Carissimi

Se la politica non gestisse soldi, se la politica fosse solo l’amministrare le incombenze della società dubito che ci sarebbe la folla all’ora di candidarsi da parte di chi deve risolvere il proprio futuro.

Vedere tutto questo ben di Dio alla portata di tutti davanti a noi e non chiedersi a chi appartiene e una tentazione alla quale non sappiamo rinunciare, poiché per noi non può esistere il concetto di collettività, di cosa di tutti, poiché se c’è una cosa che non è di qualcuno specificatamente e non è recintata è certamente di nessuno e, o la si abbandona al suo degrado, o la si occupa accaparrandosela, è più forte di noi e pensate a quanta di questa roba è a disposizione di chi arriva al vertice di una collettività (e dei propri amici di merenda).

È il concetto di “tutti insieme” che viene difficile a digerire, poiché si è tutti insieme per far cosa? Tifare? Fare battaglia contro altri? Mettere paura?

Mai che qualcuno pensi che si possa stare insieme per condividere risorse.

Esistono dalle nostre parti gli “imprenditori della vincita”, coloro che vogliono fare attività partendo dall’idea di eliminare il rischio imprenditoriale nella loro attività, coloro che incamerano le vincite e socializzano le perdite, già di per sé non solo scorretto, ma termometro di una attività che non potrà mai essere imprenditorialmente sana.

Siamo imprenditori e spesso “tavernari” con gli spazi che prendiamo alla collettività, ma lasciando in cambio cosa? Accrescendo di valore anche culturale o morale, che cosa? Chi?

Siamo ipocriti, siamo soltanto poco onesti già con noi stessi, rifuggiamo la competitività e come sempre cerchiamo scorciatoie che ci aiuteranno a sopravvivere giusto il tempo necessario della protezione del “santo del momento”, giusto il tempo per cercare nuovi santi, nuove opportunità di aggirare l’ostacolo, nuovi espedienti ……. E la qualità?

Quando si potrà crescere continuando di questo passo?

Chi crede di conservare non dico ideali, ma principi, come me, è convinto che andato via “quello sbagliato” ne possa giungere “uno giusto”, ma ciò rimane soltanto un esercizio mentale o forse dialettico e questo ti taglia le gambe perché ti perpetra la mediocrità alla ribalta e allora non si va fuori per realizzarsi, perché qui non c’è humus su cui coltivare o fare crescere qualcosa, ma perché qui non c’è il privato disposto ad investire, poiché il suo competitor sarebbe comunque chi utilizza (spesso sempre a gratis) ciò che è di tutti e quindi fondamentalmente anche suo, limitandosi, come “cappiddrazzu” a non pagar nessuno.

E allora, perché perdere tempo, perché stare appresso a chi ti vuol far credere che “tutto il mondo è paese”? Non è vero, esiste un mondo peggiore del nostro e questo è testimoniato da quanti pur a rischio della morte nelle traversate diaboliche vengono a morire nel nostro mare, ma esiste anche un mondo migliore del nostro, dove il “vero talento” trova opportunità e viene cercato, un “mondo giovane” che sa prendersi carico dei giovani, degli anziani e sostiene gli “ultimi” senza bisogno di redditi di cittadinanza, ma nel quale tra colui che è momentaneamente assistito e il laureato lavoratore, c’è una effettiva differenza.

Non possiamo continuare a pensare che una persona meritevole di un sussidio, stando a casa prenda “mille” e un laureato, dottorato, masterizzato che lavora spendendosi l’anima prenda per esempio “mille e cinquecento”, in quale paese civile, industrializzato o evoluto occidentale, trovi un idiota che per cinquecento (in media) di differenza, non decida di rimanere a casa a spese della collettività.

Queste cose, lontane dal dibattito politico, vanno dette. I nostri partner europei nordici usano da anni questi strumenti sociali, ma lì a differenza che da noi, il laureato o chi lavora prende “cinquemila” contro i mille del socialmente assistito (che in attesa di ritrovare un lavoro da una mano d’aiuto alla collettività) e nessuno si scandalizza, e tutto ciò appare giusto perché non si lascia dietro nessuno e perché non ci può essere chi idealizza “un assegno di disoccupazione”, sapendo che dopo anni di sacrifici familiari e spese per gli studi giungerà a guadagnare e meritare uno stipendi parametrato per almeno cinque volte superiore, del “poveraccio”.

Vergogna! E’ il concetto di merito che avete ucciso, giungendo a generare una guerra tra poveri, livellando tutto verso il basso e distraendo la collettività con i dibattiti del momento, fino anche ad inventarvi una guerra di genere.

Un abbraccio, Epruno.