenica dopo pranzo” o “la durata di novanta minuti”, il calcio mantiene intatto il suo fascino.
Si “opinionizza” per ore e ore su una palla che adesso per un periodo imprecisato a parere di un direttore di gara, rotola su un piano delle dimensioni di 110 m per 70 m, nella speranza che finisca in una delle due reti, contrapposte e difese da due squadre di undici elementi ciascuno.
Il calcio è cambiato, ma non il suo fascino è vero, sono caduti certi dogmi.
Ad esempio chi ricorda i bei periodi nei quali, a un certo punto dell’incontro calcistico, nei gradoni della “curva sud” un omaccione, dotato di un vocione baritonale, richiamava l’attenzione del collaboratore del direttore di gara che agiva sotto la tribuna gridando: “segnalino, diccillu all’arbitro che è curnutu!”. Questa invocazione era seguita da un’ovazione e un coro unanime che esternava gridando “cornuto!” e tutto si fermava li, tra le risate collettive, quando ancora non esistevano gli “ultras” organizzati.
Anche questo gesto divertito e divertente, sarebbe oggi di difficile interpretazione poiché, quale dei “segnalinee” avrebbe dovuto riportare il messaggio al direttore di gara, perché oggi non si parla più di terna arbitrale, bensì di sei arbitri, in comunicazione tra di loro con radiomicrofoni e auricolari (cinque in campo e uno tra le panchine, chiamato ancora “quarto uomo”)?
Così di calcio per sentirci importanti, vorremmo parlarne tutti, dall’esperto conduttore di talk-show all’uomo comune che funge da pubblico e che a sua volta diviene opinionista, quando gli si chiedono i pronostici.
Quale migliore occasione per lui, visto da tutti i parenti da casa, ricevuto il microfono, evitando di non scadere con termini dialettali, per fornire una “perla di saggezza” da incorniciare, quale: “Ce la dovessimo fare, anzi, avessimo a vincere!” Esternazioni in un italiano meritevole di attenzioni da parte dell’Accademia della Crusca e frutto di un’incipiente “congiuntivite” che per fortuna lascerà incolumi gli occhi.…Un abbraccio, Epruno.

Epruno CULT – Maggio-Giugno 2014

Carissimi …. “Dottore cosa significa Bad Company?” Come si risponde su due piedi a una domanda del genere e soprattutto in un ambiente che nulla a che vedere con una classe di studenti che studia economia? Come deludere il vostro barbiere di fiducia convinto che voi, persona istruita, possiate avere una risposta per tutto. “Salvatore ma domande più semplici non ne abbiamo questa mattina? Ma se parlassimo del Palermo o di donne come si fa in tutte le sale da barba? In parole semplici è una strategia usata per salvare un’azienda in crisi svuotandola e abbandonandola al proprio destino e trasferendo, ove possibile quanto di prezioso ancora rimane, in una nuova realtà indipendente dalla storia del passato. La vecchia azienda, viene detta Bad Company. Avvertito qualche perplessità, mi imbarco in un esempio: “Immaginate Palermo oggi con tutti i suoi problemi. Fate finta che sia un’azienda. Immaginate che un giorno qualcuno decida che non vale più la pena di spendere energie per risolvere i suoi problemi. Supponiamo che qualcuno si convinca che siamo sull’orlo del fallimento, ma ci sia a un certo punto un investitore estero che decida che il contesto geografico, il sole, il mare, il clima siano tutti fattori positivi per poter far crescere in futuro qualcosa d’importante”. Percepisco in sala qualche sorriso di chi la sa lunga e continuo “Purtroppo parallelamente, la fredda statistica, la mentalità e le tendenze, danno un quadro generale di sicuro fallimento scoraggiando chiunque decida di investire risorse economiche e mentali in un tentativo di salvataggio per non farsi anch’esso trascinare in un fallimento”. Cerco di rendere quanto più semplice il paragone … “Quindi immaginate che per risolvere i problemi di Palermo, si decida di prendere il 5% della sua popolazione (con una stima ottimistica) ed impiantarla in una nuova Palermo, costruita a dieci chilometri di distanza, con nuove cognizioni di modernità ma soprattutto con delle regole certe fin dall’inizio. Attendere cento anni stando molto attenti affinché tra le due realtà non vi fosse connessione alcuna e costatare i frutti di questo nuovo insediamento e la desertificazione della prima.
A questo punto nella barberia è palese un sentimento misto di perplessità, imbarazzo e soprattutto interesse affinché il sottoscritto portasse avanti il suo discorso, manifestato da un silenzio di tomba e soprattutto dal fatto che Salvatore ha abbassato il volume della radiolina che suona di continuo canzoni neomelodiche. “La città vecchia, che noi chiameremmo Bad Company, crogiolandosi sulle logiche correnti e sui propri difetti, spingerebbe i più intelligenti, ad andar via, lontano e gli altri a distruggersi tra di loro per affermare il proprio predominio. Ultimata la desertificazione della prima città (quella vecchia), questa potrebbe esser trattata come l’area archeologica della nuova Palermo, con tutti i suoi bei monumenti e bellezze artistico-storico-monumentali (sempre che nei cento anni non si fosse stati capaci di distruggerli) ed ecco che dalle ceneri della “Bad Company” avremmo creato delle opportunità! Chiarito il significato?”
Nel silenzio di tomba, il Cavaliere Provolizzi in attesa del suo turno per la barba, dimostrando di conoscere le lingue interviene dicendo: “Allora mi scusi. La cattiva compagnia siamo noi palermitani, signor mio?” …….. Mi chiudo dietro una smorfia, facendo spallucce! Un abbraccio, Epruno.

