Carissimi,

credo ancora nel grande potere della musica, non perché renda migliori gli uomini, sarebbe una pretesa eccessiva anche per Wolfgang Amadeus Mozart, ma perché talvolta riesce almeno a scalfire quella crosta dura e feroce che ognuno si porta addosso come corazza, uniforme o semplice abitudine alla propria ottusità. La musica non converte nessuno, non trasforma il lupo in agnello e neppure il cretino in pensatore, però possiede una qualità rara, quella di trovare un minimo comune denominatore tra animi diversissimi, perfino tra quelli che sembrano impermeabili a qualunque forma di bellezza.

Se poi restiamo della nostra idea, pazienza, purché si esca da un confronto con un dubbio in più, con una crepa nella propria sicurezza, che già sarebbe un progresso civile.

Del resto se è vero che Trump sembra avere una certa inclinazione per i Village People, ed è già materia sufficiente per un trattato di geopolitica musicale, è anche vero che Putin, in compagnia del Cavaliere, si dilettava ad ascoltare musiche napoletane cantate e suonate al pianoforte, è altrettanto vero che anche Iosif Vissarionovič Džugašvili, detto Stalin, dietro quell’animo contadino, siberiano, impenetrabile, feroce e burocraticamente sanguinario, coltivava una latente passione per la musica classica.


Ed è proprio qui che la storia si fa interessante, o forse semplicemente più vera di quanto non sembri. Una sera Stalin ascolta alla radio un concerto per pianoforte di Mozart, qualcuno sostiene che si trattasse del Concerto per pianoforte n. 23 in la maggiore K. 488, ne resta colpito e, come accade quando il potere assoluto desidera qualcosa, non chiede ma ordina, vuole quel disco, subito. Il problema è che quel disco non esiste, non si tratta di una registrazione ma di una diretta radiofonica, e nessuno, comprensibilmente, ha voglia di spiegare al dittatore che ciò che chiede non può essere consegnato.

Così si mette in moto quella macchina perfetta e grottesca che solo le corti dei potenti sanno costruire, vengono richiamati orchestrali, tecnici, sale di registrazione, si ricrea l’esecuzione, forse anche un pubblico fittizio, e in poche ore nasce un disco che deve fingere di essere ciò che non è mai esistito, un falso necessario perché davanti al potere perfino la realtà deve adeguarsi.

Al pianoforte c’è Maria Yudina, straordinaria interprete e figura indipendente, qualità che in certi contesti non sono virtù ma rischi. Stalin ascolta, resta colpito e le invia 20.000 rubli, una cifra enorme, e qui la storia cambia passo. Yudina ringrazia, ma comunica che donerà il denaro alla Chiesa e che pregherà per lui. In pieno regime ateo, dentro un sistema che non tollerava deviazioni, una donna scrive al potere per dirgli che si occuperà della sua anima.

Chiunque altro avrebbe pagato caro un gesto del genere, perché i dittatori tollerano tutto tranne la libertà spirituale, soprattutto quando si presenta con educazione. E invece nulla accade, nessuna ritorsione, nessuna sparizione, come se per un istante la musica avesse creato una zona franca, un territorio nel quale il potere non riesce a entrare.

Poi arriva l’immagine che ha reso questa storia quasi leggenda.

Nella notte tra il 28 febbraio e il 1° marzo 1953 Stalin si ritira nei suoi appartamenti dopo una lunga serata, ore dopo viene trovato riverso, colpito da emorragia cerebrale, e secondo il racconto più noto nella stanza vi sarebbe stato un giradischi con quel disco di Mozart, forse il Concerto K. 488, la puntina che continua a girare anche dopo la fine dell’esecuzione, come se la musica restasse a testimoniare ciò che il potere non può controllare.

Non sappiamo quanto di tutto questo sia rigorosamente documentato e quanto sia stato costruito dal tempo, che è un pessimo archivista ma un ottimo narratore, però il nucleo resta, Mozart, la registrazione forzata, la Yudina, il gesto, il silenzio del potere. Non è un caso che questa vicenda sia stata ripresa anche dal cinema con The Death of Stalin, perché il grottesco spesso racconta meglio della cronaca ciò che accade davvero.

E come se non bastasse, nello stesso giorno muore anche Sergei Prokofiev, e il suo funerale passa quasi inosservato, schiacciato dall’apparato del dittatore, come se la storia avesse deciso che non c’era spazio per due addii nello stesso momento.

Cosa ci resta allora. Forse una cosa semplice, dietro ogni animo, anche il più duro, può esistere una fessura inattesa, non una redenzione, non assolviamo nessuno con Mozart, ma un punto debole sì, un varco minimo attraverso cui la musica riesce a passare.

La musica non salva gli uomini, però qualche volta li mette a nudo. E forse è già abbastanza.

Un abbraccio,
Epruno.