Archivio per la categoria: Generale

Il triangolo delle nefandezze

Ogni grande tragedia che si verifica in occasione di eventi di pubblico spettacolo è quasi sempre riconducibile alla concomitanza di tre fattori: un luogo inadeguato o gestito con scarse competenze tecniche, un’organizzazione priva di scrupoli e un comportamento imprudente o irresponsabile che innesca il panico. Si tratta di un vero e proprio “triangolo del fuoco” che, più propriamente, può essere definito un triangolo delle nefandezze.

Il dibattito che segue tragedie come quella avvenuta nella notte di Capodanno del 1° gennaio 2026 nel bar Le Constellation di Crans-Montana tende spesso a svilupparsi su un piano emotivo, alimentato da confronti impropri e da valutazioni prive di fondamento tecnico. Tuttavia, l’esperienza dimostra che eventi di questo tipo raramente sono frutto della fatalità: nella maggior parte dei casi sono la conseguenza di scelte evitabili, dettate dall’anteposizione dell’interesse economico alla sicurezza delle persone.

Alla domanda se quanto accaduto, alla luce delle informazioni emerse dagli organi di stampa e delle prime evidenze in materia di inadempimenti sulla sicurezza, avrebbe potuto verificarsi in Italia, la risposta è negativa. Il sistema normativo italiano in materia di pubblico spettacolo è infatti tra i più rigorosi in Europa.

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Ricordo del Maestro – Di Tiziana Caccamo (da Cospiria)

Un racconto di Natale

Carissimi

Ogni villaggio ha il suo scemo, ma Robertino, detto Bobò, non era uno scemo come tanti.

Già da piccolo era un bambino fisicamente molto più sviluppato degli altri, per la sua età, ma per sua madre era sempre rimasto il suo Robertino, difeso e voluto contro ogni morale comune. Era rimasta incinta di un uomo sposato che non aveva mai voluto riconoscere il bambino e che lei, invece, aveva deciso di tenere.

Donna di servizio da sempre, cacciata di casa e additata come donna di facili costumi, aveva avuto un’unica colpa, trovarsi a servizio presso una persona potente che, un giorno, aveva deciso per sfizio di abusare di lei. Da quella storia nefanda era nato Bobò, cresciuto nell’affetto come un dono, non come una vergogna.

Eravamo cresciuti insieme negli anni della mia infanzia, e con lui giocavo quando d’estate ci recavamo a Cerze, il suo paese, un piccolo centro di montagna, poi, a seguito di una brutta influenza, Robertino contrasse una meningite batterica che gli provocò danni cerebrali permanenti. Da allora la sua vita rimase segnata da una compromissione intellettiva e cognitiva che lo condusse, all’età di dodici anni, in quella condizione che il paese, con crudele semplicità, chiamava “scemenza”.

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Arcipelago “Gulash”

Si può essere intellettuale o artista ed avere la tessera di partito?
Certo che si può. Così come si può essere sobri e lavorare in una distilleria. Il problema non è la possibilità, ma la tenuta.

E, di contro, può definirsi “organico” e dissentire?
Sì, ma solo fino a quando il dissenso coincide casualmente con la linea ufficiale. Dopo diventa eresia, e l’eresia non è prevista dallo statuto.

Se ci pensate bene, c’è molta più libertà nell’essere perdenti e poter dire ciò che si pensa, che nell’essere vincenti e dover pesare ogni parola per non “offendere” chi scambia una critica per lesa maestà. Il vincente non ascolta: annuisce. E l’annuire è il primo sintomo della sordità politica.

Così facendo, però, non esisterà mai la possibilità di porre rimedio ai propri errori: tu non li vedi e gli altri non te li fanno notare. Non per bontà, ma per convenienza. E siccome non sei allenato al dialogo interiore, al primo dubbio diventi automaticamente dissidente.
Ecco perché conviene non tenere tessere di adesione in tasca: pesano, scaldano e impediscono di dire la propria senza che qualcuno si senta profondamente, irrimediabilmente, mortalmente offeso.