Epruno CULT – Aprile 2014

Carissimi …. Proprio l’altro giorno al bar sotto casa si discuteva di ciò, commentando il fattaccio che aveva scosso la nostra comunità di quartiere in quella “piccola-grande” realtà provinciale che è la città di Palermo.
Il sig. Giuseppe, proprietario dell’esercizio commerciale, all’ora del primo caffè quotidiano intratteneva noi astanti raccontando di quanto era accaduto al Commendatore Assennato che abitava proprio nel portone accanto. “La moglie, ottantenne, come il Commendatore, per tre mesi aveva sperato che il marito finalmente avesse messo in atto la minaccia principe di tutti i loro litigi, la fuga in Scandinavia” raccontava il sig. Giuseppe “e invece, chi poteva immaginare che povero Assennato non aveva mai lasciato non solo la Trinacria, ma la stessa sua capitale. Hai tempo a farlo cercare dall’ITERPOL”. Anche in una città grande come la nostra si trovano momenti di abitudinale incontro come questi e si finisce per creare quasi una comunità, fatta di piccoli punti di riferimento, il barbiere, il bar, l’edicola, la farmacia, il portiere opinionista e impiccione, nella quale almeno di vista ci si conosce tutti. Così era per il Commendatore Assennato, professore di scuola in pensione e noto per aver fatto il capo condominio per anni nel suo stabile, prendendo anche iniziative poco popolari che ne avevano amplificata la fama.
La sua misteriosa scomparsa, durata tre mesi, aveva fatto nascere tante legende, la prima quella tradizionale di chi sceso per andar a comprare le sigarette tornò dalla Finlandia venti anni dopo! Ma a quell’età, anche se fosse andato nei paesi scandinavi, come sarebbe potuto tornare venti anni dopo? Quindi nell’ilarità dei discorsi fatti anche in barberia, si discuteva del fatto che il commendatore avesse deciso di finire alla grande i suoi giorni e in tanti fantasticavano sulle ipotetiche esperienze sessuali tra bionde creature.
Però, c’era chi custodiva un gran segreto senza però esserne convinto della veridicità, ed era il Sig. Michele, portiere custode del fabbricato dove abita lo scrivente, al quale il Commendatore uscendo quella mattina, molto presto, prima di prendere la guida della sua datata 500F, avrebbe lasciato detto: “Michele, oggi mi sono svegliato con il desiderio di pasta cu i cavulicieddri, voglio andare in centro, al mercato a comprare la verdura e fare una sorpresa a mia moglie, però non gli dica nulla, mi raccomando!” Quale scellerato desiderio, quale scellerato intento, non tanto per “la pasta cu i cavulicieddri”, sarebbe stato meglio e più facile raggiungere la Finlandia, senza che nessuno se ne accorgesse, ma l’intento folle, di raggiungere il centro e in 500F, sarebbe stato, come poi è stato, imperdonabile e purtroppo fatale.
Difatti, crudele realtà, la macchina del Commendatore con il suo corpo a bordo fu ritrovata in un vicolo cieco del centro storico. Il povero Assennato non aveva subito alcuna rapina, alcuna violenza, ma era rimasto lì per mesi a morir di stenti, in stato confusionale, dopo aver girato invano con l’intento di giungere al mercato di Ballarò, facendo i conti con la geniale chiusura del traffico di Via Maqueda e le altrettante chiusure di Corso Vittorio Emanuele e di Via Cavour a causa di estemporanee manifestazioni di protesta. E si, il povero anziano professore, vittima della nota “piaga del traffico” si era confuso nel suo ambizioso piano di arrivare in centro, ormai missione impossibile per tutti noi non dotati di bici o di “auto di autorità”! Un abbraccio, Epruno.

