Carissimi
Ogni villaggio ha il suo scemo, ma Robertino, detto Bobò, non era uno scemo come tanti.
Già da piccolo era un bambino fisicamente molto più sviluppato degli altri, per la sua età, ma per sua madre era sempre rimasto il suo Robertino, difeso e voluto contro ogni morale comune. Era rimasta incinta di un uomo sposato che non aveva mai voluto riconoscere il bambino e che lei, invece, aveva deciso di tenere.
Donna di servizio da sempre, cacciata di casa e additata come donna di facili costumi, aveva avuto un’unica colpa, trovarsi a servizio presso una persona potente che, un giorno, aveva deciso per sfizio di abusare di lei. Da quella storia nefanda era nato Bobò, cresciuto nell’affetto come un dono, non come una vergogna.
Eravamo cresciuti insieme negli anni della mia infanzia, e con lui giocavo quando d’estate ci recavamo a Cerze, il suo paese, un piccolo centro di montagna, poi, a seguito di una brutta influenza, Robertino contrasse una meningite batterica che gli provocò danni cerebrali permanenti. Da allora la sua vita rimase segnata da una compromissione intellettiva e cognitiva che lo condusse, all’età di dodici anni, in quella condizione che il paese, con crudele semplicità, chiamava “scemenza”.
La vita non è semplice, soprattutto per chi, già vessato dalla sorte, viene colpito da ulteriori tegole mentre tenta soltanto di sopravvivere. La disperazione, prima per la paura di perdere il figlio, poi per la consapevolezza che quel bambino non sarebbe mai più stato “normale”, lasciò spazio a energie impensabili, quelle che solo una madre è capace di trovare. Così la donna, anche questa volta, si rialzò, anzi, si rialzarono insieme, e insieme crebbero e invecchiarono, sostenendosi a vicenda e facendosi forza l’uno con l’altra.
Per lei Bobò era come tutti gli altri, anche se cresceva fisicamente, alto e robusto, mentre la sua mente restava quella di un bambino carico di difficoltà. Sembrava ascoltare i discorsi da adulto che la madre gli rivolgeva e seguirli con attenzione, ma il piccolo, poi ragazzo, poi uomo, dietro quegli occhi azzurri e quel sorriso perenne, rimaneva chiuso nel suo mondo.
Andarono avanti così per molti anni. Li vedevi per strada e parevano l’articolo “il”, lei minuta, lui un gigante al suo fianco, sempre mano nella mano. La donna si spendeva fino allo stremo, lavorava senza tregua e, grazie alla tolleranza dei padroni, portava con sé il suo caro Bobò. Lui, in silenzio, trascorreva le ore educatamente seduto su una sedia, in cucina, lontano dagli sguardi dei visitatori e degli abitanti delle case, a fissare il vuoto.
Il Parroco del paese si fece tramite presso il sindaco affinché, grazie all’intervento del senatore Burbazza, riferimento politico della zona, al raggiungimento dell’età adulta il ragazzo potesse beneficiare di una piccola pensione e di un minimo sostentamento, in considerazione della sua condizione di demenza. Questo contributo aiutò ad alleviare, almeno in parte, la totale assenza di sostegno da parte dei parenti.
Bobò cresceva ed era ormai un uomo, ma ogni mattina, trascinato per mano dalla madre, appariva sempre pulito, pettinato, profumato. Anche se qualche pantalone o maglione mostrava i segni di rattoppi ben fatti, addosso portava la dignità della povertà.
La donnina si faceva ogni giorno più curva sotto il peso dell’età, ma in quella mano che stringeva c’era ancora la forza necessaria per portarsi dietro, ovunque, il suo Bobò. Poi l’età presentò il conto, si ammalò e morì, e Bobò rimase solo. In molti dissero che non avesse capito nulla, io so soltanto che, da quel giorno, il silenzio prese il posto della sua voce.
Una lontana parente si occupò di Bobò, parola fin troppo grande, più del suo sostentamento economico che della sua vita quotidiana. Lui, intanto, diventava sempre più trasandato, la barba lunga, lo stesso vestito addosso per giorni, quasi sempre seduto su quella panchina di pietra davanti alla chiesa madre. Era il posto dove, nelle giornate di sole, sua madre lo lasciava ad aspettarla mentre lei puliva la canonica, ritagliando quel lavoro tra mille altri per riuscire a sopravvivere. Dopo la sua morte accadde spesso che Bobò venisse dimenticato lì, e che fosse la pietà dei compaesani, più che l’interesse dei parenti, ad accorgersi di lui e a ricondurlo a casa.
Giunse il periodo delle feste natalizie e Bobò, forse incuriosito dalle luminarie e dalla musica in piazza, volle rimanere seduto su quella panchina a osservare le luci e, apparentemente, ad ascoltare i suoni. Chi poteva sapere cosa gli passasse per la testa. Faceva freddo e lui, rannicchiato, con il suo solito scapolare addosso, fissava il vuoto.
Era la notte della vigilia e ognuno era preso dall’organizzazione del proprio Natale, figurarsi chi avrebbe potuto accorgersi di Bobò o pensare a lui. Rimase solo, seduto in piazza su quella panchina di pietra, mentre cominciavano a cadere i primi fiocchi di neve e il paesaggio festivo si faceva, paradossalmente, ancora più bello.
Bobò sentiva i brividi e, a un certo punto, pronunciò poche parole: «Sento molto freddo». Fu allora che una mano, che lui riconobbe, si tese verso di lui. Il suo volto si illuminò in un grande sorriso e lui la strinse.
L’indomani mattina trovarono Bobò lì, sotto quei pochi fiocchi di neve posatisi sullo scapolare, addormentato per sempre su quella panchina di pietra, con un sorriso sul volto e un braccio penzolante, il pugno ancora stretto.
Non passa volta che, nelle mie preghiere, non riservi un pensiero al povero Bobò. Con l’età comincio ad avere più dubbi che certezze, e sono sensibile alle storie degli “ultimi”, ma se esiste davvero un paradiso, sono certo che Bobò sia lì, a tenere per mano quella donnina minuta.
Auguri, un abbraccio, Epruno.













