Archivio per la categoria: Editoriale Settimanale

L’Arte di Apparire non più Nobile

Carissimi,

ero bambino e, dietro l’alto muro di una grande villa ormai consumata dal tempo, immaginavo i nobili trascorrere i pomeriggi giocando a carte. Mi sembravano persone speciali, appartenenti a un mondo lontano, dove il privilegio era quasi una condizione naturale. Poi si cresce e si scopre che, molto spesso, la nobiltà consisteva soprattutto nell’arte di annoiarsi.

Come diceva un mio caro amico comico: «Vedete che è brutto?».

Sì, è brutto. Ma ancora più curioso è continuare a rimpiangere un mondo che abbiamo scelto di lasciarci alle spalle. La monarchia appartiene alla storia e la Repubblica, che oggi compie ottant’anni, rappresenta ormai la nostra identità istituzionale. Eppure continuiamo a guardare con nostalgia titoli, stemmi e cognomi illustri, come se bastassero a certificare un valore che il tempo, invece, ha già provveduto a ridimensionare.

Perché oggi, nella maggior parte dei casi, non è rimasta né la nobiltà né la ricchezza. Non viviamo più nell’Italia delle cambiali, ma in quella dei debiti e dei patrimoni lentamente dissolti. Del resto, la ricchezza è una creatura infedele: cambia spesso proprietario e, come ricordava un altro caro amico, raramente sopravvive a più di una generazione, soprattutto quando non è stata conquistata ma semplicemente ereditata.

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Perché Abbiamo Smesso di Competere

Carissimi,

sapete qual è il vero problema?

Non è che perdiamo. È che abbiamo quasi smesso di gareggiare, e sono due cose completamente diverse.

Una volta il gusto consisteva nel battere l’avversario sul campo; oggi, invece, il vero capolavoro consiste nel convincerlo a non presentarsi nemmeno, perché è molto meno faticoso. Così ci siamo specializzati in una disciplina tutta nostra che alle Olimpiadi ancora non esiste, ma che, se mai dovessero introdurla, ci vedrebbe conquistare l’oro senza bisogno dei supplementari: la delegittimazione preventiva.

L’avversario non si affronta, si squalifica, possibilmente prima ancora che scopra dove si gioca la partita. È la vittoria perfetta, quella che non comporta sudore, fatica e nemmeno il rischio di perdere, perché, in fondo, è molto più rassicurante organizzare un torneo nel quale partecipiamo soltanto noi. Naturalmente, in quel caso, arriviamo primi.

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Quanta Cura dietro un Acquario

Carissimi,

in questi nostri appuntamenti abbiamo spesso osservato, ognuno dal proprio punto di vista, i cambiamenti che attraversano la nostra città, cercando di distinguere ciò che appartiene alla naturale evoluzione dei tempi da ciò che invece continua a riproporsi come un vecchio difetto mai corretto.

Le città cambiano, così come cambiano i costumi, le abitudini e perfino il nostro modo di interpretare gli spazi nei quali viviamo. Tuttavia, ogni cambiamento porta con sé inevitabili contraddizioni.

Pensiamo ai cantieri, ad esempio.

Per anni abbiamo denunciato carenze strutturali, ritardi, opere mai realizzate e infrastrutture mancanti. Poi, quando finalmente arrivano i lavori necessari a colmare quei vuoti antichi, scopriamo improvvisamente di non possedere più la virtù più difficile: la pazienza.

Naturalmente non sempre la colpa è del cittadino. Spesso ciò che manca non è l’opera, ma il racconto dell’opera. Prima dei proclami servirebbe l’informazione, perché nessuno ama svegliarsi una mattina e scoprire che la propria quotidianità è stata modificata da decisioni prese sopra la propria testa. Leggi il resto dell’ articolo »

La Bellezza e la Convenienza

Carissimi,

che differenza esiste tra la bellezza e la convenienza?

Sembrerebbero due concetti lontanissimi, destinati a viaggiare su binari paralleli senza mai incontrarsi, ma basta fermarsi un attimo, guardarsi intorno e osservare il meraviglioso spettacolo delle nostre contraddizioni quotidiane per capire che, probabilmente, quella distanza esiste davvero.

Perché non sempre ciò che è bello conviene e, soprattutto, non sempre ciò che conviene è bello.

Dentro questa semplice riflessione possiamo infilare quasi tutto: la politica, la gestione della cosa pubblica, la burocrazia e anche quella curiosa umanità che spesso si candida ad amministrare il bene comune con il nobile intento dichiarato di occuparsi degli altri, salvo poi scoprire una particolare predisposizione alla manutenzione ordinaria e straordinaria del proprio interesse personale.

Il bello, così come il bene, dovrebbe essere qualcosa di oggettivo, riconoscibile da tutti, indipendentemente dalla firma di chi lo realizza, perché una cosa fatta bene rimane fatta bene anche quando non porta vantaggio a chi la giudica.

E allora nasce spontanea una domanda apparentemente banale: quanto costa fare bene una cosa?

Molto spesso esattamente quanto costa farla male.

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Uno, Dieci, Cento Dua Lipa

Carissimi,

Vi ho già detto che secondo me la città e di chi la ama. Perché una città, a differenza di un appartamento o di un suv parcheggiato in doppia fila, non ha un proprietario esclusivo. Appartiene un po’ a tutti quelli che riescono ad amarla.

E l’amore, si sa, è una faccenda strana. Non chiede certificati di nascita, alberi genealogici o attestati di residenza. Si può arrivare in un luogo per caso e finirci intrappolati per sempre, come succede con certi amori e con certe gastriti.