Epruno CULT – Dicembre 2013

Carissimi …. E’ Natale anche questa volta, malgrado quello che dicono i giornali e le tv. La gente sa che c’è la crisi, ma al Natale non ci si rinuncia. Del resto per una città che ha visto la guerra e ne sente ancora la memoria nei racconti dei nostri vecchi, cosa volete che sia questa crisi? Anche la città si attrezza, e davanti ai pensionati fermi a controllare i lavori ecco che gli operai del “non si capisce più di che cosa siano” tentano di montare un estratto di bosco, davanti al Teatro Politeama. Malgrado questo entusiasmo c’è chi guarda e dice: “Mmmmmmahh!” Con quella tipica espressione vocale dubbiosa che solo noi siculi palamiti, sappiamo proferire. Ma che volete? Questa come disse qualcuno è la città dei “nemici della contentezza”. Più avanti qualcuno con il fascia collo post sessantottino organizza girotondi ed anche in questo caso, nulla osta, se non fosse che il sessantotto è passato da molto tempo e che questi allegri festanti, hanno sessanta anni in media. Malgrado questo entusiasmo c’è chi guarda e dice: “Mmmmmmahh!” Ancora più avanti c’è una Via Maqueda a intermittenza, come il lampeggiante dei carabinieri, una volta aperta, una volta chiusa e dietro le gialle transenne, sta un vigilantes e un vigile urbano a stoppare i poco felici automobilisti, dirottati lungo la Via Cavour verso il mare! Fermo li davanti ai due, spento il proprio scooter, un omone tolto il casco, guarda in modo teatrale verso la folla radunatasi e muovendo la mano ed il braccio, in un ampio gesto a 180°, dice “Mmmmmmahh!”
Ma è Natale e poco importa, anche se nel giorno di apertura si è costretti a camminare in Via Maqueda, in fila indiana (e sapete quanto ciò sia difficile per il palermitano), anche se dovremo fare la gincana con la moto per evitare le piante per strada, messe a delimitare una fascia di zona pedonale.
E’ Natale, e poco importa se caroselli di gente, più che festosi in realtà imbufaliti, giornalmente scendono per strada in centro, chi per chiedere un lavoro che non hanno, chi per protestare per un lavoro che hanno perso e chi per protestare perché oltre al lavoro “elegante” (rigorosamente in nero) contro qualcuno che pretenderebbe che per 800 euro mese, si debba anche andare sul posto di lavoro! Ma è tutto bello, perché visto sotto una luce diversa, sotto una lucina intermittente multicolorata. Sono si proteste, ma sono proteste in periodo di festività e la gente è ancora più buona.
E’ Natale e Palermo si sveglia serena, si sveglia come una città normale, si sveglia fiera del proprio primato, aver scavalcato Napoli relegandola all’ultimo posto, dei capoluoghi di provincia italiani, nella classifica della qualità di vita. Si, siamo penultimi e ne siamo orgogliosi, perché in primis costoro che fanno queste classifiche, non ci conoscono e non conoscono Palermo, “in secundis” che cosa intendono costoro per qualità di vita? Può essere che ci sia un errore fin dalla base del concetto? Se qualità della vita significa essere liberi, esiste una persona più libera del palermitano? Avete mai chiesto a un palermitano se si sente libero? Costui non vi risponderà neanche, perché da sempre si sente libero di fare ciò che “caz..vuole”, poiché è vero che il nostro Prof. Lord Mayor si candidò utilizzando il motto vincente “lo sa fare”, ma il palermitano è oltre! Il suo motto è “si può fare”! Ma alla grande! Perché non basta saperlo fare, ma poi si deve essere certi di poterlo fare! Facendo passare in secondo piano anche il Prof. Frankenstein Jr ……. Del resto sempre di Professori parliamo! …Un abbraccio, Epruno.

