Carissimi,
affrontiamo un’altra settimana forti di una consapevolezza. Siamo entrati, almeno secondo me, nella migliore delle stagioni. L’autunno.
Alla nostra latitudine è forse l’unica che non comporti seri effetti collaterali. L’estate, che un tempo aspettavamo con impazienza, ha ormai ottenuto un contratto a tempo indeterminato. Comincia a maggio e decide autonomamente quando andarsene, generalmente ai primi di ottobre. L’inverno può essere freddo e, speriamo, piovoso, perché qualcuno dovrebbe ricordare anche al cielo che la Sicilia ha bisogno d’acqua. La primavera sarebbe meravigliosa, se per chi soffre di allergia tanta poesia non finisse dentro un fazzoletto, tra uno starnuto e un antistaminico.
Rimane dunque l’autunno. Temperature civili, giornate ancora lunghe e quella luce che rende persino Palermo meno aggressiva.
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Carissimi,
come si misura la qualità della vita di una città? E, soprattutto, come si misura la qualità di chi la governa?
Domanda non proprio secondaria, soprattutto adesso che cominciamo ad avvicinarci alle amministrative del prossimo anno e presto saremo sommersi da fotografie, dichiarazioni, promesse e, soprattutto, inaugurazioni.
Io appartengo a una generazione che ha visto Palermo cambiare davvero. Ho fatto in tempo a vedere ancora qualche ferita dei bombardamenti, spazi rimasti vuoti per anni, muri che sembravano eterni e che invece, prima o poi, sono scomparsi. Ho visto sorgere edifici nuovi, cambiare strade, quartieri e perfino abitudini.
Le città, insomma, cambiano. Il problema è capire chi le cambia.
Perché noi abbiamo inventato un sistema semplicissimo per stabilirlo. Il nastro. Chi taglia il nastro ha fatto l’opera.
Funziona così. Peccato che quasi mai sia vero.
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Carissimi,
tutto questo ha un nome. In genere si chiama casino.
Qualcuno usa un termine più colorito, che curiosamente deriva da quelle case nelle quali, per secoli, gli uomini andavano a comprare sesso, finché nel 1958 arrivò la senatrice Merlin a spiegare che la Repubblica italiana poteva sopravvivere anche senza le case chiuse. E infatti chiusero le case, ma il casino rimase.
Anzi, si organizzò.
Non vorrei però distrarvi con argomenti sui quali magari torneremo, perché il casino al quale mi riferisco è quello nel quale viviamo oggi. Politico, economico, militare, sociale, perfino lessicale. Un mondo nel quale la democrazia continua a essere il migliore sistema che abbiamo trovato, ma possiede un piccolo difetto. Ogni tanto consegna democraticamente le chiavi di casa a qualcuno che, una volta entrato, decide di spostare i mobili.
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Carissimi,
Questo termine è molto caro a tutti i maestri di sci.
Noi, sportivi da poltrona, quelli che per undici mesi allenano soprattutto il telecomando e una volta l’anno si regalano una settimana sulla neve, difficilmente resistiamo al fascino dello sci. Così, prima o poi, siamo passati tutti dalla mitica scuola, quella che in una settimana dovrebbe insegnarti a stare sopra due pezzi di legno paralleli e a lasciarti andare lungo pendenze sulle quali, più che la tecnica, serve una discreta confidenza con i santi.
La prima lezione è lo spazzaneve.
Anni di studio, lauree, master, concorsi, incarichi prestigiosi, per ritrovarsi improvvisamente a fare lo spazzaneve senza neppure lo stipendio. Gambe divaricate, sci convergenti, busto improbabile e dignità lasciata alla partenza. Si scende seguendo traiettorie che dovrebbero essere controllate e che invece somigliano al grafico di un elettrocardiogramma. Se si arriva a valle senza avere lasciato sulla pista un crociato, un menisco o qualche altra componente anatomica, si torna in albergo con una certezza assoluta. Sappiamo sciare.
Poi arriva la seconda lezione, “Lo scodinzolo”.
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Carissimi,
in un’annata così densa di avvenimenti e di notizie non sempre allegre, mi sono preso qualche giorno di riposo e, dopo il caldo torrido che ci ha fatto soffrire e che spero di poter finalmente raccontare al passato, ho cercato refrigerio salendo a Crongoli, il mio adorato paesino di montagna a millecento metri, del quale in questi anni vi ho spesso raccontato vicende e personaggi.
A Crongoli funziona così. Si torna, si ritrovano vecchie conoscenze e lontani parenti e la sera, seduti davanti al bar, ci si aggiorna su morti, matrimoni, malattie e disgrazie accadute durante l’assenza. È stato così che ho appreso della dipartita, avvenuta lo scorso inverno, di un mio lontano parente, Peppino il Medico, considerato in paese un autentico luminare della materia.
Qualche maligno sosteneva che “luminare” derivasse in realtà dal mestiere di suo padre, mio zio Andrea, lontano cugino di mia madre, che per campare fabbricava candele e lumini. Ma sarebbe ingeneroso fermarsi all’etimologia, perché Peppino ebbe realmente una carriera straordinaria, soprattutto considerando come era cominciata.
