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Come è andato questo giro?

E come è andato questo giro”, chiese il vecchio saggio poggiando il mento sul bastone al Genio di Palermo, seduto accanto a lui, su quella panchina di marmo all’ombra nell’assolata piazza.

E come vuoi che sia andata, non sei qui anche tu da secoli insieme a me a guardare le sorti di questa buttanissima città”.

Rispose il vecchio: “amunì ca chistu ha statu bravu e la saputu fari, prima nni canuscianu nta lu munnu ppi quattru lazzaruna, camora nveci vennu di tutti li banni ppi canusciri e visitari la città”.

Il genio rispose: “zapperai all’acqua se tenterai di portare dalla tua parte li cristiani, picchi a sta serpi nta lu cuoddru, chista ma criscivi io e sugnu sicuru che non appena mi distraggo, mi muzzicherà ppi ammazzarimi, e u sai picchi? Non perché io sugnu u re e porto la corona in testa, ma picchi a serpe fa u so doviri, è nna so natura, nun canusci affetto e riconoscenza”.

“Tu cercherai tra li nemici di cu cumanna e chisti malgrado su i nemici da cuntintizzi, l’ha pututo taliari nna facci e tanu dittu tuttu chiddru ca t’avianu a diri, ma chi tradirà e muzzicherà sono proprio coloro ca ta crisciutu e t’ha civatu, hannu vissutu di la to potenza e in nome tuo hanno fattu così di cui sapiennilu t’avissi a vriugnari eppure nel momento in cui u re vacillerà, nel momento in cui non avrai cchiu la forza di camparitilli saccorderanno ppi meno di trenta danari”.

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“Mi pare perfetto”

Carissimi,

Da poco giunto in questo nuovo settore, una mattina il Capo Ufficio mi mandò a chiamare dall’usciere di piano, figura ormai mitologica frutto dei racconti che i nonni tramandano ai nipoti e mi ricevette nella sua stanza un po’ più grande di quella di noi funzionari, con un angolo divani e le bandiere alle spalle della scrivania presidenziale.

Mi salutò e mi disse: “Finalmente la conosco di persona dopo aver sentito tanto parlare di lei.

Io ringraziai e mostrai tanta modestia nel farlo, frutto del ruolo e risposi: “Grazie per avermi ricevuto con così poco preavviso. Ho avuto modo di rendermi conto del carico di lavoro, in qualche parte anche storico, affidatomi e sono qui per chiederle una squadra di collaboratori.

A questa mia ultima affermazione ebbi la sensazione che il Capo Ufficio fece difficoltà a trattenere la risata che fu subito e con maestria trasformata in ampio sorriso.

Veda mio caro – mi disse con tono confidenziale – da qualche tempo con i pre-pensionamenti e la carenza di organico, è sempre più difficile trovare le risorse umane per costituire uno staff che di certo lei merita, ma penso proprio che lei sia una persona fortunata, perché grazie ad una serie di circostanze del tutto casuali, potrò mettere a sua disposizione il collaboratore professionale Pietrino Battipanni, ormai una memoria storica della nostra realtà, rimasto fedele negli anni alla sua qualifica e al suo posto di lavoro”.

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I “furboni dei cartelloni”

Carissimi

Proprio mentre siamo orientati a sapere se mai “sto caz..” di covid ci lascerà mai in pace, proprio mentre desideriamo di poter trascorrere al mare dei giorni di vacanza (o in montagna a seconda dei gusti), proprio quando stavamo ritornando contingentati a vedere partite o ad ascoltare concerti, sicuri che dopo aver sentito per un anno e mezzo sempre la stessa notizia ogni giorno sui tg e relativamente al numero dei contagi, ecco spuntare fuori la ciclica notizia dei furbetti del cartellino ……… ma come? Pure con lo smart-working c’è chi riesce a fare il furbetto del cartellino? Stai a casa a lavorare e riesci a non stare neanche a casa?

No…. Dice, è una notizia di 3 anni fa, ah e mio pareva, come la signora che sull’autobus sentiva gridare “mani in alto è una rapina” e dopo il sussulto prendeva a colpi di borsetta il rapinatore dicendogli “botta di sale a te, mi facisti scantari, u controlluri mi paria ca avia acchianatu!”

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L’egoismo post pandemico di coglier l’attimo

Carissimi

Mi sono incontrato per strada e specchiandomi in una vetrina non mi sono riconosciuto, non ero quello dei miei racconti e dei miei pensieri, non ero lo stesso dello specchio di casa mia e credetemi, avendo molta stima di voi lettori sono certo che avrete compreso che i chili, il fisico, l’esteriorità non c’entrano nulla con quanto vi racconterò riferito a questo periodo di “arresti domiciliari per covid” lasciato alle spalle.