Epruno CULT – Novembre 2013

Carissimi …. Eccoci qua. Come spesso accade dopo tutti i grandi sogni e voli pindarici ci siamo svegliati a seguito di una pesante bocciatura. Palermo non sarà nel 2019 “Capitale Europe della Cultura”! E si …! C’è chi c’è rimasto male, avendo pensato a tale idea, c’è chi c’è rimasto male per aver lavorato e creduto in questo progetto, c’è chi gongola perché da sempre non ha creduto in questo progetto, c’è chi non gliene è fregato mai nulla di questo progetto e tutti sommati arriviamo a quei circa settecentomila abitanti residenti a Palermo. Avevamo le potenzialità per regalare alla cittadinanza questo titolo?
Questo episodio, benchè ci bruci, è emblematico di un nostro approccio a tali problematiche che ha contribuito a fomentare un residuo preconcetto nei nostri confronti. Come già raccontavo precedentemente, ogni volta che ci sediamo al tavolinetto del bar davanti ad un caffè e riesaminiamo tutto ciò che siamo e ciò potremmo essere, ci alziamo, come sempre, una volta bevuta la provvidenziale bevanda, con la consapevolezza di essere i migliori e i più grandi.
Bene, tutto ciò spesso si scontra con l’errore di considerare la potenzialità come un obiettivo raggiunto, o comunque da raggiungere in qualunque momento decidiamo di farlo, perpetrando quel modo siculo da “post siesta” di prendere tempo finché c’è tempo. Sappiamo fare gruppo? Ci siamo abituati a sentire ognuno che interviene su qualcosa, prendere subito l’alibi che chi si è cimentato prima ha sbagliato ed ha lasciato un disastro affinché qualunque mancanza o qualunque sconfitta sia da attribuire a chi si era seduto prima per risolvere il problema. Così facendo, possiamo tranquillamente ingannare noi stessi con “queste verità”, ma non possiamo certamente convincere il soggetto esterno, non coinvolto nelle nostre dinamiche e nella nostra mentalità, che ci deve giudicare, poiché per lui è scontato che chi arriva dopo per risolvere i problemi, ha ricevuto la fiducia proprio perché chi l’ha preceduto, non è riuscito a raggiungere gli obiettivi promessi. Diversamente, perché cambiare? Questo è il modo di ragionare europeo al quale ancora non ci siamo abituati. La realtà nord europea è una realtà dove “le chiacchiere stanno a zero” e quindi dobbiamo impegnarci i più, per essere credibili se vogliamo rimanere e confrontarci in quel contesto. Ecco perché una opportunità come questa non può etichettarsi politicamente, visto i tempi di sviluppo del progetto e visto che chi amministra oggi potrebbe non amministrare nel 2019. Ecco questo avrebbe dovuto essere un progetto proposto e sposato dal sistema città. Il nostro modo italico, di cambiare nomi ai partiti frazionandosi e riproponendosi sempre al fianco del vincente per perpetrare la “nostra poltrona”, cambiando per strada parere, è storicamente ben noto salendo di latitudine! Presentare un progetto, vuol dire ancorare la sua fattibilità a fatti certi in itinere monitorabili. Siamo pronti a cambiare mentalità per diventare veramente europei e poter competere realmente, non come componente di potere di turno, ma come sistema società, contenitore di tutte le peculiarità e diversità, pieno di sana dialettica che sappia mettere da parte le divisioni quando si compete come “Paese”? Ho fiducia nei giovani che quando la generazione dei soliti noti, si farà necessariamente da parte, smonterà le proprie valigie e forte dei soggiorni e dei contatti acquisiti in giro per il mondo, ci regalerà la giusta mentalità per integrarci in una comunità europea, fino allora, accontentiamoci di essere capitale di una cultura siciliana! Se ci riusciamo …Un abbraccio, Epruno.

