Voglio parlarvi di una categoria di pazzi, una categoria che infesta i social e i media con tale sicurezza da far dubitare che le loro affermazioni siano frutto di intelligenza umana. A volte viene da pensare che si tratti di qualcosa di peggio: una forma evoluta di deficienza artificiale.
Come si può inneggiare alla guerra? Come si può pronunciare l’espressione “guerra giusta” senza provare imbarazzo? E come si può immaginare che una guerra risolva un problema e produca pace, senza prima disseminare il terreno di morti, macerie e lutti?
Dall’origine dei tempi l’uomo attacca un altro uomo per una ragione semplice e banale: difendere o conquistare beni. È il denaro che governa tutto. Avete mai visto guerre in scenari davvero poveri? Avete mai visto esportare democrazia in territori dove non ci fossero né petrolio né risorse naturali da sfruttare?
Eppure oggi qualcuno — i soliti noti — si riarma proclamando di dover difendere la libertà di un popolo aggredito, che guarda caso vive su terre ricche di minerali rari e altre risorse appetibili. Con nobile slancio morale, questi decidono di immolarsi per fare “la cosa giusta”: la guerra, sempre la guerra.
In questo contesto viene spontaneo porsi una domanda tanto semplice quanto scomoda: posto che io a combattere non ci vado per motivi anagrafici, e che chi lo propone non ci va perché si limita a proporlo, chi andrà davvero a morire su un ipotetico fronte? I figli di chi invoca la guerra o quelli già messi prudentemente al sicuro? Perché è noto che i figli dei ricchi e dei potenti non fanno la guerra: restano al riparo, come i generali.
Tolti questi, chi resta? I figli di nessuno, i figli dei poveracci, i nostri figli, la gente comune. Davvero dovremmo accettare tutto questo come inevitabile? Vi prego, ditemi che è solo una messinscena, un esercizio retorico mal riuscito.
La storia, purtroppo, insegna che va sempre così: un marpione aizza pochi scappati di casa, che col tempo diventano moltitudine. La dissidenza arriva sempre dopo, a partita chiusa, quando non resta che dichiararsi contrari e lasciare i morti senza padrone.
Oggi a parlare di guerra inevitabile in televisione sono anche gli “opinionisti”, gli stessi che poco dopo si commuovono davanti alle immagini dei bambini nei conflitti più lontani. Quelle immagini funzionano sempre: una lacrima rapida, un post ben scritto, due hashtag messi al posto giusto, e la coscienza è salva per la giornata. Anch’io ne sono colpito, perché è impossibile non provare pietà. Il problema è che la pietà, quando scatta a comando, smette di essere umana e diventa posa, coreografia, riflesso condizionato.
Se non esistesse un mero interesse economico, nessuno parlerebbe con tanto entusiasmo di “spirito volenteroso”. Altro che ideali: qui si parla di bilanci, contabilità e materie prime. Quanta ipocrisia, quanta morale a gettone.
Per anni siamo stati educati da una Comunità europea severa e inflessibile, fatta di quote, vincoli, sanzioni e austerità spacciata per virtù. Abbiamo visto interi Paesi, la Grecia su tutti, messi in ginocchio in nome del rigore. Oggi, però, proprio quando sarebbe il momento di dimostrare cosa vale davvero l’Europa, scopriamo che l’Europa può essere messa tra parentesi da un ristretto club di Stati “volenterosi”, che decide per tutti senza passare da nessuno.
Non si può stare dentro e fuori contemporaneamente. La Gran Bretagna, almeno, ha smesso di fingere ed è uscita dall’equivoco. Qui invece si resta dentro per convenienza e fuori per le decisioni scomode.
E ora si parla di guerra inevitabile. Bene: la trovano inevitabile? Vadano loro. Mandino i loro figli. Ma non decidano per gli altri.
Perché la guerra è sempre inevitabile finché a morire sono gli altri.
Io ho creduto nell’Europa unita, nell’abbattimento delle frontiere e in un continente capace di imparare dalla propria storia. Non crederò mai ai “volenterosi”, ma continuerò a credere negli illuminati che seppero sognare e costruire un lungo periodo di pace e prosperità.
Un abbraccio.
Epruno













