Carissimi,
come si misura la qualità della vita di una città? E, soprattutto, come si misura la qualità di chi la governa?
Domanda non proprio secondaria, soprattutto adesso che cominciamo ad avvicinarci alle amministrative del prossimo anno e presto saremo sommersi da fotografie, dichiarazioni, promesse e, soprattutto, inaugurazioni.
Io appartengo a una generazione che ha visto Palermo cambiare davvero. Ho fatto in tempo a vedere ancora qualche ferita dei bombardamenti, spazi rimasti vuoti per anni, muri che sembravano eterni e che invece, prima o poi, sono scomparsi. Ho visto sorgere edifici nuovi, cambiare strade, quartieri e perfino abitudini.
Le città, insomma, cambiano. Il problema è capire chi le cambia.
Perché noi abbiamo inventato un sistema semplicissimo per stabilirlo. Il nastro. Chi taglia il nastro ha fatto l’opera.
Funziona così. Peccato che quasi mai sia vero.
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Carissimi,
tutto questo ha un nome. In genere si chiama casino.
Qualcuno usa un termine più colorito, che curiosamente deriva da quelle case nelle quali, per secoli, gli uomini andavano a comprare sesso, finché nel 1958 arrivò la senatrice Merlin a spiegare che la Repubblica italiana poteva sopravvivere anche senza le case chiuse. E infatti chiusero le case, ma il casino rimase.
Anzi, si organizzò.
Non vorrei però distrarvi con argomenti sui quali magari torneremo, perché il casino al quale mi riferisco è quello nel quale viviamo oggi. Politico, economico, militare, sociale, perfino lessicale. Un mondo nel quale la democrazia continua a essere il migliore sistema che abbiamo trovato, ma possiede un piccolo difetto. Ogni tanto consegna democraticamente le chiavi di casa a qualcuno che, una volta entrato, decide di spostare i mobili.
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Carissimi,
Questo termine è molto caro a tutti i maestri di sci.
Noi, sportivi da poltrona, quelli che per undici mesi allenano soprattutto il telecomando e una volta l’anno si regalano una settimana sulla neve, difficilmente resistiamo al fascino dello sci. Così, prima o poi, siamo passati tutti dalla mitica scuola, quella che in una settimana dovrebbe insegnarti a stare sopra due pezzi di legno paralleli e a lasciarti andare lungo pendenze sulle quali, più che la tecnica, serve una discreta confidenza con i santi.
La prima lezione è lo spazzaneve.
Anni di studio, lauree, master, concorsi, incarichi prestigiosi, per ritrovarsi improvvisamente a fare lo spazzaneve senza neppure lo stipendio. Gambe divaricate, sci convergenti, busto improbabile e dignità lasciata alla partenza. Si scende seguendo traiettorie che dovrebbero essere controllate e che invece somigliano al grafico di un elettrocardiogramma. Se si arriva a valle senza avere lasciato sulla pista un crociato, un menisco o qualche altra componente anatomica, si torna in albergo con una certezza assoluta. Sappiamo sciare.
Poi arriva la seconda lezione, “Lo scodinzolo”.
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Carissimi,
in un’annata così densa di avvenimenti e di notizie non sempre allegre, mi sono preso qualche giorno di riposo e, dopo il caldo torrido che ci ha fatto soffrire e che spero di poter finalmente raccontare al passato, ho cercato refrigerio salendo a Crongoli, il mio adorato paesino di montagna a millecento metri, del quale in questi anni vi ho spesso raccontato vicende e personaggi.
A Crongoli funziona così. Si torna, si ritrovano vecchie conoscenze e lontani parenti e la sera, seduti davanti al bar, ci si aggiorna su morti, matrimoni, malattie e disgrazie accadute durante l’assenza. È stato così che ho appreso della dipartita, avvenuta lo scorso inverno, di un mio lontano parente, Peppino il Medico, considerato in paese un autentico luminare della materia.
Qualche maligno sosteneva che “luminare” derivasse in realtà dal mestiere di suo padre, mio zio Andrea, lontano cugino di mia madre, che per campare fabbricava candele e lumini. Ma sarebbe ingeneroso fermarsi all’etimologia, perché Peppino ebbe realmente una carriera straordinaria, soprattutto considerando come era cominciata.
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Carissimi,
Siamo quasi tutti tornati dal periodo delle vacanze, o almeno di quella cosa che continuiamo a chiamare vacanza immaginando che significhi riposo, distacco dalla quotidianità, riconciliazione con la natura e possibilmente anche con il resto dell’umanità.
Il problema è che ognuno si riconcilia a modo suo.
Prendete il tedesco in villeggiatura. Il tedesco non parte, organizza una spedizione. Arriva con una macchina grande e perfettamente attrezzata, biciclette appese dietro, scarpe tecniche, bastoncini, caschi, borracce e strumenti dei quali noi ignoriamo persino la funzione. Perché il tedesco, anche quando va in vacanza, non riposa. Si allena.
Sette giorni di ferie diventano sette giorni di Olimpiadi.
La mattina lo incontrate già in bicicletta mentre si inerpica lungo una salita che voi avete escluso persino guardandola dalla macchina, poi affronta un sentiero di montagna e nel pomeriggio, per rilassarsi, fa cento vasche nella piscina dell’albergo.
