Carissimi,
si può essere ecologisti senza bisogno di sfilare dietro uno striscione o di farsi fotografare mentre si salva il mondo a colpi di slogan, basta un balcone, una pianta, un gesto quotidiano che non fa notizia ma costruisce senso, perché il valore della vita non si impara nelle piazze ma nelle piccole abitudini che ci portiamo addosso, spesso senza nemmeno accorgercene, dentro quell’educazione silenziosa che arriva dalla famiglia e che, a giudicare da ciò che vediamo ogni giorno, sembra diventata un optional in un tempo in cui anche i più giovani giocano con il limite come fosse una gara, una sfida continua con se stessi pur di dimostrare qualcosa a qualcuno, dimenticando che senza di noi non esiste alcuna possibilità di vivere ciò che rincorriamo, accumuliamo, ostentiamo.
Io, per esempio, ho ereditato da mia madre una passione discreta per il verde, una di quelle cose che non fanno rumore ma restano, e la osservavo mentre curava le sue piante con una dedizione che arrivava quasi a parlarci, come se ogni foglia potesse ascoltare e rispondere, e in effetti lo faceva, restituendo fioriture che avevano la dignità di una piccola meraviglia domestica, una bellezza semplice ma assoluta che riempiva gli occhi e, soprattutto, il cuore.
Non c’era occasione in cui non mi presentassi con una nuova pianta, spesso esagerando nelle dimensioni come se l’affetto si misurasse in metri e non in gesti, con quella punta di egoismo di chi sa che poi sarà qualcun altro a prendersene cura, ma che trova comunque in quel dono una forma di presenza, e lei accoglieva tutto con una gioia autentica, di quelle che non hanno bisogno di spiegazioni e che, proprio per questo, insegnano più di mille discorsi.
Da lì è cresciuto qualcosa che va oltre il semplice amore per il verde, è diventato un modo di guardare il mondo, di sentirsi parte di un equilibrio più grande, fatto di alberi, di stagioni, di silenzi e di attese, ma anche di errori, perché chi prova a coltivare qualcosa prima o poi sbaglia, perde, si accorge dei propri limiti e della propria ignoranza, e ogni pianta che non ce la fa diventa una piccola lezione sulla fragilità delle cose e sulla nostra presunzione di controllarle.
Così ho imparato, senza accorgermene, che la vita non è qualcosa che possediamo ma qualcosa che ci viene affidato, come un bene in comodato d’uso, di cui possiamo prenderci cura ma di cui non possiamo decidere la durata, e possiamo allungarla, proteggerla, illuderci di governarla, ma poi arriva sempre quel momento in cui la natura, o il destino per chi preferisce chiamarlo così, ci ricorda che non siamo noi a stabilire i tempi, soprattutto quando ci troviamo davanti alla malattia o alla perdita, dove ogni tentativo di controllo si dissolve e resta solo la consapevolezza dei nostri limiti.
E allora, davanti a tutto questo, l’unico sentimento che ha davvero senso è la gratitudine, non quella proclamata ma quella praticata, quella che ci permette di riconoscere la bellezza nelle cose che abbiamo finché possiamo viverle, non perché ne abbiamo diritto ma perché ci è concesso, e questo vale per le piante, per gli animali che riempiono le nostre case di una presenza silenziosa e fedele, ma soprattutto per le persone, tutte, anche quelle che ci hanno deluso o ferito, perché dietro ogni comportamento, anche il più incomprensibile, c’è sempre una sofferenza che non vediamo e che ci accomuna.
Ognuno porta con sé il proprio carico, grande o piccolo che sia, e lo custodisce nei cassetti del cuore, spesso senza mostrarlo, e proprio per questo non abbiamo il diritto di giudicare il modo in cui gli altri affrontano il dolore o le assenze, perché ciascuno ha i propri tempi e le proprie fragilità, e la vita, che pure sa riempirsi di momenti pieni, lascia inevitabilmente spazio anche a vuoti profondi, a voragini che impariamo a coprire con una certa abilità, ma che restano lì a ricordarci che non siamo invincibili.
Serve rispetto, per tutti, senza l’arroganza di pensare che le nostre difficoltà siano uniche o che il nostro dolore sia più autentico di quello degli altri, perché è solo una questione di tempo, prima o poi tocca a ciascuno, e alla fine è proprio il dolore a renderci uguali, a cancellare le differenze tra chi si crede migliore e chi si sente perduto, perché tutti, prima o poi, abbiamo dovuto asciugare una lacrima senza pubblico.
Per questo vale la pena vivere con un po’ più di consapevolezza, godersi gli istanti senza rimandarli, volere bene agli altri senza troppi calcoli, perché ogni passo verso il prossimo è anche un passo verso noi stessi, e nei momenti in cui cadono le maschere e le scenografie, quando la vita si presenta per quello che è davvero, scopriamo chi c’è stato accanto e, soprattutto, quanto male abbiamo distribuito il nostro tempo e il nostro affetto, accorgendoci troppo tardi della presenza di chi, invece, c’era sempre stato.
La vita, in fondo, è tutta qui, in questo equilibrio precario tra ciò che crediamo di avere e ciò che in realtà ci è solo concesso, e il tempo, che non ci appartiene, continua a scorrere senza chiederci il permesso, lasciandoci solo una possibilità, non un diritto, quella di viverlo.
Un abbraccio, Epruno













