Carissimi,
tutto questo ha un nome. In genere si chiama casino.
Qualcuno usa un termine più colorito, che curiosamente deriva da quelle case nelle quali, per secoli, gli uomini andavano a comprare sesso, finché nel 1958 arrivò la senatrice Merlin a spiegare che la Repubblica italiana poteva sopravvivere anche senza le case chiuse. E infatti chiusero le case, ma il casino rimase.
Anzi, si organizzò.
Non vorrei però distrarvi con argomenti sui quali magari torneremo, perché il casino al quale mi riferisco è quello nel quale viviamo oggi. Politico, economico, militare, sociale, perfino lessicale. Un mondo nel quale la democrazia continua a essere il migliore sistema che abbiamo trovato, ma possiede un piccolo difetto. Ogni tanto consegna democraticamente le chiavi di casa a qualcuno che, una volta entrato, decide di spostare i mobili.
Prendete un signore alto, corpulento, con un inconfondibile ciuffo biondo, mettetelo alla guida degli Stati Uniti e fate in modo che un giorno annunci dazi, quello successivo minacci sanzioni e quello dopo ancora rimetta in discussione rapporti internazionali che consideravamo consolidati. Non sto dicendo se abbia ragione o torto. Dico soltanto che dall’altra parte dell’oceano qualcuno parla e, poche ore dopo, dall’altra parte del mondo mercati, valute e aspettative cominciano a muoversi. Proprio in questi giorni Washington ha ampliato nuovamente gli strumenti sanzionatori e tariffari legati alla Russia.
E io mi preoccupo.
Perché appartengo a quella vastissima categoria di raffinati analisti di geopolitica internazionale che possiedono un mutuo.
Ogni volta che la presidente della BCE si presenta davanti a un microfono, quindi, non ascolto soltanto inflazione, PIL, politica monetaria e stabilità dei prezzi. Io vedo la rata e siccome di recente la BCE ha effettivamente rialzato i tassi di 25 punti base, portando quello sui depositi al 2,50 per cento e quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65, capite che la geopolitica, a casa mia, arriva direttamente tramite bonifico.
Una volta ci spiegavano la globalizzazione con il battito d’ali di una farfalla capace di provocare una tempesta dall’altra parte del mondo. Oggi la farfalla ha un account sui social, convoca conferenze stampa e dispone di arsenali nucleari.
Poi c’è l’Ucraina, con una guerra che continua a trascinarsi e nella quale interessi strategici, sicurezza europea, sovranità nazionale e rapporti con la Russia si intrecciano ormai da anni. E c’è il Medio Oriente, dove decenni di storia, confini, religioni, terrorismo, sicurezza, occupazione, nazionalismi e diritti di due popoli vengono spesso compressi in una frase da social network. Intanto a Gaza continuano a morire civili e le Nazioni Unite descrivono ancora una situazione umanitaria gravissima.
Davanti a tutto questo, però, accade il miracolo.
Arriva Pierino, entra nelle nostre case attraverso la televisione, ci guarda negli occhi e ci dice di stare tranquilli perché, se votiamo lui, sistemerà tutto.
La guerra, l’immigrazione, le tasse, la sanità, le pensioni, le bollette, probabilmente anche l’artrosi cervicale.
E noi dovremmo credergli?
Non credo abbia un anello al naso neppure l’ultimo migrante salito su un gommone. Quello almeno ha capito una cosa terribile e concreta, che il mondo non si cambia con uno slogan. Ha venduto quello che possedeva, ha rischiato la vita e se n’è andato, magari soltanto nella speranza che i suoi figli possano vivere un po’ meglio di lui.
Io, invece, continuo ad appassionarmi alla fantascienza, soprattutto a quella che immagina uomini capaci, fra qualche secolo, di viaggiare verso altri mondi dopo avere finalmente imparato a convivere su questo.
Non credo che farò in tempo a vederlo.
Ho già qualche difficoltà a immaginare una metropolitana degna di questo nome nella mia città.
Appartengo, del resto, alla generazione che ha sentito parlare del Ponte sullo Stretto per una vita intera e che ancora oggi lo vede attraversare soprattutto campagne elettorali, ricorsi, progetti e telegiornali. Forse perché appartengo alla generazione che preferisce costruire ponti piuttosto che muri, continuo ingenuamente a pensare che davanti a un regalo bisognerebbe almeno domandarsi chi lo paga.
Io di politica continuo a capire poco, so soltanto che alla fine dell’anno avrò risparmiato €. 130,00 per una tassa sospesa.
Sospesa la tassa, sospeso il problema, sospeso possibilmente anche il pensiero.
Centotrenta euro.
E mentre il mondo discute di guerre, dazi, petrolio, confini e nuovi equilibri planetari, noi riusciamo ancora a dividerci persino su quelli. Forse il vero casino è questo.
Un abbraccio, Epruno













