Archivio per la categoria: Editoriale Settimanale

L’egoismo post pandemico di coglier l’attimo

Carissimi

Mi sono incontrato per strada e specchiandomi in una vetrina non mi sono riconosciuto, non ero quello dei miei racconti e dei miei pensieri, non ero lo stesso dello specchio di casa mia e credetemi, avendo molta stima di voi lettori sono certo che avrete compreso che i chili, il fisico, l’esteriorità non c’entrano nulla con quanto vi racconterò riferito a questo periodo di “arresti domiciliari per covid” lasciato alle spalle.

In questo strano periodo di ricerca interna, privato da alcune libertà, mi sono reso conto che quelli che io consideravo “i miei problemi” tali non erano più, essendo così tanti per rimanere “miei” in rapporto alla prospettiva della mia aspettativa di vita e delle mie attuali capacità.

Ho iniziato pertanto a pensare per una volta e per tutte che “i miei problemi” erano stati non ereditati, ma condivisi nella mia vita quotidiana e qualora fossero rimasti tali, ci sarebbe stato certamente chi li avrebbe fatto suoi, un domani in mia assenza, a maggior ragione se io li avessi nel frattempo risolti.

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Fa caldo… e il palermitano ha le allucinazioni

Carissimi,

Fa caldo! Quando fa caldo a Palermo la gente “strammia” ed inizia a fare “discorsi persi”, ma ancora più persi di quelli che di sovente fa e in più inizia a “cuntari minchiate”, ancora più grosse di quelle che giornalmente racconta e così finisce per confondersi la realtà con la fantasia, iniziano anche i miraggi tipo quelli che nelle città dove le strade sono uniformemente asfaltate ti danno l’impressione di vedere una immagine mossa più ti allontani con lo sguardo.

Accade finanche che la gente immagini addirittura di vedere girare per strada al centro storico un bolide di Formula 1, vi immaginate il livello di fusione?

Ma il palermitano è così e crede a tutto come diceva Renzino Barbera quando raccontava la storia del mondo e parlava di colui che non creduto, affermava di conoscere Pirandello ai giorni d’oggi (all’epoca ma comunque sempre dopo anni dalla sua morte) e di averlo visto alla fermata del 21/31 in via Dante.

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Data astrale 301540. “Lunga vita e prosperità”

Carissimi, ricorderete tutti la storiella del carabiniere che al ritorno di uno stancante servizio si riposa in soggiorno in vestaglia e ciabatte e legge il giornale quando viene raggiunto dal figlio che gli porta la bella notizia: “Papà la maestra (delle elementari) oggi ha voluto vedere la mia paginetta di aste e poi la mia paginetta di quadratini, mi ha fatto i complimenti e mi ha messo un nuovo dieci.” Il padre di famiglia con una espressione compiaciuta e senza sollevare lo sguardo dal giornale si complimenta con il figlio: “bravo figlio mio, bravo, bravo!

E il figlio incalza: “Papà ma perché sono così bravo, forse perché sono troppo intelligente, forse perché sono figlio tuo?

E il povero genitore continuando a leggere il suo giornale senza sollevare lo sguardo dal giornale risponde: “No ………… picchì hai 30 anni figghiu miu!!!

Penso a ciò, quando la mattina mi alzo e ascolto notizie che mai vorrei sentire, del tipo: “questa notte è morto il grande musicista ……. l’attore famoso ……… lo scrittore …………. Il grande fotografo …………

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Avirità? “Me ne frego…”

Carissimi,

Sapete come accade spesso quando in un contesto circoscritto ci si trova a perdere tempo nell’attesa di qualcosa e si sente la necessità di parlare con qualcuno, anche con lo sconosciuto che è seduto accanto a voi, pur di avere qualcuno che ascolti i nostri pensieri a voce alta.

È capitato anche a me e pur di non parlare da solo, non sono pazzo, odiando il telefonino, ho in­iziato a parlare seduto in quella panca mentre accanto a me, con la sua bocca stretta a salvadanaio, il mio vicino mi  guardava e “tistiava”, trovando ogni tanto il coraggio di aprir bocca per dirmi… A virità!

Mi sentivo un opinionista e avrei voluto che quel momento non terminasse mai perché ne avevo di cose da dire, ce ne erano cose che secondo me non funzionavano, eppure guardavo il mio uditore, (avvolto da quel suo vecchio cappotto, le scarpe grandi e usurate, una faccia con la barba dura non fatta da almeno un paio di giorni, i suoi capelli scuri, spettinati e chi sa quanti pensieri per la testa di bollette scadute, di figli irrealizzati, di matrimoni andati a male e di tanta, tanta precarietà), ogni tanto stringere quelle sue labbra sottili, voltare lo sguardo verso di me spalancando gli occhi, sollevando le spalle e ripetere… A virità!

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Turno, parola d’offesa da utilizzare su prescrizione medica

Carissimi

“Eramo qualche più di duecento persone, però a ringa a ringa ci hanno vaccinato e in meno di due ore eramo tutti fuori”.

