Archivio per la categoria: Epruno – Il meglio della vita (ilsicilia.it)

Imparare a coltivare la propria vita

Carissimi,

si può essere ecologisti senza bisogno di sfilare dietro uno striscione o di farsi fotografare mentre si salva il mondo a colpi di slogan, basta un balcone, una pianta, un gesto quotidiano che non fa notizia ma costruisce senso, perché il valore della vita non si impara nelle piazze ma nelle piccole abitudini che ci portiamo addosso, spesso senza nemmeno accorgercene, dentro quell’educazione silenziosa che arriva dalla famiglia e che, a giudicare da ciò che vediamo ogni giorno, sembra diventata un optional in un tempo in cui anche i più giovani giocano con il limite come fosse una gara, una sfida continua con se stessi pur di dimostrare qualcosa a qualcuno, dimenticando che senza di noi non esiste alcuna possibilità di vivere ciò che rincorriamo, accumuliamo, ostentiamo.

Io, per esempio, ho ereditato da mia madre una passione discreta per il verde, una di quelle cose che non fanno rumore ma restano, e la osservavo mentre curava le sue piante con una dedizione che arrivava quasi a parlarci, come se ogni foglia potesse ascoltare e rispondere, e in effetti lo faceva, restituendo fioriture che avevano la dignità di una piccola meraviglia domestica, una bellezza semplice ma assoluta che riempiva gli occhi e, soprattutto, il cuore.

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La Mia Pasquetta

Carissimi,

vorrei approfittare, prima di ogni cosa, per farvi gli auguri di una buona Pasqua, quella festa che arriva puntuale alle porte della primavera, proprio quando pensavamo di esserci liberati dall’assedio delle festività, che da noi, inutile negarlo, finiscono sempre nello stesso modo, cioè a tavola, perché siamo un popolo talmente organizzato che il calendario lo scandiamo a colpi di dolci, ricorrenze e specialità varie.

E se Natale ha il suo Santo Stefano, Pasqua riesce persino a fare di meglio, perché si porta dietro la Pasquetta, che non è il giorno degli avanzi, come la logica vorrebbe, ma il giorno del raddoppio, della replica, della rivincita, della scampagnata fuori porta, dove l’esercente con l’occhio lungo intercetta il palermitano e lo cattura con il menù a prezzo fisso, dove si mangia di tutto, talmente di tutto che, se il cameriere non sta attento, rischia pure lui di finire nel piatto.

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Il piacere di sapere quanto costa l’onestà

Carissimi,

la nostra società ha un talento raro: non cambiare mai davvero.
Non ama mettere in discussione ciò che è consolidato; lo accarezza, lo giustifica, lo sistema.

Così, anche quando qualcosa nasce storto, ingiusto, perfino indecente, invece di raddrizzarlo lo si “regolarizza”, lo si sana, lo si benedice. Non si torna alla legalità, si costruisce una legalità su misura dell’errore.

E allora succede una cosa semplice, quasi elegante nella sua perversione, si formano due file.
Una fila composta da chi rispetta le regole e l’altra da chi le aggira, con l’aria di chi sta solo “interpretando meglio la vita”.

E sapete qual è il problema? Che spesso la seconda fila scorre più veloce.

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Rieccoci: Le Idi di Marzo

Carissimi,

il mondo va davvero a rotoli perché le persone sono peggiorate? Ci sono conflitti ovunque e persone che starnazzano e urlano per far valere soltanto i propri interessi più che le proprie ragioni.

A volte mi chiedo se il vero male dei nostri tempi non sia la mediocrità degli individui. Ci rifletto spesso e penso che la bassa statura morale di molte persone in cerca di ribalta sia spesso giustificata proprio dalla loro mediocrità.

Non ci sono più eroi in giro e, a ben vedere, non ci sono neppure persone realmente disposte a competere. Si cercano invece tutte le scorciatoie possibili per evitare il confronto, si denigra l’avversario, lo si distrugge, lo si mette nella condizione di non potersi nemmeno giocare la partita. Così vincere diventa facile.

Ma in questo modo non ci sarà mai un vero confronto e soprattutto, non ci sarà alcuna speranza di miglioramento. La competizione, quando è sana, costringe a dare il meglio di sé per superare l’avversario, se invece ci si limita a dimostrare che chi ti sta di fronte è più scarso di te, qualunque sia il tuo livello, allora non si mettono mai davvero in discussione le proprie capacità né si accendono i riflettori su ciò che si vale veramente.

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La città che sarà o che vorremmo fosse

Carissimi,

la città che sarà, o forse quella che dovrebbe essere, perché a ben pensarci la domanda più giusta non è quale città verrà, ma quale città vogliamo diventare davvero.