In questo strano periodo di ricerca interna, privato da alcune libertà, mi sono reso conto che quelli che io consideravo “i miei problemi” tali non erano più, essendo così tanti per rimanere “miei” in rapporto alla prospettiva della mia aspettativa di vita e delle mie attuali capacità.

Ho iniziato pertanto a pensare per una volta e per tutte che “i miei problemi” erano stati non ereditati, ma condivisi nella mia vita quotidiana e qualora fossero rimasti tali, ci sarebbe stato certamente chi li avrebbe fatto suoi, un domani in mia assenza, a maggior ragione se io li avessi nel frattempo risolti.

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Fa caldo… e il palermitano ha le allucinazioni

Carissimi,

Fa caldo! Quando fa caldo a Palermo la gente “strammia” ed inizia a fare “discorsi persi”, ma ancora più persi di quelli che di sovente fa e in più inizia a “cuntari minchiate”, ancora più grosse di quelle che giornalmente racconta e così finisce per confondersi la realtà con la fantasia, iniziano anche i miraggi tipo quelli che nelle città dove le strade sono uniformemente asfaltate ti danno l’impressione di vedere una immagine mossa più ti allontani con lo sguardo.

Accade finanche che la gente immagini addirittura di vedere girare per strada al centro storico un bolide di Formula 1, vi immaginate il livello di fusione?

Ma il palermitano è così e crede a tutto come diceva Renzino Barbera quando raccontava la storia del mondo e parlava di colui che non creduto, affermava di conoscere Pirandello ai giorni d’oggi (all’epoca ma comunque sempre dopo anni dalla sua morte) e di averlo visto alla fermata del 21/31 in via Dante.

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Data astrale 301540. “Lunga vita e prosperità”

Carissimi, ricorderete tutti la storiella del carabiniere che al ritorno di uno stancante servizio si riposa in soggiorno in vestaglia e ciabatte e legge il giornale quando viene raggiunto dal figlio che gli porta la bella notizia: “Papà la maestra (delle elementari) oggi ha voluto vedere la mia paginetta di aste e poi la mia paginetta di quadratini, mi ha fatto i complimenti e mi ha messo un nuovo dieci.” Il padre di famiglia con una espressione compiaciuta e senza sollevare lo sguardo dal giornale si complimenta con il figlio: “bravo figlio mio, bravo, bravo!

E il figlio incalza: “Papà ma perché sono così bravo, forse perché sono troppo intelligente, forse perché sono figlio tuo?

E il povero genitore continuando a leggere il suo giornale senza sollevare lo sguardo dal giornale risponde: “No ………… picchì hai 30 anni figghiu miu!!!

Penso a ciò, quando la mattina mi alzo e ascolto notizie che mai vorrei sentire, del tipo: “questa notte è morto il grande musicista ……. l’attore famoso ……… lo scrittore …………. Il grande fotografo …………

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Avirità? “Me ne frego…”

Carissimi,

Sapete come accade spesso quando in un contesto circoscritto ci si trova a perdere tempo nell’attesa di qualcosa e si sente la necessità di parlare con qualcuno, anche con lo sconosciuto che è seduto accanto a voi, pur di avere qualcuno che ascolti i nostri pensieri a voce alta.

È capitato anche a me e pur di non parlare da solo, non sono pazzo, odiando il telefonino, ho in­iziato a parlare seduto in quella panca mentre accanto a me, con la sua bocca stretta a salvadanaio, il mio vicino mi  guardava e “tistiava”, trovando ogni tanto il coraggio di aprir bocca per dirmi… A virità!

Mi sentivo un opinionista e avrei voluto che quel momento non terminasse mai perché ne avevo di cose da dire, ce ne erano cose che secondo me non funzionavano, eppure guardavo il mio uditore, (avvolto da quel suo vecchio cappotto, le scarpe grandi e usurate, una faccia con la barba dura non fatta da almeno un paio di giorni, i suoi capelli scuri, spettinati e chi sa quanti pensieri per la testa di bollette scadute, di figli irrealizzati, di matrimoni andati a male e di tanta, tanta precarietà), ogni tanto stringere quelle sue labbra sottili, voltare lo sguardo verso di me spalancando gli occhi, sollevando le spalle e ripetere… A virità!

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Turno, parola d’offesa da utilizzare su prescrizione medica

Carissimi

“Eramo qualche più di duecento persone, però a ringa a ringa ci hanno vaccinato e in meno di due ore eramo tutti fuori”.

È inutile Amici miei, non c’è competizione, in questa frase c’è tutta l’insularità della nostra comunicazione, della nostra cultura altrettanto rispettabile quanto alle frasi scritte dal messinese Guglielmo Shakespeare o dallo scozzese Robert Burns o delle ballate Bod Dylan.

“Eramo”, voce plurale del passato del verbo essere, “noi eramo” simile soltanto al presente plurale del verbo avere dell’italiano dei calciatori argenti “avemo”, capirete che è tutto un altro mondo.