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Siamo più pazzi che “volenterosi”

Voglio parlarvi di una categoria di pazzi, una categoria che infesta i social e i media con tale sicurezza da far dubitare che le loro affermazioni siano frutto di intelligenza umana. A volte viene da pensare che si tratti di qualcosa di peggio: una forma evoluta di deficienza artificiale.

Come si può inneggiare alla guerra? Come si può pronunciare l’espressione “guerra giusta” senza provare imbarazzo? E come si può immaginare che una guerra risolva un problema e produca pace, senza prima disseminare il terreno di morti, macerie e lutti?

Dall’origine dei tempi l’uomo attacca un altro uomo per una ragione semplice e banale: difendere o conquistare beni. È il denaro che governa tutto. Avete mai visto guerre in scenari davvero poveri? Avete mai visto esportare democrazia in territori dove non ci fossero né petrolio né risorse naturali da sfruttare?

Eppure oggi qualcuno — i soliti noti — si riarma proclamando di dover difendere la libertà di un popolo aggredito, che guarda caso vive su terre ricche di minerali rari e altre risorse appetibili. Con nobile slancio morale, questi decidono di immolarsi per fare “la cosa giusta”: la guerra, sempre la guerra.

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“A pò calari a pasta”

Carissimi,
il telefono cellulare nacque con l’idea di poter comunicare senza essere legati a un apparecchio fisso e, diciamolo, anche per ostentare un certo prestigio davanti ad amici e rivali di lavoro. Così pensò Martin Cooper quando “indossò” il primo apparecchio portatile e, dalla strada, telefonò al suo concorrente invitandolo ad affacciarsi per guardarlo.

Da quel momento alle nostre latitudini tutti i parvenue sentirono il bisogno di averne uno, per far capire che se lo potevano permettere e che potevano sostenerne le esose tariffe.
Il mondo, pian piano, si riempì di enormi telefoni con antenna: tutt’altro che portatili, certo non da tasca. Fu così che iniziò la diffusione di questo strumento… ancora per poco “innocente”.

Poi arrivò lui: il “demoniaco” Steve Jobs, che con il suo iPhone rivoluzionò la telefonia mobile. Produsse in massa smartphone apparentemente “alla portata di tutti”, creando di fatto un computer tascabile capace di fare qualunque cosa: collegarsi a Internet, fotografare, filmare… e, alla fine, anche telefonare.

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Uno studente studia per prendersi una “Laura”

Il ragazzo è uno studente che studia che si deve prendere una Laura, così scrivevano i fratelli Capponi, ma loro credevano nel titolo di studio e nella serietà del percorso che l’adorato nipote stava portando avanti.

Carissimi, oggi il titolo di studio vale quanto un gratta e vinci già grattato.
E non perché non serva più studiare, o perché nelle università non ci siano ancora professori seri, di quelli che quando parlano ti mettono quasi soggezione.
No.
È che nel frattempo il sistema dell’istruzione si è allargato come una maglia di lana lavata male: un po’ di privato di qua, telematico di là, lezioni registrate, esami online, corsi triennali, biennali, quadrimestrali… insomma: un’autostrada a quattro corsie per prendere lo stesso titolo con modalità che sembrano la ruota della fortuna.

Ma illudersi che un surrogato valga quanto l’originale è cosa da principianti. La borsa taroccata, al mercato, magari inganna il turista distratto. Ma chi cerca la qualità, quella vera, sa distinguere la pelle dalla plastica.
E così è per le lauree “facilitate”: potranno pure chiamarsi allo stesso modo, ma non avranno mai — concedetemelo — lo stesso peso di una laurea sudata, vissuta in aula, fatta di esami in faccia ai professori e non allo schermo del computer.

