Carissimi,

anche io appartengo alla generazione che non ha visto la guerra ma ha sentito parlare di cosa significasse sfollare da casa e trovare rifugio nei paesi della provincia, per sfuggire ai mortali bombardamenti sul capoluogo come quelli del maggio del 1943.

Ho conosciuto comunque le grandi mobilitazioni, come il terremoto del 1968, ero piccolo ma un evento come quello chi se lo scorda. Dovemmo scappare la notte e restare a dormire in auto fasciati nelle coperte di lana, in un gelido gennaio, lo stesso anno del “continuer combat” degli studenti in piazza, ma di quella rivoluzione ricordo poco o nulla, ma del terremoto del Belice e come se me lo ricordo, le scuole chiuse come adesso e noi bambini con la famiglia.

Che fai davanti un terremoto? Anche in quel caso si scappava da casa insieme, oggi davanti ad un battere, nemico infinitesimale, ci viene chiesto di rimanere in casa, almeno c psì viene propinato un suggerimento.

Eppure io ho già vissuto una pandemia, ai tempi del “vibrione”. Il colera giunse qui in Italia nel 1973 (dopo essersi diffuso in 59 paesi al mondo) dopo aver trovato genesi in Indonesia addirittura nel 1961 ed essersi girato il mondo, pensate, fino ad estinguersi nel 1975. La sua diffusione fu favorita dai moderni mezzi di trasporto dell’epoca e giunse a toccare tassi di mortalità del 50%. In Italia si diede colpa alle cozze crude che come scrisse un perito, da una concentrazione tollerata di 4 colibatteri per grammo di cozza giunse ad esser constata, nelle cozze napoletane, di circa 400.000 per grammo di cozza, immaginate dove venivano allevate le cozze, in quale parte della costa ……

Fu così che grazie al “mitile ignoto”, si accusavano forte dolori di pancia, diarrea e si passava a miglior vita. Certo i numeri erano irrisori rispetto a quelli di oggi, ma si parlò lo stesso di esagerazione mediatica, si fermò il calcio, almeno il Genoa si rifiutò di giocare la partita di coppa Italia con il Napoli (perdendo 2-0 a tavolino non avendo neanche voluto invertire il campo di gioco) e persino il Grande Eduardo scrisse il celebre sonetto “l’Imputata”….. “Cara còzzeca, tu staje ‘nguaiata”.

Ma i napoletani hanno da sempre una “arma segreta in più” e fu così che il 19 di settembre (dopo il suo diffondersi da ferragosto) venne diagnosticato l’ultimo caso in una città, proprio in quella data in cui si festeggiava il santo Patrono, San Gennaro e sarà stata pura fatalità ma quel giorno il sangue dell’ampolla non si sciolse.

In realtà più che San Gennaro, malgrado le solite disorganizzazioni iniziali, potè il più grande periodo di profilassi del dopoguerra, con una campagna che portò alla vaccinazione di circa un milione di napoletani in appena una settimana. Contribuì anche l’aiuto della Sesta flotta degli USA che con le loro “siringhe a pistola”, messe a disposizione, permise di accelerare le operazioni. L’Ospedale Cotugno di Napoli divenne tanto famoso quanto il Lazzaro Spallanzani dei giorni d’oggi e grazie a quanto sopra “El Tor”, così si chiamava il ceppo virale, fu sconfitto. Tanta era la preoccupazione che si diffuse in tutto il paese che ricordo di essermi anche io vaccinato all’epoca al policlinico di Palermo.

Ma il colera per quanto micidiale non era così subdolo come questo COVID 19 che si propaga nel contatto, a quel tempo si diede grande a fattori ambientali, alla sporcizia di alcuni siti, al colibatterio e si distrussero tutti gli “allevamenti di cozze”, ma con il coronavirus purtroppo si può vivere in un posto più lindo della linda Svizzera, ma se avviene il contatto con un soggetto portatore di infezione siamo nei guai perché il fondamentale vettore del tutto è l’essere umano.

Ecco perché continueremo fin quando sarà necessario a fare gli appelli affinchè si resti a casa, solo questo sacrificio in attesa di un antidoto, potrà darci la certezza che insieme  anche questa volta potremo uscirne fuori. Coraggio.

Un abbraccio Epruno