Carissimi,

non vi chiederò come va. È una forma di prudenza, oltre che di educazione. Potreste mandarmi a quel paese e, con quello che costa oggi spostarsi, preferisco evitarvi la fatica. Una cosa buona, però, finalmente la vedo nei vostri sguardi. È arrivato il fresco.

Noi palermitani abbiamo un rapporto tutto nostro con le stagioni. Possiamo arrivare a metà ottobre in maglietta a maniche corte e, nel giro di venti minuti, passare direttamente al piumino. Non esiste una mezza stagione, ma soprattutto non esiste una mezza misura. Siamo capaci di uscire in canottiera alle undici e sembrare reduci dalla spedizione in Siberia alle quattro del pomeriggio.

Eppure il fresco qualcosa fa. Rimette in moto i pensieri. Forse perché quest’estate, più che calda, è stata invivibile e ci ha insegnato che perfino l’umore ha bisogno di una temperatura di esercizio.

Abbiamo bisogno di certezze, di sogni, di distrazioni, di qualcosa che ci faccia uscire dalla normale routine. Lavoriamo, affrontiamo problemi, spese, salute, famiglie e oggi perfino l’intelligenza artificiale. Che poi, a pensarci bene, la vera novità non è l’intelligenza artificiale. È l’intelligenza. Perché di quella naturale, negli anni, ne abbiamo vista circolare pochina e spesso anche sottodimensionata.

Poi ci sono i miracoli della medicina moderna. Una volta si cercava la cura per una malattia e, strada facendo, si scopriva che faceva anche altro. Il nonnino prendeva una pillola per un problema e si ritrovava improvvisamente con entusiasmi che credeva archiviati insieme alla tessera annonaria. Oggi basta una siringata e, a quanto pare, si dimagrisce. Prima o poi inventeranno qualcosa che, oltre a farci perdere peso, paghi pure la rata del condominio.

Ma il vero problema non è quello che ingeriamo. È quello che ci fanno ingerire.

La televisione nacque per venderci il sapone e finì per venderci anche le opinioni. Prima c’erano le telenovelas, le casalinghe, i venditori di pentole e programmi che tenevano l’intelletto sufficientemente basso da non disturbare il sonno. Oggi siamo passati alla fase successiva. Canali nei quali dalla mattina alla sera qualcuno urla, accusa, offende, profetizza catastrofi o ci spiega nuovamente il fascismo, il nazismo, la guerra e il Ventennio.

Io alla maturità il fascismo lo studiai sul Villari e lo portai pure davanti a una commissione notoriamente di sinistra, con quel coraggio inconsapevole che si ha a diciott’anni. Oggi, a distanza di quasi un secolo da quegli avvenimenti, conosco ogni filmato d’archivio, ogni adunata e probabilmente anche il numero di scarpe del gerarca in seconda fila.

La storia va studiata. La memoria va conservata. Ma bombardare quotidianamente la gente di guerre, violenze, paura e immagini di morte rischia di produrre l’effetto contrario. Non allontana la violenza, la rende familiare. E ai più giovani, spesso lasciati soli davanti a uno schermo, finisce persino per consegnare modelli sbagliati.

Dietro ogni palinsesto, del resto, qualcuno decide cosa mostrarci. Così come qualcuno decide cosa farci apparire sui social.

Una volta dal barbiere sfogliavamo le riviste e guardavamo la bella vita degli attori, dei cantanti e dei cosiddetti VIP. Oggi apriamo Facebook e vediamo la bella vita dei politici. Un nastro tagliato qui, un convegno là, una cena, un palco, un sorriso, una stretta di mano. Sempre allegri, sempre eleganti, sempre apparentemente immuni da bollette, dentisti e fine mese.

E l’algoritmo, premuroso, ce li ripropone all’infinito.

Così penso che forse tutta questa propaganda produrrà un effetto inatteso. Arriverà il giorno delle elezioni, entreremo nella cabina, chiuderemo la tendina, prenderemo la matita e, finalmente soli, senza conduttori, opinionisti, influencer e algoritmi, potremmo porci una domanda semplicissima.

“Ma io tutta questa bella vita non la faccio. Perché devo continuare a farla fare a loro?”

E lì, carissimi, potrebbe cominciare la vera intelligenza. Naturale.

Un abbraccio, Epruno.