Perché la formazione, amici miei, ha i suoi tempi naturali: si nasce, si cresce, si studia, si sbaglia, si ripete l’esame… e poi, se ci si arriva, si diventa professionisti seri. Non è che uno dopo il turno in ufficio, stanco come un mulo, si può trasformare magicamente in studente modello.
E non parliamo poi di chi — e succede più spesso di quanto crediate — studia all’orario di lavoro.
Pagato per lavorare, e invece “si forma”. Un capolavoro all’italiana: danno doppio, resa zero.

E così spuntano master improbabili, corsi fatti di notte, lauree telematiche con esami “aperti libro” e altre amenità.
Titoli che sembrano la copia cinese dell’originale: l’estetica c’è, la sostanza no. Peccato che oggi pretendano pure la stessa dignità.
Con il risultato che sforniamo montagne di curriculum farlocchi che hanno seppellito la meritocrazia sotto un cumulo di pdf.

Ora, se uno vuole davvero qualità, fa quello che hanno sempre fatto le persone serie: cerca le migliori istituzioni, investe su sé stesso, allarga gli orizzonti. Ma se parliamo della classe dirigente nostrana… eh, lì cambia il gioco.
Non contano i libri, ma il “santo in paradiso“.
E quando il santo è bravo, arrivano pure le scorciatoie: titoli improvvisati, master che sembrano la sorpresa dell’uovo di Pasqua, lauree “aggiustate” come le carrozzerie dopo un tamponamento.

Poi ci chiediamo perché i giovani migliori se ne vanno. Perché scappano.
Perché prendono la valigia e vanno a cercare un posto dove il merito non è una parolaccia.
È semplice: non hanno voglia di competere con chi ha costruito carriere di cartone grazie a deroghe, sanatorie, norme temporanee e percorsi paralleli aperti apposta per far passare chi non avrebbe mai superato un percorso vero.

Nella mia professione lo vedo tutti i giorni. Un ingegnere impreparato può fare danni seri. Molto seri.
Per questo chi non è capace fa sempre la stessa mossa: cercare il ruolo che fa scena, ma che non comporta responsabilità.
La prima linea la lasciamo agli ingenui.

E penso ai medici laureati in piena deroga Covid, senza abilitazione e mandati subito sul campo, per motivi straordinari (ne siamo consapevoli), potendo scegliere, c’è da augurarsi di non finire mai sotto i loro ferri, perché una cosa è una norma temporanea, un’altra è la vita di una persona.

Pensavate che il nepotismo fosse il peggiore dei mali?
No, amici: almeno il nepotismo aveva una sua logica arcaica, quasi antropologica. Oggi invece ci siamo superati: abbiamo inventato il talento artificiale certificato da titoli veri… ma ottenuti per vie che definire laterali è un complimento.

Lo so, lo so: quello che sto dicendo farà storcere il naso a chi difende queste “conquiste”, che più che ascensori sociali sono montacarichi di servizio installati nei palazzi del potere.
Ma io, che sono all’antica, formato all’antica, con i tempi e le tappe giuste, preferisco dirlo con schiettezza:
esiste un’età per tutto. Anche e soprattutto per studiare.

Un abbraccio.
Che vi arrivi intero, senza scorciatoie, Epruno

Non ci sono più i delatori di una volta

Carissimi,

A cosa dovrebbe servire l’amicizia, se non alla condivisione di passioni, sentimenti, opinioni e persino di quelle sensazioni che, a volte, non riusciamo nemmeno a spiegare?
Parlare senza mezzi termini in un gruppo di persone fidate, vantandosi magari di cose non proprio corrette, talvolta borderline, sperando che quanto detto – come si suol dire – “rimanga tra di noi”.

Eppure oggi parlare è diventato complicato; dialogare, poi, quasi un lusso. La televisione di bassa lega e i social network hanno modificato così profondamente i nostri costumi da concedere visibilità – e, ahimè, coraggio – anche a individui che, prima, nessuno avrebbe mai pensato di far esibire in pubblico. Il risultato? Hanno scoperto di esistere.