In questi giorni abbiamo letto della celebre cantante internazionale che ha deciso di festeggiare a Palermo il proprio matrimonio, insieme a una nutrita compagnia di ospiti importanti, ricchi, famosi e probabilmente anche ben vestiti. Pare che la scelta sia nata da un precedente viaggio durante il quale la nostra città le avrebbe rubato il cuore.

A Palermo, però, quando qualcuno si innamora della città, c’è sempre qualcuno che si offende. Leggi il resto dell’ articolo »

La città è di chi la vive

Carissimi,

oggi vorrei parlare di Palermo, impresa rischiosa quasi quanto discutere di calcio durante una retrocessione o di politica durante una spartizione di poltrone.

Perché Palermo ha una caratteristica straordinaria. Tutti la criticano, tutti la amano, tutti sostengono di sapere esattamente come dovrebbe essere amministrata e nessuno è disposto ad accettare che qualcun altro possa avere ragione.

Essere palermitani, in fondo, non è soltanto una condizione anagrafica. Ci sono persone nate qui che non hanno mai capito questa città e persone arrivate da lontano che, dopo pochi anni, ne comprendono perfettamente pregi, difetti e perfino le sue misteriose regole non scritte.

Palermo è una città che pretende amore, ma raramente ricambia con puntualità.

Per questo motivo meriteremmo una città migliore. Non perfetta, perché la perfezione è un vizio delle brochure turistiche, ma una città pensata, curata e governata con una parola che da noi viene pronunciata spesso e praticata raramente, quasi fosse una forma di eresia amministrativa. Leggi il resto dell’ articolo »

Le Ambizioni del Mulo

Carissimi,

crescendo ho imparato a credere anche a cose che da bambino avrei giudicato impossibili. Ad esempio oggi credo ai vampiri, ma non a quelli transilvanici con il mantello e le occhiaie incapaci di sopportare la luce del sole. Credo piuttosto a quelli moderni, assai più eleganti e socialmente integrati, che basano la propria esistenza cannibalizzando il lavoro altrui, le conoscenze altrui, talvolta perfino le tavole altrui, poiché il vero patrimonio della nostra epoca non è più il denaro ma la rete dei contatti.

Una volta esisteva la vecchia agendina, custodita quasi come un tesoro dagli organizzatori di eventi, dai professionisti, da chiunque avesse bisogno di muoversi dentro relazioni utili. Oggi quell’agendina è diventata digitale e il suo valore si misura attraverso follower, like, consensi, visualizzazioni, numeri che spesso producono una ricchezza più apparente che reale. Il prestigio contemporaneo sembra fondarsi non su ciò che si è, ma sul numero di persone che fingono di interessarsi a ciò che mostriamo.

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Anche tra Mozart e Stalin è possibile trovare un contatto

Carissimi,

credo ancora nel grande potere della musica, non perché renda migliori gli uomini, sarebbe una pretesa eccessiva anche per Wolfgang Amadeus Mozart, ma perché talvolta riesce almeno a scalfire quella crosta dura e feroce che ognuno si porta addosso come corazza, uniforme o semplice abitudine alla propria ottusità. La musica non converte nessuno, non trasforma il lupo in agnello e neppure il cretino in pensatore, però possiede una qualità rara, quella di trovare un minimo comune denominatore tra animi diversissimi, perfino tra quelli che sembrano impermeabili a qualunque forma di bellezza.

Se poi restiamo della nostra idea, pazienza, purché si esca da un confronto con un dubbio in più, con una crepa nella propria sicurezza, che già sarebbe un progresso civile.

Del resto se è vero che Trump sembra avere una certa inclinazione per i Village People, ed è già materia sufficiente per un trattato di geopolitica musicale, è anche vero che Putin, in compagnia del Cavaliere, si dilettava ad ascoltare musiche napoletane cantate e suonate al pianoforte, è altrettanto vero che anche Iosif Vissarionovič Džugašvili, detto Stalin, dietro quell’animo contadino, siberiano, impenetrabile, feroce e burocraticamente sanguinario, coltivava una latente passione per la musica classica.

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A breve novità editoriali

Finalmente Epruno ha deciso di mettere su carta una rassegna dei racconti brevi che vi hanno fatto compagnia in questi anni sul web, ina radio o sulle testate on-line come editoriali e in teatro nella rassegna di “Leggendo Epruno”.

Il diavolo non veste Prada

Carissimi,

confesso che, più passa il tempo, più mi convinco che fare il docente non sia un mestiere ma una disciplina ascetica, una via di perfezionamento interiore che, se praticata a lungo, dovrebbe dare diritto almeno a una pensione anticipata o a un piccolo altare votivo. Perché insegnare a una classe brillante è quasi una forma di turismo culturale: si parla, loro capiscono, qualcuno persino annuisce, e il docente torna a casa persuaso che il genere umano sia salvabile. Ma il vero cimento è un altro, è quando davanti hai una platea che ti guarda come si guarda il libretto delle istruzioni di una lavatrice, con sospetto e rancore. Lì comincia il sacerdozio.

Perché spiegare concetti semplici a chi non vuole comprenderli è come tentare di insegnare il contrappunto a una gallina. Tu insisti, ti sforzi, elabori metafore, esempi, parabole, fai persino il mimo se necessario, sperando che qualcosa attecchisca. E qualche volta succede. Un lampo. Un neurone che si accende. Un miracolo minore. Ed è per quei miracoli che uno continua.

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