È inutile Amici miei, non c’è competizione, in questa frase c’è tutta l’insularità della nostra comunicazione, della nostra cultura altrettanto rispettabile quanto alle frasi scritte dal messinese Guglielmo Shakespeare o dallo scozzese Robert Burns o delle ballate Bod Dylan.

“Eramo”, voce plurale del passato del verbo essere, “noi eramo” simile soltanto al presente plurale del verbo avere dell’italiano dei calciatori argenti “avemo”, capirete che è tutto un altro mondo.

Ci sono parole nel nostro parlare siculo-palamito uniche così come di contro non esistono parole e concetti presenti nella cultura internazionale.

Prendete appunto la parola “turno” che in italiano ha una sua connotazione e significato, ma nel siciliano-palamito non esiste e per di più non esiste il concetto di turno così come i suoi sinonimi, quali fila o parole come attesa, se poi a questa parola associate aggettivi del tipo “ordinata”, a quel punto il tutto finisce in rissa.

Il palermitano incarna naturalmente il concetto dell’Io, detto a petto gonfio proprio a voler significare il nulla dopo di noi, ne prima di noi e quindi quando giunge in un contesto dove ci sono altri esseri viventi, ma mai suoi simili in quanto lui è unico, per quale motivo dovrebbe unirsi a loro per incolonnarsi, quando tutto intorno a lui dovrebbe prevedere una ampia zona di rispetto, propriamente, rispetto?

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Per continuare a non dimenticare con una settimana di ritardo

Carissimi

Si spengono le luci, terminano le rituali manifestazioni, si puliscono i luoghi di ritrovo, si avvolgono gli striscioni e si conserva tutto per il prossimo anno, quando sarà passato di certo un anno in più e si opererà come accade nei paesi per le feste patronali riponendo i santi nelle loro cappelle.

Qualcuno nel frattempo si cimenterà con la creazione di nuove “opere d’arte” di quelle valide un giorno, cannibalizzerà qualche foto storica, rimetterà insieme stralci di discorsi fatti dagli eroi e li chiamerà pure per nome come se si parlasse del compagno di giochi.

Cosa accadrà durante l’anno? Nulla, la vita continuerà come prima peggio di prima, malgrado avremmo perpetrato la nostra professione di fede così come fanno i cattolici non praticanti che per paura dell’inferno, nelle feste comandate, tornano in chiesa.

Ma che ne è della pratica, così come per la fede, le cose che ci siamo detti in una giornata di festa tra i palloncini e i bambini che leggono brani e parlano di storie delle quali non sono stati testimoni, spesso come piccoli automi “cu u viecchiu dintra”, di contro che ne sarà della pratica per noi che siamo stati coevi, abbiamo conosciuto e siamo ancora vivi?

Non è un paese serio, quante volte vi ho ripetuto ciò, cosa ci aspettiamo da questa ritualità, se Nostro Signore è morto in croce da duemila anni per darci un esempio e noi abbiamo continuato a vivere come se ciò non fosse mai accaduto, cosa ci aspettiamo dall’esempio degli Eroi?

Cosa abbiamo fatto per cambiare questa terra? Se gli Eroi da vivi in certi salotti erano considerati antipatici tanto da aver suscitato l’uso dello champagne alla notizia dei loro assassini, cosa sarà cambiato non dico in quei salotti ma nella mentalità della gente comune?

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Il Principe e il Povero

Carissimi,

Enrico detto Ricuzzo da parenti e amici, guardava la su TV per una volta con tanta attenzione, in quel suo angusto appartamentino di due ambienti multifunzionali condivisi con la nonna paterna, il padre ed un fratello più grande, nel suo quartiere di periferia, immedesimatosi sulle vicende del suo omonimo anglosassone.

Enrico, sentiva le dichiarazioni del giovane principe Harry in TV annuendo “La vita nella famiglia reale è uno zoo. Le mie sofferenze? Genetiche, ereditate da mio padre. Mi ha trattato nel modo in cui è stato trattato dai suoi genitori“. Chi come lui poteva capirlo essendo cresciuto in una casa con due cani randagi trovati per strada, una gatta a mezzo servizio e soprattutto certi topi come conigli. E che dire delle sofferenze genetiche ereditate da un patri mriacuni come lo fu il nonno, maltrattato e bastonato ogni sera al ritorno della taverna.

Certo Carletto, papà di Ricuzzo, non era un Mountbatten ma aveva almeno insegnato a suo figlio a prendere la vita con filosofia, una filosofia “ZEN” o meglio “ZEN 2” e c’è già una certa differenza sostanziale.

Anche sua nonna Sabetta se non di reale discendenza Windsor, nata a Danisinni e poi deportata alla Zona Espansione Nord, quartiere di grande architettura una volta stabilita la inabitabilità della sua baracca, a suo modo aveva alle spalle una storia pesante e un mestiere tramandato e svolto prima di abidcare a favore delle giovani generazioni. Chiamata “la regina” anche lei, nei periodi d’oro della sua professione, quando suo nipote minore Ricuzzo, il preferito e preso sotto la sua ala, dopo la morte prematura della madre, si presento in casa con la notizia di aver ingravidato una giovane “turca”, come la chiamava lei a causa dell’evidente colore più scuro della pelle esclamo: “Sta gran butt……”.

