Carissimi,
come si misura la qualità della vita di una città? E, soprattutto, come si misura la qualità di chi la governa?
Domanda non proprio secondaria, soprattutto adesso che cominciamo ad avvicinarci alle amministrative del prossimo anno e presto saremo sommersi da fotografie, dichiarazioni, promesse e, soprattutto, inaugurazioni.
Io appartengo a una generazione che ha visto Palermo cambiare davvero. Ho fatto in tempo a vedere ancora qualche ferita dei bombardamenti, spazi rimasti vuoti per anni, muri che sembravano eterni e che invece, prima o poi, sono scomparsi. Ho visto sorgere edifici nuovi, cambiare strade, quartieri e perfino abitudini.
Le città, insomma, cambiano. Il problema è capire chi le cambia.
Perché noi abbiamo inventato un sistema semplicissimo per stabilirlo. Il nastro. Chi taglia il nastro ha fatto l’opera.
Funziona così. Peccato che quasi mai sia vero.
Prima di quel nastro ci sono stati un’idea, un progetto, finanziamenti cercati e ottenuti, autorizzazioni, gare, ricorsi, cantieri, varianti e quella particolare dimensione spazio temporale nella quale entra un’opera pubblica quando incontra la burocrazia italiana.
Possono passare cinque, dieci, quindici anni. Possono cambiare sindaci, assessori, governi e maggioranze. Alla fine, però, arriva quello con le forbici. E la Storia, almeno per una fotografia, diventa sua.
Per questo sospetto che uno dei settori industriali più redditizi dei prossimi anni sarà quello dei nastri inaugurali. Mi rimane soltanto un dubbio ecologico. Dopo il taglio che fine fanno? Si buttano? Si riciclano? Si possono ricucire e utilizzare per l’inaugurazione successiva? Sarebbe anche un bel gesto di economia circolare.
La politica seria, però, dovrebbe funzionare esattamente al contrario. Un buon amministratore dovrebbe essere giudicato anche per ciò che probabilmente non riuscirà mai a inaugurare.
Per quello che progetta oggi affinché qualcun altro possa realizzarlo domani.
E chi viene dopo dovrebbe avere la maturità di non buttare tutto a mare soltanto perché l’idea apparteneva a chi c’era prima.
Questo dovrebbe essere il sistema città. Dovrebbe.
Perché nel frattempo la politica è diventata soprattutto fotografia, dichiarazione, presenza, contrapposizione. Bisogna esserci. Possibilmente davanti. Meglio ancora con le forbici in mano.
E l’opposizione, che dovrebbe controllare, criticare e proporre alternative, troppo spesso sembra costretta a dimostrare che qualunque cosa faccia chi governa sia necessariamente sbagliata. Anche davanti all’evidenza.
Una volta esistevano avversari politici capaci di parlarsi. Talvolta chi governava consultava, magari lontano dai fotografi, personalità dell’opposizione per scelte destinate a incidere sulla città per decenni.
Oggi sarebbe pericolosissimo. Qualcuno potrebbe fotografarli mentre sono d’accordo.
Naturalmente una città non vive sotto una campana di vetro. Guerre, crisi energetiche, costo del petrolio e del gas, inflazione e tensioni internazionali entrano nelle nostre case e nei bilanci pubblici senza chiedere il permesso al sindaco. Sarebbe quindi infantile attribuire a un’amministrazione locale la responsabilità di tutto ciò che accade.
Ma proprio per questo dovremmo imparare a giudicare chi governa sulle cose che può realmente governare.
Le infrastrutture, i servizi, la manutenzione, la mobilità, la pulizia, gli spazi pubblici e, soprattutto, la capacità di immaginare la città fra dieci o vent’anni.
Poi esiste una cosa ancora più semplice. Il decoro.
Da noi si diceva che si può essere poveri senza essere sporchi. Una città può avere pochi soldi, può attraversare momenti difficili, può perfino essere costretta a rinviare grandi opere. Ma non per questo deve rinunciare alla cura, al rispetto degli spazi comuni e alla buona educazione di chi li vive.
Forse la qualità della vita comincia proprio da qui.
E forse, quando andremo a scegliere chi dovrà amministrare la città, dovremmo guardare meno fotografie e più processi, meno inaugurazioni e più progetti, meno dichiarazioni e più continuità.
Perché una buona amministrazione non è necessariamente quella che taglia molti nastri, è quella che ne lascia qualcuno da tagliare a chi verrà dopo, possibilmente senza pretendere indietro le forbici.
Un abbraccio, Epruno.