Epruno CULT – Ottobre 2013

Carissimi …. Che strana città la nostra, eppure è ormai una “città europea” e saremo probabilmente anche “capitale europea della cultura” ma intanto come me, tanti leggono i giornali, si guardano attorno e pensano: “ma stiamo parlando della stessa città?”
A Palermo litighiamo per tutto, a Palermo abbiamo due punti vista (e ci deve andare bene) su qualunque cosa. Se fai e sei criticato perché fai, se non fai e sei criticato perché non fai, tanto che se qualcuno vuole non sbagliare deve assumere un atteggiamento del “fare e non fare”, ossia del “lo sto facendo e speriamo che mi basti il tempo”, o ancora meglio “lo stavo per fare ma poi non ne ho avuto l’opportunità!”
Eppure i nostri anziani, saggi, dicevano: “cu mancia fa muddrichi” profonda espressione legata alla impossibilità di poter fare qualunque cosa senza mettere nel conto qualche errore e ciò veniva contemplato in quella mentalità positiva del “fare”, ossia “faccio anche a costo di sbagliare, ma faccio qualcosa”.
Tutto sta a comprendere quale visione vince sul momento, quella del “non è successo niente, non si fa niente, non c’è niente” o quella del “abbiamo una grande tradizione, diciamo al mondo che tutto va bene, perché dobbiamo smetterla di essere i primi detrattori della nostra terra”.
Una eterna lotta tra “realisti sfiduciati” e “sognatori” e mentre questo duello si perpetra, la soluzione consigliata rimane una, “non fare”!
Questa città sembra aver adottato più che l’aquila come emblema il geco, “animale” immobile, mimetizzato, pronto a saltare addosso alla sua preda.
A parole, sapete trovarmi un palermitano che non è “grande”? Un palermitano che davanti al proprio specchio non si senta “u megghiu”? Si a parole….
In fondo, in fondo a noi ci ha rovinato il caffè! Si perché davanti a questa bevanda scura importata da mondi lontani noi siamo soliti fare “discursi di cafè”! E mentre arriminiamo con quel cucchiaino lo zucchero nella tazzina elenchiamo tante di quelle cose che in questa terra non vanno e che potrebbero andare meglio, per cui tra un sorso ed un altro “potremmo vivere solo di turismo”, e poi un altro sorso e “con una città di un milione di abitanti, dovremmo vincere un anno si , un anno no, la coppa dei campioni”, e dopo ancora un altro giro di cucchiaino ed un altro sorso, “con questo nostro sole e questo nostro clima, dovremmo vivere di sola energia solare”.
Il caffè, e stimo parlando di caffeina … e fa tutto questo danno, poi dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua, tutte queste intenzioni scompaiono, nell’attesa che venga qualcun altro, qualunque nuova dominazione a farci tutte queste cose che tra un sorso ed un altro, abbiamo sognato, perché a noi non deve venire meno l’unica facoltà nella quale eccelliamo, la critica al fare altrui.
Certo, se siamo noi a fare, diventerebbe autocritica, ma che prio c’è!
Così gli altri fanno e noi critichiamo e così facendo ecco che anche chi dovrebbe governare, dalle nostre parti si è adeguato e pertanto non fa, lascia fare per poi criticare e se proprio, come in un gioco delle “belle statuine” nessuno prende l’iniziativa, c’è sempre la via d’uscita di criticare chi ha fatto prima di loro, chi c’era prima! .…Ma allora perché il palermitano che nnesci arrinnesci? Perché fuori, dopo averci offerto un caffè e sentiti tutti i nostri discorsi, sogni e buone intenzioni, ci fregano dicendoci: “bello, mi piace, adesso assettati e travagghia”! …Un abbraccio, Epruno.