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“Verrà un giorno” disse fra Cristoforo ….

Carissimi

“Verrà un giorno”, ci disse fra Cristoforo ….

Arriverà il momento in cui si potrà tornare a viaggiare con normalità e io, dopo averlo rinviato per anni, vorrei andare in oriente in Cina. Si un domani sogno di andare a conoscere il Dr. Zao Zing (supponiamo si chiami così) che quel giorno nel laboratorio di Wuhan disse: “cazzo ho sbagliato“.

Lui non avrebbe neanche bisogno di chiedermi in qualunque lingua, “posso esserle utile, chi sta cercando”, ma dalla mia espressione dovrebbe già comprendere ed iniziare a correre, corridoi corridoi, urlando nella sua lingua: “aiuto mi vogliono ammazzare”!

Ma quale ammazzare? Non farei una cosa del genere a qualunque essere vivente, io vorrei fare soltanto ci che facevano i ns genitori degli anni sessanta quando si facevano trovare a casa in canottiera e con la cinghia dei pantaloni in mano ………. “mchia cuorpi di curria”, così tanti mentre lui continuerebbe a dire “ahi mi fai male”, ma in Cinese e quindi non parlandolo, continuerei senza capirlo ma continuando a dire dopo ogni colpo di cinghia sul sedere: “hai sbagliato? Dillo un’altra volta? Hai sbagliato ……te cca lazzaruni …. cunsuna umanità!”

Si, perché mai come in questo caso si tratta di un “cunsuma umanità”, altro che famiglie.

Ma questi giochi che si fanno sono? Ma in laboratorio non lo avevano il piccolo chimico? Con queste cose si gioca?

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Tranquilli a Palermo il Virus Scapperà per Stanchezza

Carissimi, “rossi-arancioni tendenti al giallo” come state?

Innanzi tutto, vi siete vaccinati? Avanti, non dico alle signore che tendono a non voler scoprire l’età e soprattutto a non mentire sciorinando improbabili malattie che imporrebbero la vaccinazione benché si sia nel fiore dell’età.

Ebbene sì, come disse chi per primo saltò lo steccato, “abbiamo fatto pure questa esperienza!”

A Palermo diventa tutto cabaret, anche momenti tragici come questi e così approfittando di un “open-day” parola difficile, non solo per i miei Amici abitanti di Crongoli, ma anche per la signora che uscita fuori da un fondaco per fare “sta cosa ca’ s’avi a fari”, la parola “day” e ancora, ancora ci stava, ma la parola “open” era troppo pericolosa e lo si sapeva, specialmente nel momento in cui qualcuno ne tradusse il significato con “aperto”, “libero”.

A Palermo appena si sente la parola “libero” c’è un solo sinonimo …. “burdello” e va spiegacillo che trattasi di bene pubblico, di tutti, neanche il tempo di completare la parola che al militare che stava lì di presidio a regolare la fila “ci spiriu a penna” e non sarebbe stata gran cosa se non si fosse trattato di un Alpino.

Fu così che fui testimone dei fatti che narrerò a seguire. Una situazione all’apparenza organizzata alla perfezione dopo giorni di difficoltà affinché ci si potesse sbrigare prima. Una signorina che ti viene in camice incontro, subito chiamata da tutti dottoressa ma prontamente schernitasi e riportata al suo ruolo di infermiera che invita le persone a dividersi in due file, rispettando il percorso segnato, quella dei prenotati ai quali veniva chiesto di esibire la prenotazione e quella libera dei non prenotati.

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Come si fa a non saper scegliere?

Carissimi
Come si fa a non scegliere, come si fa a non voler scegliere, come si fa a non sapere scegliere?
Lo/la vedete al supermercato a turno dietro di voi mentre date disposizioni circa le vostre preferenze, prima di essere servito, lui/lei come se volesse essere invisibile, cosa che non è, ascolta tutti i vostri discorsi ed alla fine, rivolgendosi al banconista dice: “prendo quello che ha preso il signore prima di me!
Accade che voi avete fatto una scelta ponderata più che abitudinaria del tipo 200g di “giraffa farcita” o “bue in grasso di uro” o addirittura “stricnina” che lui/lei che sta dietro di voi ad ascoltare, dice: “prendo la stessa cosa”.
Ciò accade non soltanto per le cose da mangiare, accade anche in un negozio di abbigliamento, dove voi state a scegliere e provare i capi che vi fanno stare meglio e non appena lo posate sulla montagna di roba che avete provato, c’e chi, sperando di essere invisibile, vi stava guardando e che alla fine o sfila da quella montagna di roba il vostro capo d’abbigliamento o addirittura chiede: “c’è la mia taglia?
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