La città è di chi la vive

Carissimi,

oggi vorrei parlare di Palermo, impresa rischiosa quasi quanto discutere di calcio durante una retrocessione o di politica durante una spartizione di poltrone.

Perché Palermo ha una caratteristica straordinaria. Tutti la criticano, tutti la amano, tutti sostengono di sapere esattamente come dovrebbe essere amministrata e nessuno è disposto ad accettare che qualcun altro possa avere ragione.

Essere palermitani, in fondo, non è soltanto una condizione anagrafica. Ci sono persone nate qui che non hanno mai capito questa città e persone arrivate da lontano che, dopo pochi anni, ne comprendono perfettamente pregi, difetti e perfino le sue misteriose regole non scritte.

Palermo è una città che pretende amore, ma raramente ricambia con puntualità.

Per questo motivo meriteremmo una città migliore. Non perfetta, perché la perfezione è un vizio delle brochure turistiche, ma una città pensata, curata e governata con una parola che da noi viene pronunciata spesso e praticata raramente, quasi fosse una forma di eresia amministrativa. Leggi il resto dell’ articolo »

Le Ambizioni del Mulo

Carissimi,

crescendo ho imparato a credere anche a cose che da bambino avrei giudicato impossibili. Ad esempio oggi credo ai vampiri, ma non a quelli transilvanici con il mantello e le occhiaie incapaci di sopportare la luce del sole. Credo piuttosto a quelli moderni, assai più eleganti e socialmente integrati, che basano la propria esistenza cannibalizzando il lavoro altrui, le conoscenze altrui, talvolta perfino le tavole altrui, poiché il vero patrimonio della nostra epoca non è più il denaro ma la rete dei contatti.

Una volta esisteva la vecchia agendina, custodita quasi come un tesoro dagli organizzatori di eventi, dai professionisti, da chiunque avesse bisogno di muoversi dentro relazioni utili. Oggi quell’agendina è diventata digitale e il suo valore si misura attraverso follower, like, consensi, visualizzazioni, numeri che spesso producono una ricchezza più apparente che reale. Il prestigio contemporaneo sembra fondarsi non su ciò che si è, ma sul numero di persone che fingono di interessarsi a ciò che mostriamo.

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Anche tra Mozart e Stalin è possibile trovare un contatto

Carissimi,

credo ancora nel grande potere della musica, non perché renda migliori gli uomini, sarebbe una pretesa eccessiva anche per Wolfgang Amadeus Mozart, ma perché talvolta riesce almeno a scalfire quella crosta dura e feroce che ognuno si porta addosso come corazza, uniforme o semplice abitudine alla propria ottusità. La musica non converte nessuno, non trasforma il lupo in agnello e neppure il cretino in pensatore, però possiede una qualità rara, quella di trovare un minimo comune denominatore tra animi diversissimi, perfino tra quelli che sembrano impermeabili a qualunque forma di bellezza.

Se poi restiamo della nostra idea, pazienza, purché si esca da un confronto con un dubbio in più, con una crepa nella propria sicurezza, che già sarebbe un progresso civile.

Del resto se è vero che Trump sembra avere una certa inclinazione per i Village People, ed è già materia sufficiente per un trattato di geopolitica musicale, è anche vero che Putin, in compagnia del Cavaliere, si dilettava ad ascoltare musiche napoletane cantate e suonate al pianoforte, è altrettanto vero che anche Iosif Vissarionovič Džugašvili, detto Stalin, dietro quell’animo contadino, siberiano, impenetrabile, feroce e burocraticamente sanguinario, coltivava una latente passione per la musica classica.

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A breve novità editoriali

Finalmente Epruno ha deciso di mettere su carta una rassegna dei racconti brevi che vi hanno fatto compagnia in questi anni sul web, ina radio o sulle testate on-line come editoriali e in teatro nella rassegna di “Leggendo Epruno”.

Il diavolo non veste Prada

Carissimi,

confesso che, più passa il tempo, più mi convinco che fare il docente non sia un mestiere ma una disciplina ascetica, una via di perfezionamento interiore che, se praticata a lungo, dovrebbe dare diritto almeno a una pensione anticipata o a un piccolo altare votivo. Perché insegnare a una classe brillante è quasi una forma di turismo culturale: si parla, loro capiscono, qualcuno persino annuisce, e il docente torna a casa persuaso che il genere umano sia salvabile. Ma il vero cimento è un altro, è quando davanti hai una platea che ti guarda come si guarda il libretto delle istruzioni di una lavatrice, con sospetto e rancore. Lì comincia il sacerdozio.

Perché spiegare concetti semplici a chi non vuole comprenderli è come tentare di insegnare il contrappunto a una gallina. Tu insisti, ti sforzi, elabori metafore, esempi, parabole, fai persino il mimo se necessario, sperando che qualcosa attecchisca. E qualche volta succede. Un lampo. Un neurone che si accende. Un miracolo minore. Ed è per quei miracoli che uno continua.