Riconoscerli non è difficile: c’è sempre quel luccichio sospetto negli occhi, quella scintilla che segnala l’avviamento di un cervello “aggrippato”. Prima ancora che parlino, è evidente che non stanno realmente ascoltando ciò che diciamo: sono già pronti a intervenire, spesso in contraddizione, talvolta fuori tema, sempre con sorprendente sicurezza. Un talento naturale.

Così abbiamo perso il dialogo; così abbiamo perso l’uditorio fidelizzato.

Gli ambienti quotidiani sono affollati di individui silenziosi, sempre in ascolto, pronti a registrare, riportare – e, naturalmente, travisare – ogni frase udita. Sono persone che commerciano con le opinioni altrui, vendendole a chi può trarne vantaggio e traendone a propria volta un piccolo tornaconto: un’antica attività umana, oggi declinata in chiave moderna.

Questi sono i delatori.

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Le eccezioni cambiano la storia

Carissimi,

So che può apparire scontato, ma ogni volta che mi capita di dire o pensare che stiamo tornando indietro di quarant’anni, lo faccio con la netta sensazione che ciò che vedo per strada o ascolto in televisione mi confermi questa impressione.

Sono nato quindici anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale: ho avuto la fortuna, come tutti quelli della mia generazione (quella dei nati tra gli anni ’60 e ’80), di non aver mai conosciuto la guerra vera, sebbene abbiamo vissuto sotto la cappa della Guerra Fredda, quel lungo gioco a scacchi in cui le potenze si facevano paura a vicenda, sperando che nessuno muovesse il primo passo.

È stato un grande periodo di pace, che ci ha condotti all’abbattimento del muro, all’apertura delle frontiere, alla nascita di un sogno europeo.

Per una ventina d’anni abbiamo sognato: i nostri giovani viaggiavano, studiavano all’estero, tornavano con una mentalità più aperta, più libera di quella che avrebbero potuto sviluppare restando chiusi nel proprio piccolo mondo.

Io ho sempre creduto nel rapporto umano come strumento per conoscere meglio il prossimo.
Non mi sono mai fidato degli “intruppamenti”, ma delle sensazioni personali.
Ho subito sconfitte, delusioni, strumentalizzazioni; forse, qualche volta, sono stato anch’io un utile idiota, eppure continuo a credere che nell’uomo ci sia del buono, e che condividendo quel poco di buono — come un minimo comune multiplo — si possa costruire una società più giusta, sostenibile e futuribile, per i giovani e per la nostra terra.

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La Memoria dell’Assenza

Carissimi

Oggi approfittando della ricorrenza, mi piace parlare di un tema di certo serio, ma alquanto umano, che ci coinvolge tutti, prima o poi, e che ci rende tutti uguali, “l’assenza”.

Oggi onoreremo “Tutti i Santi”, anche quelli fuori dal calendario, regalando un onomastico a chi non ce l’ha, domani, commemoreremo i nostri defunti, “i muorti” dalle mie parti e destineremo un fiore sulle loro tombe o un pensiero alla loro memoria.

Daremo il giusto peso alle “assenze”, proprio mentre i nostri occhi e le nostre orecchie sono pieni di immagini di morte e di messaggi che inneggiano alla guerra, dimenticando il valore della vita, anche della più insignificante ai nostri occhi.

Si dice, “se non si ama la vita non si ha paura della morte”, eppure chi lo sa, se anche nelle menti bacate di costoro, all’ultimo istante, prima di chiudere gli occhi su questo mondo, non sia balenato in loro il desiderio di rimanere attaccati alla propria esistenza.

Per noi che amiamo la vita, non solo la nostra ma anche la vita degli altri, rimane sempre un dolore mai elaborato, un senso di impotenza e un vuoto incolmabile per ogni nostro affetto, non necessariamente di un familiare, ma anche di coloro che sono entrati nella nostra esistenza per dare a questa un contenuto, un valore aggiunto.

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