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Carissimi,
Siamo quasi tutti tornati dal periodo delle vacanze, o almeno di quella cosa che continuiamo a chiamare vacanza immaginando che significhi riposo, distacco dalla quotidianità, riconciliazione con la natura e possibilmente anche con il resto dell’umanità.
Il problema è che ognuno si riconcilia a modo suo.
Prendete il tedesco in villeggiatura. Il tedesco non parte, organizza una spedizione. Arriva con una macchina grande e perfettamente attrezzata, biciclette appese dietro, scarpe tecniche, bastoncini, caschi, borracce e strumenti dei quali noi ignoriamo persino la funzione. Perché il tedesco, anche quando va in vacanza, non riposa. Si allena.
Sette giorni di ferie diventano sette giorni di Olimpiadi.
La mattina lo incontrate già in bicicletta mentre si inerpica lungo una salita che voi avete escluso persino guardandola dalla macchina, poi affronta un sentiero di montagna e nel pomeriggio, per rilassarsi, fa cento vasche nella piscina dell’albergo.
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Carissimi
L’odio, sentimento antico quanto l’uomo, certamente. Ma bisogna riconoscere ai social un merito non trascurabile: essere riusciti a industrializzarlo.
Le menti un po’ più raffinate – o che tali si ritenevano – all’inizio guardarono questi strumenti con una certa diffidenza. Sembravano la grande occasione concessa a chi non aveva mai avuto nulla da dire per poterlo finalmente dire a tutti. E, possibilmente, dirlo male.
Poi, però, ci siamo cascati quasi tutti, perché il gioco era divertente, era una grande piazza, una vetrina, qualche volta un acquario nel quale osservare una curiosa rappresentazione dell’umanità. Potevi ritrovare un vecchio amico, incontrare una persona interessante, scoprire qualcuno con cui condividevi quelle che una volta, con espressione assai più elegante di “mettere un like”, chiamavamo affinità elettive.
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Carissimi,
da qualche anno è diventato sempre più difficile esprimere un’opinione senza che qualcuno senta l’irrefrenabile bisogno di collocarla dentro uno schieramento. Non perché si corra il rischio di essere considerati reazionari o progressisti, ma perché sembra ormai indispensabile applaudire sempre e comunque, anche quando il piatto di pasta servito alla mensa è chiaramente scotto. Guai a osservare che forse mancava un po’ di sale o che la cottura poteva essere migliore. Non si diventa automaticamente critici; si viene semplicemente esclusi dal rassicurante coro dei plaudenti.
Continuo a pensare che l’Italia dei nominati, dei reality e delle tifoserie organizzate faccia una fatica enorme a produrre individualità di pensiero. È molto più semplice preparare un’opinione precotta, facilmente digeribile da tutti, piuttosto che accettare il rischio di un confronto autentico. Così si alimenta l’idea, sempre comoda, secondo cui chi governa pensi esclusivamente a conservare la propria poltrona e chi si oppone abbia come unico obiettivo quello di conquistarla.
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Carissimi,
quando abbiamo deciso che ogni notizia dovesse essere necessariamente classificata, etichettata e immediatamente polarizzata? Quando abbiamo stabilito che qualunque fatto, prima ancora di essere compreso, dovesse essere arruolato d’ufficio in uno schieramento, trasformando la cronaca in una tifoseria e il ragionamento in un esercizio di appartenenza?
Continuo a pensare che una delle più grandi conquiste di una società civile sia la libertà di costruire un’opinione attraverso il proprio percorso umano, l’educazione ricevuta in famiglia, gli studi, le esperienze, gli errori, gli incontri e perfino i dubbi. Prima di essere di destra, di sinistra, di centro o di qualunque altra latitudine politica, dovrebbe esistere il diritto di essere semplicemente una persona libera, capace di ascoltare, riflettere e soltanto dopo esprimere il proprio giudizio, senza attendere che qualcuno le comunichi quale opinione sia consentito avere quel giorno.
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Carissimi,
scrivo un editoriale alla settimana da oltre venticinque anni. È una splendida abitudine, una disciplina personale, persino una piccola ossessione, ma non basta per proclamarmi giornalista, così come pubblicare un libro non trasforma automaticamente chiunque in uno scrittore. Del resto, c’è chi racconta una delusione d’amore, la stampa in duecento copie e il giorno dopo si presenta come letterato; allo stesso modo c’è chi, dopo avere fatto ridere i compagni di scuola durante la ricreazione, è convinto di avere già il destino segnato tra il cabaret e il palcoscenico. La vocazione è una cosa seria, il mestiere lo è ancora di più, e tra le due passa la stessa differenza che esiste tra saper fischiettare sotto la doccia e dirigere l’Orchestra della Scala.
Esistono talenti autentici, naturalmente, e sarebbe sciocco negarlo. Molti animano il dopolavoro, le compagnie amatoriali, le feste di quartiere e perfino le assemblee di condominio con simpatia, intelligenza e una dose di talento che merita rispetto. Ma trasformare quella passione in una professione è tutt’altra storia. È lì che cominciano il sacrificio, la selezione e, soprattutto, il confronto con il pubblico, che è molto meno indulgente degli amici e infinitamente meno generoso dei parenti.
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