Ci sono parole nel nostro parlare siculo-palamito uniche così come di contro non esistono parole e concetti presenti nella cultura internazionale.

Prendete appunto la parola “turno” che in italiano ha una sua connotazione e significato, ma nel siciliano-palamito non esiste e per di più non esiste il concetto di turno così come i suoi sinonimi, quali fila o parole come attesa, se poi a questa parola associate aggettivi del tipo “ordinata”, a quel punto il tutto finisce in rissa.

Il palermitano incarna naturalmente il concetto dell’Io, detto a petto gonfio proprio a voler significare il nulla dopo di noi, ne prima di noi e quindi quando giunge in un contesto dove ci sono altri esseri viventi, ma mai suoi simili in quanto lui è unico, per quale motivo dovrebbe unirsi a loro per incolonnarsi, quando tutto intorno a lui dovrebbe prevedere una ampia zona di rispetto, propriamente, rispetto?

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Per continuare a non dimenticare con una settimana di ritardo

Carissimi

Si spengono le luci, terminano le rituali manifestazioni, si puliscono i luoghi di ritrovo, si avvolgono gli striscioni e si conserva tutto per il prossimo anno, quando sarà passato di certo un anno in più e si opererà come accade nei paesi per le feste patronali riponendo i santi nelle loro cappelle.

Qualcuno nel frattempo si cimenterà con la creazione di nuove “opere d’arte” di quelle valide un giorno, cannibalizzerà qualche foto storica, rimetterà insieme stralci di discorsi fatti dagli eroi e li chiamerà pure per nome come se si parlasse del compagno di giochi.

Cosa accadrà durante l’anno? Nulla, la vita continuerà come prima peggio di prima, malgrado avremmo perpetrato la nostra professione di fede così come fanno i cattolici non praticanti che per paura dell’inferno, nelle feste comandate, tornano in chiesa.

Ma che ne è della pratica, così come per la fede, le cose che ci siamo detti in una giornata di festa tra i palloncini e i bambini che leggono brani e parlano di storie delle quali non sono stati testimoni, spesso come piccoli automi “cu u viecchiu dintra”, di contro che ne sarà della pratica per noi che siamo stati coevi, abbiamo conosciuto e siamo ancora vivi?

Non è un paese serio, quante volte vi ho ripetuto ciò, cosa ci aspettiamo da questa ritualità, se Nostro Signore è morto in croce da duemila anni per darci un esempio e noi abbiamo continuato a vivere come se ciò non fosse mai accaduto, cosa ci aspettiamo dall’esempio degli Eroi?

Cosa abbiamo fatto per cambiare questa terra? Se gli Eroi da vivi in certi salotti erano considerati antipatici tanto da aver suscitato l’uso dello champagne alla notizia dei loro assassini, cosa sarà cambiato non dico in quei salotti ma nella mentalità della gente comune?

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Il Principe e il Povero

Carissimi,

Enrico detto Ricuzzo da parenti e amici, guardava la su TV per una volta con tanta attenzione, in quel suo angusto appartamentino di due ambienti multifunzionali condivisi con la nonna paterna, il padre ed un fratello più grande, nel suo quartiere di periferia, immedesimatosi sulle vicende del suo omonimo anglosassone.

Enrico, sentiva le dichiarazioni del giovane principe Harry in TV annuendo “La vita nella famiglia reale è uno zoo. Le mie sofferenze? Genetiche, ereditate da mio padre. Mi ha trattato nel modo in cui è stato trattato dai suoi genitori“. Chi come lui poteva capirlo essendo cresciuto in una casa con due cani randagi trovati per strada, una gatta a mezzo servizio e soprattutto certi topi come conigli. E che dire delle sofferenze genetiche ereditate da un patri mriacuni come lo fu il nonno, maltrattato e bastonato ogni sera al ritorno della taverna.

Certo Carletto, papà di Ricuzzo, non era un Mountbatten ma aveva almeno insegnato a suo figlio a prendere la vita con filosofia, una filosofia “ZEN” o meglio “ZEN 2” e c’è già una certa differenza sostanziale.

Anche sua nonna Sabetta se non di reale discendenza Windsor, nata a Danisinni e poi deportata alla Zona Espansione Nord, quartiere di grande architettura una volta stabilita la inabitabilità della sua baracca, a suo modo aveva alle spalle una storia pesante e un mestiere tramandato e svolto prima di abidcare a favore delle giovani generazioni. Chiamata “la regina” anche lei, nei periodi d’oro della sua professione, quando suo nipote minore Ricuzzo, il preferito e preso sotto la sua ala, dopo la morte prematura della madre, si presento in casa con la notizia di aver ingravidato una giovane “turca”, come la chiamava lei a causa dell’evidente colore più scuro della pelle esclamo: “Sta gran butt……”.

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