Epruno CULT – Giugno-Luglio 2013

Carissimi …. In un momento politico nel quale tra le tante esigenze c’è una grande richiesta di semplificazione burocratica, chi penserà a semplificare la lingua italiana? Chi farà in modo che Dante non continui a rivoltarsi nella sua tomba? Era soltanto il Marzo del 960 (senza mille), in quel di Capua quando le parti nel sancire un contratto scrivevano: “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti”. Vi chiederete, in modo più o meno “volgare e non vulgare: ma cosa vorrà dire?” E ciò è rimane comprensibile, ma perché ancora oggi a distanza di mille e cinquanta anni, in italiano, debba usarsi quella lingua piena di espressioni arcaiche, scritte soltanto per confondere l’interlocutore, assumere un tono e manifestare un serioso potere? E dire che la chiesa dopo il Concilio Vaticano II, aveva aperto la strada alla semplificazione linguistica, attraverso l’abolizione del “latino” dalle celebrazioni eucaristiche di ogni giorno, facendo in modo che le povere pie vecchiette non imparassero soltanto a memoria una litania, ma capissero anche il celebrante! I nostri anziani saggi, non per nulla forgiarono il proverbio “ammuccia lu latinu gnuranza di parrinu”, nel quale manifestavano il fondato sospetto di desinenze usate male, ma addirittura di citazioni inventate o usate a sproposito. Ma torniamo a “questa mia” e alle note che fanno sfoggio di termini quali “altresì, all’uopo, diconsi, significare, adire, derivante da”.
E che dire dei “distinti saluti”, conclusione di qualunque nota aggressiva ma che comunque lascia spazio conclusivo al “cogliere l’occasione per porgere distinti saluti”. Sono termini ed espressioni che “lo scrivente” alternatamente al sinonimo, già di suo parola difficile, “sottoscritto” usa in questo linguaggio poco fluente per prendere le distanze, “nell’immediato”, dalla collettività.
E quante volte leggiamo del “predetto o sopracitato” o quante volte abbiamo “letto a margine” o ancor meglio “nell’oggetto”?
Per non dire inoltre di coloro che si son persi nell’interpretazione di sigle quali “e p.c.” con la guerra continua con il correttore automatico del programma di video scrittura, oppure “p.v.”, “c.m.” ed “u.s.”. Ma quale sforzo dietro l’accettazione di termini quali “ipovedente, ossia chi ci vidi picca”, “audioleso, colui che nun ci sienti”, “operatore ecologico, al posto di netturbino, o più semplicemente, spazzino e per i più crudi, munnizzaru”. Quante zuffe sugli autobus tra i controllori ed i controllati che non “obliteravano” il biglietto, poiché neanche sapevano di cosa si stesse parlando. A testimonianza di ciò, ieri Salvatore, intercettatomi davanti alla sua bottega, con fare circospetto mi allunga una lettera con su citato: “vengo con questa mia a rappresentarLe che qualora entro la data succitata …. la mia assistita adirà le vie legali”, “Dottore, ma chi significa? Ma questa sua, cu ci l’ha taliatu mai? ….” E la conversazione sarebbe continuata con una lunga serie di epiteti, metafore, riguardanti le parentele e la vocazione atavica della proprietaria del locale limitrofo alla bottega del nostro amico barbiere, a “deflagrare gli organi genitali”. Tutto ciò per non scrivere: “con questa lettera le dico che se entro una settimana non provvederà, la denunzio”. E si, il popolo, ha bisogno di semplicità e chiarezza .……Un abbraccio, Epruno.

