Carissimi,
affrontiamo un’altra settimana forti di una consapevolezza. Siamo entrati, almeno secondo me, nella migliore delle stagioni. L’autunno.
Alla nostra latitudine è forse l’unica che non comporti seri effetti collaterali. L’estate, che un tempo aspettavamo con impazienza, ha ormai ottenuto un contratto a tempo indeterminato. Comincia a maggio e decide autonomamente quando andarsene, generalmente ai primi di ottobre. L’inverno può essere freddo e, speriamo, piovoso, perché qualcuno dovrebbe ricordare anche al cielo che la Sicilia ha bisogno d’acqua. La primavera sarebbe meravigliosa, se per chi soffre di allergia tanta poesia non finisse dentro un fazzoletto, tra uno starnuto e un antistaminico.
Rimane dunque l’autunno. Temperature civili, giornate ancora lunghe e quella luce che rende persino Palermo meno aggressiva.
Per chi, come me, continua ostinatamente a muoversi con lo scooterone, dopo essersi raccomandato a una nutrita rappresentanza di santi, martiri e protettori, è il momento migliore per godere di un privilegio che manteniamo ormai in pochi. Vivere la strada.
Crescendo tendiamo infatti a costruirci intorno ambienti protetti. Circoli, palestre, associazioni, salotti popolati da persone che condividono interessi, abitudini e possibilmente opinioni. Una specie di acquario sociale con l’acqua sempre alla temperatura giusta. Se poi diventiamo abbastanza importanti, smettiamo persino di guidare. Autisti e scorte ci sottraggono definitivamente a quel meraviglioso contatto con la realtà costituito dalle buche e dalle bestemmie che normalmente le accompagnano.
La strada, invece, rimane uno degli ultimi spazi democratici. E proprio per questo ci racconta benissimo.
Prendiamo la doppia fila. A Palermo non è più un’infrazione. È ormai un istituto giuridico consuetudinario. «Cinque minuti».
Per il pane, il giornale, il caffè, il bambino. Moltiplicati per qualche migliaio di automobilisti fanno una città paralizzata, ma il problema riguarderà quello che viene dopo.
Lo STOP, nel frattempo, è diventato un suggerimento. Lasciare libera la visuale di un incrocio una raffinatezza per specialisti. Aggiungiamo le piste ciclabili, giustamente protette, e una strada larga diventa un budello nel quale deve infilarsi l’ultimo protagonista della mobilità contemporanea. Il SUV.
Persino la Cinquecento, evidentemente sottoposta a una massiccia cura di estrogeni, è diventata un piccolo SUV. Una coppia pensa di avere un bambino e, prima ancora di sceglierne il nome, si domanda quale fuoristrada possa contenere la carrozzina.
Così il SUV è diventato l’utilitaria e, per distinguersi, ormai servirebbe un transatlantico.
Il problema, però, non sono le automobili. È una filosofia molto semplice. Il problema lo lascio a quello che viene dopo.
Poi diciamo che c’è traffico, come se fosse un monsone che si abbatte sulla città indipendentemente dagli uomini.
Certo, anche Parigi, Londra o Monaco hanno il traffico e, diversamente da noi, possiedono alternative efficienti. Ma provate a lasciare l’auto in doppia fila a Monaco. Non vi giustiziano sul posto, naturalmente.
Anche se forse ciò che ci manca non è una multa, che può essere contestata, non pagata o trasformata persino in una lesione della libertà personale, ma qualcosa che lasci memoria del misfatto. Una bacchettata non metaforica, penso a vigili urbani che abbiano in dotazione “il nerbo” di budello (all’antica) naturalmente, o addirittura anche la semplice “bacchetta” o “la cinghia dei pantaloni” come ai romantici tempi delle elementari, quando certi metodi pedagogici avrebbero fatto apparire Torquemada un seguace di Maria Montessori.
Oggi rischieremmo di traumatizzare l’automobilista. Potrebbe persino svegliarsi con l’insano desiderio di pagare spontaneamente il bollo o, aberrazione suprema, rifiutare uno sconto sul carburante perché sospetta una manovra elettorale.
Ma cosa non è, ormai, una manovra elettorale? La campagna elettorale comincia il giorno dopo le elezioni. Forse la sera stessa.
Viviamo dentro una televendita permanente. Ognuno possiede la padella migliore. Non attacca, consuma meno e, se telefonate subito, ve ne regalano un’altra. Dall’altra rete spiegano invece che quella padella fa schifo, perde il manico e probabilmente provoca anche la caduta dei capelli. Per questo ho spento la televisione. Preferisco lo scooterone.
Sobbalzo sulle buche, attraverso doppie file e ripasso i santi, preparandomi ai prossimi corsi quinquennali di aggiornamento alla pietitudine (dopo essermi scansato cinque anni di catechismo)
In fondo Palermo ha una sua funzione educativa. Ogni buca è una lezione, ogni doppia fila un esame, ogni incrocio un atto di fede.
E quando arriviamo vivi a destinazione possiamo considerarci promossi.
Un abbraccio
Epruno













