Carissimi,
di cosa vogliamo parlare questa settimana? Della guerra? Degli scioperi? Oppure del solito teatrino politico, con personaggi ormai così caricaturali da sembrare scartati dalla Marvel perché poco credibili? «Lei non mi ha fatto parlare!» «Io però l’ho lasciata parlare!» E noi, nel frattempo, abbiamo esaurito gli zebedei.
No, amici miei, avete sbagliato indirizzo. Di politica continuo a non capire nulla e, considerando la qualità dei maestri disponibili, non mi sembra il momento migliore per cominciare.
Parliamo, invece, di esami. Non quelli scolastici, universitari o dei concorsi pubblici. Parlo degli esami che la vita ci propone quotidianamente, spesso senza preavviso e, soprattutto, senza concederci il tempo di ripassare.
Ogni volta che realizziamo qualcosa, elaboriamo un progetto, esprimiamo un’idea o semplicemente ci confrontiamo con gli altri, ci sottoponiamo a un giudizio. E non sempre troviamo applausi, complimenti e standing ovation.
Talvolta arrivano critiche feroci, bocciature clamorose e sentenze pronunciate con la solennità di chi, avendo appena imparato a distinguere un violino da un contrabbasso, si sente già direttore della Scala.
Eppure, se tutti avessero rinunciato alla prima bocciatura, oggi non avremmo La Traviata di Verdi né la Carmen di Bizet. Entrambe accolte inizialmente da contestazioni e giudizi severi, sono diventate capolavori immortali.
Fortunatamente, i fischi non costituiscono sempre un giudizio definitivo. Altrimenti, più che la storia dell’arte, avremmo quella delle occasioni perdute.
Lo stesso accade nello sport, dove futuri campioni vengono scartati ai provini, salvo poi diventare fenomeni mondiali. Evidentemente, anche gli esperti qualche volta hanno bisogno degli occhiali.
Il problema, però, non è essere giudicati. È chi giudica.
Oggi ci imbattiamo di frequente in commissioni composte da persone che fino al giorno prima stavano dall’altra parte del tavolo. Naturalmente, non è l’età a garantire la competenza, ma l’esperienza, accompagnata dalla saggezza, dovrebbe almeno suggerire prudenza prima di decretare il destino altrui.
Perché giudicare significa valutare non soltanto una prestazione, ma anche l’impegno, le capacità e qualche volta, le emozioni di un essere umano.
E poi c’è l’altra faccia della medaglia: chi viene esaminato. Dovremmo imparare ad accettare una critica, riconoscere un errore, migliorare. Invece, troppo spesso, alla modestia preferiamo l’arroganza e alla preparazione la raccomandazione.
Abbiamo trasformato la ricerca della corsia preferenziale in una disciplina nazionale. C’è chi dedica più tempo a trovare qualcuno che gli apra una porta che a procurarsi le competenze necessarie per attraversarla.
E qui nasce il capolavoro. Pretendiamo scuole migliori, università eccellenti, istituzioni efficienti e una società meritocratica, mentre tolleriamo nepotismi, favoritismi e scorciatoie, purché conducano qualcuno dei nostri al traguardo.
Raccogliamo generosamente fondi per sostenere ricerca e sanità, supplendo spesso alle carenze delle istituzioni, ma accettiamo con rassegnazione che proprio quelle istituzioni possano essere governate da logiche ereditarie, quasi fossero botteghe di famiglia. «È sempre stato così!»
Appunto. Ed è proprio questo il problema.
Se ogni mattina esco di casa con l’obiettivo di essere il più furbo, non posso poi lamentarmi di vivere in una nazione di babbi. Intanto arriva la stagione delle occupazioni scolastiche, delle manifestazioni e degli slogan capaci di risolvere ogni conflitto planetario, almeno fino all’ora di cena.
Scendiamo in piazza, invochiamo la pace universale, chiediamo giustizia e immaginiamo i potenti del mondo davanti al televisore, improvvisamente pentiti: «Perbacco! Abbiamo visto quei cartelli. Fermiamo tutto!»
Magari funzionasse. Perché manifestare è un diritto sacrosanto. Ma cambiare il mondo richiede qualcosa di più che occupare una piazza: richiede il coraggio di sottoporre anche noi stessi a un esame. Possibilmente senza copiare.
Io, comunque, scendo in piazza. Che mi costa? Tanto, a casa, ci torno io.