Epruno CULT – Marzo 2013

 

Carissimi …. Certe volte mi lascio prendere da un dubbio, “a Palermo sono i pali dell’illuminazione pubblica a esser troppo alti o sono gli alberi a esser troppo bassi?” Voi vi starete chiedendo due cose. La prima e non vi posso e vi capisco bene, “ma che pensieri che ha costui”, la seconda certamente , “dove vuole arrivare?” Come molti di voi soffro all’idea che la mia città la sera sia buia, eppure a parlar con i tecnici della materia, sembrerebbe che negli anni scorsi molte opere siano state fatte per rinnovare o creare nuovi impianti d’illuminazione in città, ma purtroppo molte strade sono al buio, sono male illuminate o spesso richiedono  una dovuta manutenzione. Si, miei cari, la parolina manutenzione che nel mondo anglosassone è sacra come il pagamento delle tasse, qui subisce per prima gli effetti dei tagli agli investimenti economici, rendendo subito inutilizzabile un’opera o parte di essa. Se ci spostiamo dal lussuoso salotto di via Liberta e ci addentriamo nelle traverse notiamo che spesso l’illuminazione non è come quella che ci aspetteremmo. Certamente pur non essendo tecnici della materia, siamo consapevoli che dietro al livello d’illuminamento di una strada, ci saranno dei parametri standard, delle regole, delle tabelle se è vero come è che vediamo pali disposti sempre ad una stessa distanza reciproca o lampade di una stessa gradualità di colore, eppure certe traverse seppur illuminate appaiono buie.

Che peccato, e dire che avendo viaggiato abbiamo incontrato in qualunque centro abitato delle efficienti illuminazioni atte a dare anche un senso di conforto ed a rasserenarci dalla paura del buio e da brutti incontri. Noi abbiamo delle strade così belle da fare invidia a qualunque grande città ed abbiamo imparato a prender consapevolezza che seppur in presenza di un situazione mediterraneo e climaticamente particolare, le nostre strade sono in buone parti alberate e l’incidenza di verde in città, anche escludendo il polmone della Favorita e tra i più alti nelle statiche, ma l’arredo urbano è sovente mortificato da una inadeguata illuminazione. Abbiamo visto scomparire quei cosiddetti “pali a frusta” tipici dell’illuminazione stradale extraurbana contestualizzati con le loro lampade a luce bianca nei centri urbani, spesso tristi, ma efficienti come le lampade sospese a mezzo filo al centro della carreggiata, ormai in disuso nelle nostre zone a rischio sismico. Eppure questi impianti di vecchia concezione, avevano una loro funzione ed efficienza dando modo di poter ben distinguere in lontananza un oggetto. Oggi, bei pali con corpi illuminanti, che spesso sono diventati essi stessi motivi architettonici, hanno riempito i nostri centri storici insieme alle loro lampade a luce gialla, molto rassicuranti, nel pieno segno di quella tradizione britannica che attribuiva a tale luce, dai tempi di Jack Lo Squartatore una capacità dissuasiva del crimine. Noi non arriviamo a pensare tanto, siamo dei semplici utenti di strade che la sera anche grazie al rinascere di una certa movida giovanile ha ripreso a frequentare le strade della nostra città in orari serali e notturni. Noi cittadini di questa Palermo felicissima non chiediamo alle luci stradali di scoraggiare la criminalità, ma almeno di illuminare la strada per permetterci di vedere, ma una sola cosa personalmente chiedo a questa ed a tutte le amministrazioni che si sono succedute: “Ci vuole tanto a capire che gli alberi che negli anni sono cresciuti ed hanno raggiunto le teste dei pali, andrebbero regolarmente potati?” .……Un abbraccio, Epruno