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Carissimi,
confesso che, più passa il tempo, più mi convinco che fare il docente non sia un mestiere ma una disciplina ascetica, una via di perfezionamento interiore che, se praticata a lungo, dovrebbe dare diritto almeno a una pensione anticipata o a un piccolo altare votivo. Perché insegnare a una classe brillante è quasi una forma di turismo culturale: si parla, loro capiscono, qualcuno persino annuisce, e il docente torna a casa persuaso che il genere umano sia salvabile. Ma il vero cimento è un altro, è quando davanti hai una platea che ti guarda come si guarda il libretto delle istruzioni di una lavatrice, con sospetto e rancore. Lì comincia il sacerdozio.
Perché spiegare concetti semplici a chi non vuole comprenderli è come tentare di insegnare il contrappunto a una gallina. Tu insisti, ti sforzi, elabori metafore, esempi, parabole, fai persino il mimo se necessario, sperando che qualcosa attecchisca. E qualche volta succede. Un lampo. Un neurone che si accende. Un miracolo minore. Ed è per quei miracoli che uno continua.
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Carissimi,
si può essere ecologisti senza bisogno di sfilare dietro uno striscione o di farsi fotografare mentre si salva il mondo a colpi di slogan, basta un balcone, una pianta, un gesto quotidiano che non fa notizia ma costruisce senso, perché il valore della vita non si impara nelle piazze ma nelle piccole abitudini che ci portiamo addosso, spesso senza nemmeno accorgercene, dentro quell’educazione silenziosa che arriva dalla famiglia e che, a giudicare da ciò che vediamo ogni giorno, sembra diventata un optional in un tempo in cui anche i più giovani giocano con il limite come fosse una gara, una sfida continua con se stessi pur di dimostrare qualcosa a qualcuno, dimenticando che senza di noi non esiste alcuna possibilità di vivere ciò che rincorriamo, accumuliamo, ostentiamo.
Io, per esempio, ho ereditato da mia madre una passione discreta per il verde, una di quelle cose che non fanno rumore ma restano, e la osservavo mentre curava le sue piante con una dedizione che arrivava quasi a parlarci, come se ogni foglia potesse ascoltare e rispondere, e in effetti lo faceva, restituendo fioriture che avevano la dignità di una piccola meraviglia domestica, una bellezza semplice ma assoluta che riempiva gli occhi e, soprattutto, il cuore.
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Carissimi,
vorrei approfittare, prima di ogni cosa, per farvi gli auguri di una buona Pasqua, quella festa che arriva puntuale alle porte della primavera, proprio quando pensavamo di esserci liberati dall’assedio delle festività, che da noi, inutile negarlo, finiscono sempre nello stesso modo, cioè a tavola, perché siamo un popolo talmente organizzato che il calendario lo scandiamo a colpi di dolci, ricorrenze e specialità varie.
E se Natale ha il suo Santo Stefano, Pasqua riesce persino a fare di meglio, perché si porta dietro la Pasquetta, che non è il giorno degli avanzi, come la logica vorrebbe, ma il giorno del raddoppio, della replica, della rivincita, della scampagnata fuori porta, dove l’esercente con l’occhio lungo intercetta il palermitano e lo cattura con il menù a prezzo fisso, dove si mangia di tutto, talmente di tutto che, se il cameriere non sta attento, rischia pure lui di finire nel piatto.
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Carissimi,
la nostra società ha un talento raro: non cambiare mai davvero.
Non ama mettere in discussione ciò che è consolidato; lo accarezza, lo giustifica, lo sistema.
Così, anche quando qualcosa nasce storto, ingiusto, perfino indecente, invece di raddrizzarlo lo si “regolarizza”, lo si sana, lo si benedice. Non si torna alla legalità, si costruisce una legalità su misura dell’errore.
E allora succede una cosa semplice, quasi elegante nella sua perversione, si formano due file.
Una fila composta da chi rispetta le regole e l’altra da chi le aggira, con l’aria di chi sta solo “interpretando meglio la vita”.
E sapete qual è il problema? Che spesso la seconda fila scorre più veloce.
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Carissimi,
il mondo va davvero a rotoli perché le persone sono peggiorate? Ci sono conflitti ovunque e persone che starnazzano e urlano per far valere soltanto i propri interessi più che le proprie ragioni.
A volte mi chiedo se il vero male dei nostri tempi non sia la mediocrità degli individui. Ci rifletto spesso e penso che la bassa statura morale di molte persone in cerca di ribalta sia spesso giustificata proprio dalla loro mediocrità.
Non ci sono più eroi in giro e, a ben vedere, non ci sono neppure persone realmente disposte a competere. Si cercano invece tutte le scorciatoie possibili per evitare il confronto, si denigra l’avversario, lo si distrugge, lo si mette nella condizione di non potersi nemmeno giocare la partita. Così vincere diventa facile.
Ma in questo modo non ci sarà mai un vero confronto e soprattutto, non ci sarà alcuna speranza di miglioramento. La competizione, quando è sana, costringe a dare il meglio di sé per superare l’avversario, se invece ci si limita a dimostrare che chi ti sta di fronte è più scarso di te, qualunque sia il tuo livello, allora non si mettono mai davvero in discussione le proprie capacità né si accendono i riflettori su ciò che si vale veramente.
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