Carissimi,
una cosa è certa. Davanti alle stesse immagini reagiamo in maniera diversa. Dipende dall’esperienza, dalla formazione e, soprattutto, dall’età. Quella maledetta età che ci porta a ricordare come eravamo e a domandarci come “cabbasiso” siamo diventati.
Ero troppo giovane per comprendere fino in fondo le rivolte studentesche francesi del Sessantotto. Ricordo quei ragazzi che manifestavano persino in giacca e cravatta. Del resto, allora si passava dai pantaloncini corti direttamente all’abito da adulti, possibilmente senza fermate intermedie.
Da quelle piazze nacque una stagione di contestazione che attraversò l’Europa e il mondo. C’erano ideali, elaborazione culturale, battaglie per i diritti, una diversa concezione dell’università e dell’autorità. Ci furono anche estremismi, strumentalizzazioni e parecchie minchiate, ma qualcosa cambiò davvero.
Oggi guardo certe manifestazioni e vedo incappucciati, spranghe, vetrine sfondate, bandiere agitate spesso senza conoscerne nemmeno la storia. Si parte per protestare contro qualcosa e si finisce per combattere contro una vetrina, che generalmente non ha responsabilità politiche.
Ma non vorrei essere troppo severo. Del resto, chi di noi, a undici anni, non ha sentito l’irrefrenabile desiderio di devastare il negozio sotto casa? È tutto sangue che vuole uscire, come si dice dalle nostre parti. Una sana manifestazione di vitalità giovanile. Magari il vetraio ringrazia.
Bisogna pure comprenderli, questi ragazzi. Si svegliano, accendono la televisione e trovano un signore dal ciuffo biondo che un giorno annuncia una cosa e quello successivo il contrario. Escono con il motorino, ammesso che esista ancora il mitico Ciao, e scoprono che la benzina costa di più. Poi assistono agli spettacoli della politica nazionale, dove gli eletti, tra un’inaugurazione e un convegno, trovano persino il tempo di andare in Parlamento a insultarsi.
A quel punto, se qualcuno rompe una vetrina, il problema diventa stabilire da quale partito sia stato mandato.
Ai nostri tempi si protestava perfino per l’aumento del biglietto dell’autobus a cento lire. Ricordo i cortei e le canzoni dei Beatles opportunamente massacrate dalla nostra creatività rivoluzionaria.
Sulle note di Yellow Submarine cantavamo indignati che con un biglietto a cento lire non si poteva campare.
Eravamo sovversivi, ma economicamente preparati.
Oggi si manifesta per la Palestina. Sacrosanto manifestare contro la guerra e la sofferenza dei civili. Mi piacerebbe, però, conoscere quanti manifestanti saprebbero indicare su una carta geografica Gaza e la Cisgiordania, oppure raccontare, senza slogan, la complessa storia di quelle terre.
Perché indignarsi è facile. Comprendere richiede studio. E studiare, purtroppo, non produce gli stessi risultati di un video su TikTok.
Intanto continuiamo a trasmettere documentari sul fascismo, sul nazismo e sulla Seconda guerra mondiale. Talmente tanti che qualche adolescente potrebbe convincersi che il conflitto sia ancora in corso, magari in collegamento diretto con il prossimo talk show.
Ma torniamo all’autorità. Una volta il maestro era il maestro, il professore era il professore e il padre era il padre. Non necessariamente avevano sempre ragione, ma guai a contestarli.
A scuola bastava arrivare tardi per essere puniti. Si finiva dietro la lavagna, qualche volta arrivavano persino le bacchettate. Pratiche che non rimpiango, sia chiaro. Anche perché il vero problema cominciava tornando a casa, dove il padre, informato dell’accaduto, provvedeva a completare il procedimento disciplinare. Senza contraddittorio e senza possibilità di appello.
Oggi siamo passati dall’autorità indiscutibile all’autorevolezza facoltativa. Genitori, insegnanti, istituzioni. Tutti discutibili, spesso derisi, qualche volta semplicemente ignorati.
E allora mi torna in mente il pallone. Giocavamo per strada e bastava sfiorare la vetrina di un negozio perché uscisse il proprietario, con uno sguardo che avrebbe fermato un carro armato.
«L’amu a tagghiari stu palluni!»
Non tagliava quasi mai niente. Ma noi scappavamo.
Oggi probabilmente il negoziante dovrebbe chiedere scusa al pallone. Siamo diventati troppo vecchi per giudicare? Forse. Ma una considerazione mi rimane, quella che chiamerei la prima legge di Epruno.
“Dietro un figlio testa di cazzo, troppo spesso, c’è un padre testa di cazzo.”
E qualche volta, aggiungerei, sono entrambi convinti di avere ragione.
Un abbraccio.