C’è una cosa che nel dibattito pubblico quasi sempre sfugge e che invece gli addetti ai lavori conoscono bene: le opere importanti, soprattutto quelle pubbliche e le grandi infrastrutture, non nascono il giorno in cui si apre un cantiere, ma molto prima, da un’idea che deve maturare, che attraversa livelli diversi di progettazione, che passa attraverso verifiche tecniche, controlli e approvazioni e che solo alla fine arriva alla fase esecutiva davvero cantierabile, quando finalmente può essere affidata a un’impresa che la realizzerà.

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Siamo sopravvissuti a Sanremo

Carissimi,

I social nei rapporti umani

Carissimi

Cosa portereste con voi sapendo di dover lasciare tutto? I ricordi, le fotografie, le relazioni? O magari la password di Facebook, perché senza quella oggi non sei nessuno, nemmeno per il condominio.

Viviamo sospesi tra reale e digitale, in un’epoca in cui il lutto più grande non è perdere un amico ma perdere l’accesso al profilo, e allora viene da chiedersi quale valore abbiano davvero i rapporti umani e se i social ce li abbiano migliorati oppure semplicemente fotografati per quello che siamo.

Quando aprii il mio primo profilo Facebook era quasi un esperimento antropologico, una piazza nuova, un po’ ingenua e un po’ entusiasta, dove si condividevano emozioni, foto e pensieri, e sembrava di avere inventato la versione moderna della lettera, con la differenza che la leggevano in trecento.

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La bellezza e il vizio di tifare per il brutto

Carissimi

C’è una domanda che meriterebbe risposta, ma che nessuno ha il coraggio di fare: “come si fa, potendo scegliere tra una cosa brutta e una cosa bella, a tifare deliberatamente per la cosa brutta?

Succede spesso. Succede soprattutto a chi, persi gli ideali, ha fatto del dissenso una rendita di posizione. Piccole nicchie di prestigio da cui si cavalca il ruolo del bastian contrario, raccogliendo consenso tra gli scontenti cronici, quelli che non sanno perché sono arrabbiati, ma lo sono con metodo.

Molti vivono convinti che tutto ciò che va male abbia una causa esterna. Una colpa altrui. Un’entità vaga e ostile che prende quasi sempre le sembianze del prossimo. Il prossimo è il vero problema, non perché venga dopo di noi, ma perché ci sta accanto. È l’altro, l’ostacolo, lo specchio che non vogliamo guardare.

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La “Torre d’Avorio”

Carissimi,

ognuno di noi possiede la propria “Torre d’Avorio”, ben mimetizzata, al riparo dagli sguardi indiscreti e custodita con una cura quasi maniacale, perché serve a rifugiarsi nei momenti intimi, a nascondersi quando il mondo diventa troppo rumoroso, o più semplicemente a scappare dal quotidiano trambusto, dalle brutte notizie e, nei casi più sofisticati, a coltivare il proprio dolore come un bonsai da salotto.

Non c’entrano nulla i social o i media, che semmai hanno solo dato un nome moderno a una pratica antichissima, perché la torre d’avorio esiste da sempre, anche quando tutto era analogico, i telefoni avevano il filo e l’unica modalità silenziosa era smettere di rispondere.

Ci si mette tutta la buona volontà possibile nello stare sempre in prima linea, nel correre in soccorso dei problemi altrui, nel vestire con dignità e pazienza i panni di Eduardo il Confessore, quello che ascolta tutti, assolve tutti e non giudica mai, ma poi arriva inevitabilmente il momento in cui bisogna pensare a sé stessi e allora diventa indispensabile girare quel cartellino appeso alla porta di vetro con scritto torno subito, esporlo con garbo all’utenza e confidare che, dopo il primo moto di stizza, chiunque saprà farsene una ragione e magari anche arrangiarsi.

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Regole, eccezioni e deroghe

Carissimi, per chi sono davvero le regole?

Se vogliamo vivere in società dobbiamo condividere delle regole, poi però arrivano le eccezioni e infine, immancabili, le deroghe. Le regole sono per i poveracci, per quelli che non hanno nessuno a proteggerli, le eccezioni sono per i furbi e per i prepotenti, le deroghe invece sono riservate ai potenti, così davanti allo stesso identico problema non è il problema a fare la differenza ma chi lo deve affrontare.

Possiamo riempire i libri di iconografie con la dea bendata che regge la bilancia, ma alla fine è sempre il censo a decidere, e su come nasca questa casta privilegiata ne abbiamo parlato più volte, in fondo da quando il primo uomo piantò dei paletti nel terreno e disse “è mio”. Nessun atto divino, nonostante fiumi d’inchiostro e culti costruiti in laboratorio abbiano provato a ricostruire verginità sacre, fino al punto di proclamare re e capi religiosi per volontà divina, quando spesso alla base non c’era altro che una scopata negata, vedi Enrico VIII.

Al netto di tutte le regole, la verità è semplice, le cose in questo mondo sono sempre appartenute a chi è stato capace di prendersele, solo dopo, a cascata, abbiamo inventato regole ed eccezioni per nobilitare ciò che con maggiore onestà si sarebbe potuto chiamare appropriazione o furto, ma sempre di prepotenza si trattava.

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