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Epruno CULT – Gennaio 2013

Carissimi …. Guardo l’alba di un nuovo anno con curiosità come tutti voi e l’unica cosa che mi consola è che il sole sulla nostra bella terra sorge ancora e non ci sono “Maya o gufi” che tengano. Di contro accendo la tv, sento la radio, leggo i giornali ed ho la sensazione che i modelli che continuamente ci vengono proposti si allontano dall’idea di “essere-bene” e di qualità della vita a noi cari, facendoci credere che la ricchezza e il denaro, l’economia siano tutto nella nostra vita.
Pertanto la parola “sacrifici” è entrata di diritto nel nostro vocabolario e vorrebbe analogamente farlo nelle nostre abitudini. Molti ormai la mattina nel sorseggiare il proprio caffè oltre a sentire le notizie sportive, ascoltano l’oroscopo ed il valore giornaliero dello “spread” e secondo me con lo stesso grado di fede e attendibilità. Così lo “spread” è diventato un nostro pensiero quotidiano, è diventato il nostro nemico numero uno insieme alla Cancelliera tedesca che secondo molti ne governa le sorti, tanto che anche alle nostre latitudini, le classi sociali meno istruite che non sanno neanche cosa significhi questa parola, “per si o per no” le attribuiscono la fonte di tutti i propri guai. Lo “spread” ha finito per contrapporci ai tedeschi in maniera diversa da come per anni c’eravamo abituati, la Germania non è più soltanto quella di “Italia-Germania 4-3”, il popolo alemanno non è più quello delle turiste tardone che venivano negli anni 70 a caccia in Sicilia di giovanotti “playboy” nelle nostre località turistiche. Oggi la Germania e ancor di più l’Europa è la nostra coscienza critica, la fonte di richiesta dei sacrifici che stiamo e che dovremo affrontare per evitare che il nostro paese prenda la deriva.
V’immaginate un palermitano ed ancor più un siciliano davanti alla necessità della parola “sacrifici”? Un soggetto che dell’arte di arrangiarsi ha fatto uno stile di vita che ha saputo esorcizzare qualunque ricorrenza anche luttuosa attraverso la trasformazione in abitudini alimentari e festeggiamenti, lo vedete a doversi confrontare con il concetto di rigore economico? Potrà mai costui pensare che la parola felicità sia sinonimo do “spread basso” e non di “nguantiera di arancine” o vassoio di “Sfinci di San Giuseppe”? Per un milanese, sempre intento a correre durante la giornata per produrre, parlare di felicità associata al potere di acquisto della nostra moneta, forse, può avere un senso, ma alle nostre latitudini? Ci si dimentica spesso che la nostra nazione è unica nel suo genere, basterebbe fare due considerazioni: la prima che il nostro paese si estende in lunghezza ed è per così dire “molto lungo”; la seconda, che fino ad un secolo e mezzo fa, era un insieme di stati sovrani con una propria storia, un proprio patrimonio culturale ed artistico, una propria lingua e soprattutto un proprio carattere. Eppure, questa grande “cooperativa”, seppur consapevole delle proprie diversità al proprio interno, nel momento in cui ha dovuto competere con le altre nazioni ha trovato dentro se motivazioni e risorse impensabili se cercate in uno sterile ragionamento fatto a tavolino.
Questo è ciò che mi lascia ottimista per il futuro, più di quanto mi possa incoraggiare il livore dei dibattiti dell’interminabile stagione elettorale.
Non potremo mai essere dei bravi tedeschi, dei bravi francesi, dei bravi inglesi, ma soltanto dei “buoni italiani” che con la propria “creatività” che andrà ben oltre a quella esplicitata nelle barzellette. Non potremo mai essere “sobri ed anglosassoni”, poiché saremo sempre la terra di “Pulcinella e di Balanzone”, abbiamo soltanto la necessità di esser un po’ “più seri” in quella che è la visione della “cosa pubblica”. Sono certo che la nostra gente saprà andar ben oltre a quanto prospettato dalla nostra attuale classe dirigente, una volta avuta la consapevolezza che questa si sia avviluppata intorno a sterili ragionamenti e progetti che non portano soluzioni, poiché soltanto la nostra creatività, il nostro spirito di conservazione, il nostro conoscere il concetto di “fame”, tramandatoci da ci ha preceduto, ci porterà a superare anche questa difficile stagione.……Un abbraccio, Epruno.