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Imparare a coltivare la propria vita

Carissimi,

si può essere ecologisti senza bisogno di sfilare dietro uno striscione o di farsi fotografare mentre si salva il mondo a colpi di slogan, basta un balcone, una pianta, un gesto quotidiano che non fa notizia ma costruisce senso, perché il valore della vita non si impara nelle piazze ma nelle piccole abitudini che ci portiamo addosso, spesso senza nemmeno accorgercene, dentro quell’educazione silenziosa che arriva dalla famiglia e che, a giudicare da ciò che vediamo ogni giorno, sembra diventata un optional in un tempo in cui anche i più giovani giocano con il limite come fosse una gara, una sfida continua con se stessi pur di dimostrare qualcosa a qualcuno, dimenticando che senza di noi non esiste alcuna possibilità di vivere ciò che rincorriamo, accumuliamo, ostentiamo.

Io, per esempio, ho ereditato da mia madre una passione discreta per il verde, una di quelle cose che non fanno rumore ma restano, e la osservavo mentre curava le sue piante con una dedizione che arrivava quasi a parlarci, come se ogni foglia potesse ascoltare e rispondere, e in effetti lo faceva, restituendo fioriture che avevano la dignità di una piccola meraviglia domestica, una bellezza semplice ma assoluta che riempiva gli occhi e, soprattutto, il cuore.

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La Mia Pasquetta

Carissimi,

vorrei approfittare, prima di ogni cosa, per farvi gli auguri di una buona Pasqua, quella festa che arriva puntuale alle porte della primavera, proprio quando pensavamo di esserci liberati dall’assedio delle festività, che da noi, inutile negarlo, finiscono sempre nello stesso modo, cioè a tavola, perché siamo un popolo talmente organizzato che il calendario lo scandiamo a colpi di dolci, ricorrenze e specialità varie.

E se Natale ha il suo Santo Stefano, Pasqua riesce persino a fare di meglio, perché si porta dietro la Pasquetta, che non è il giorno degli avanzi, come la logica vorrebbe, ma il giorno del raddoppio, della replica, della rivincita, della scampagnata fuori porta, dove l’esercente con l’occhio lungo intercetta il palermitano e lo cattura con il menù a prezzo fisso, dove si mangia di tutto, talmente di tutto che, se il cameriere non sta attento, rischia pure lui di finire nel piatto.

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Il piacere di sapere quanto costa l’onestà

Carissimi,

la nostra società ha un talento raro: non cambiare mai davvero.
Non ama mettere in discussione ciò che è consolidato; lo accarezza, lo giustifica, lo sistema.

Così, anche quando qualcosa nasce storto, ingiusto, perfino indecente, invece di raddrizzarlo lo si “regolarizza”, lo si sana, lo si benedice. Non si torna alla legalità, si costruisce una legalità su misura dell’errore.

E allora succede una cosa semplice, quasi elegante nella sua perversione, si formano due file.
Una fila composta da chi rispetta le regole e l’altra da chi le aggira, con l’aria di chi sta solo “interpretando meglio la vita”.

E sapete qual è il problema? Che spesso la seconda fila scorre più veloce.

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Rieccoci: Le Idi di Marzo

Carissimi,

il mondo va davvero a rotoli perché le persone sono peggiorate? Ci sono conflitti ovunque e persone che starnazzano e urlano per far valere soltanto i propri interessi più che le proprie ragioni.

A volte mi chiedo se il vero male dei nostri tempi non sia la mediocrità degli individui. Ci rifletto spesso e penso che la bassa statura morale di molte persone in cerca di ribalta sia spesso giustificata proprio dalla loro mediocrità.

Non ci sono più eroi in giro e, a ben vedere, non ci sono neppure persone realmente disposte a competere. Si cercano invece tutte le scorciatoie possibili per evitare il confronto, si denigra l’avversario, lo si distrugge, lo si mette nella condizione di non potersi nemmeno giocare la partita. Così vincere diventa facile.

Ma in questo modo non ci sarà mai un vero confronto e soprattutto, non ci sarà alcuna speranza di miglioramento. La competizione, quando è sana, costringe a dare il meglio di sé per superare l’avversario, se invece ci si limita a dimostrare che chi ti sta di fronte è più scarso di te, qualunque sia il tuo livello, allora non si mettono mai davvero in discussione le proprie capacità né si accendono i riflettori su ciò che si vale veramente.

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La città che sarà o che vorremmo fosse

Carissimi,

la città che sarà, o forse quella che dovrebbe essere, perché a ben pensarci la domanda più giusta non è quale città verrà, ma quale città vogliamo diventare davvero.

C’è una cosa che nel dibattito pubblico quasi sempre sfugge e che invece gli addetti ai lavori conoscono bene: le opere importanti, soprattutto quelle pubbliche e le grandi infrastrutture, non nascono il giorno in cui si apre un cantiere, ma molto prima, da un’idea che deve maturare, che attraversa livelli diversi di progettazione, che passa attraverso verifiche tecniche, controlli e approvazioni e che solo alla fine arriva alla fase esecutiva davvero cantierabile, quando finalmente può essere affidata a un’impresa che la realizzerà.

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