Carissimi, per chi sono davvero le regole?
Se vogliamo vivere in società dobbiamo condividere delle regole, poi però arrivano le eccezioni e infine, immancabili, le deroghe. Le regole sono per i poveracci, per quelli che non hanno nessuno a proteggerli, le eccezioni sono per i furbi e per i prepotenti, le deroghe invece sono riservate ai potenti, così davanti allo stesso identico problema non è il problema a fare la differenza ma chi lo deve affrontare.
Possiamo riempire i libri di iconografie con la dea bendata che regge la bilancia, ma alla fine è sempre il censo a decidere, e su come nasca questa casta privilegiata ne abbiamo parlato più volte, in fondo da quando il primo uomo piantò dei paletti nel terreno e disse “è mio”. Nessun atto divino, nonostante fiumi d’inchiostro e culti costruiti in laboratorio abbiano provato a ricostruire verginità sacre, fino al punto di proclamare re e capi religiosi per volontà divina, quando spesso alla base non c’era altro che una scopata negata, vedi Enrico VIII.
Al netto di tutte le regole, la verità è semplice, le cose in questo mondo sono sempre appartenute a chi è stato capace di prendersele, solo dopo, a cascata, abbiamo inventato regole ed eccezioni per nobilitare ciò che con maggiore onestà si sarebbe potuto chiamare appropriazione o furto, ma sempre di prepotenza si trattava.
Chi fa le leggi. Tolte quelle consegnate a Mosè, l’unico che nei millenni ha davvero rispettato fino in fondo le regole dell’esodo portandosi dietro un intero popolo, tutte le altre leggi sono umane e le leggi umane le fanno quelli che comandano, e chi comanda sono i potenti, per i quali, come detto, esistono sempre le deroghe.
Oggi parliamo di opinione pubblica, di media e di televisione, ma non pensiate che nei tempi antichi fosse diverso, non c’erano questi strumenti è vero, ma c’era già tutto il resto, la forza, il potere, la prepotenza, mentre per tutti gli altri c’erano le regole, cambiate periodicamente per renderle addomesticabili a vantaggio dei furbi, grazie alle eccezioni o, quando serviva, all’intervento diretto dei potenti attraverso interpretazioni e deroghe.
Non mi scandalizza nemmeno il fatto che un potente una mattina si svegli e dica “questa cosa mi serve e me la prendo”. Se parliamo di una penna è bullismo, se parliamo di un’auto è furto, se parliamo di uno Stato intero, mettiamo la Groenlandia, diventa politica internazionale.
Il problema non è solo l’atto in sé, il vero problema è come si diventa potenti e prepotenti. Se potessi scegliere dove nascere e da chi nascere, mettiamo in India, sceglierei senza esitazione di venire al mondo figlio di una persona potente appartenente a una casta, nessuno sogna di nascere poveraccio, cioè, condannato a subire le regole.
Anche nel mondo occidentale ormai funziona così, non si nasce potenti per volontà divina, si nasce prepotenti e si diventa potenti attraverso la politica, parola che in questo discorso spogliamo di ogni valore morale, limitandoci alla politica di strada così come la viviamo quotidianamente. Un soggetto una volta eletto, se prima è stato abile a scrivere bene le regole da derogare, diventa potente e se poi viene eletto presidente dello Stato più importante del mondo non diventa solo l’uomo più importante del pianeta ma il più potente.
Capite allora cosa significa non andare a votare. Una volta lassù puoi fare quello che vuoi e lì sì che il divino può forse avere un ruolo, sperare almeno che non si tratti di uno con le rotelle completamente fuori posto, ma spesso questo lo si scopre solo dopo, quando le carte sono ormai scoperte.
Che un potente prepotente faccia i propri interessi economici e quelli, per dirla con l’abate Meli, degli “amiciuna di lu so partitu”, perché dovrebbe scandalizzarmi se per essere eletto ha passato i due anni precedenti a raccogliere fondi e donazioni da persone potenti e danarose, tra una cena elettorale e l’altra. Una volta eletto, a chi dovrà rendere conto, al poveraccio senza dimora.
Può pure dire la sera della vittoria “sarò il presidente di tutti”, ma sono solo parole. Il risultato è semplice, se vorrà uno Stato perché gli serve se lo prenderà, se vorrà costruire un albergo in “Vicolo Corto” lo farà, non perché le regole le fa lui ma perché farà le deroghe che convengono a tutti gli altri potenti che hanno investito su di lui.
Morale della favola, esercitate il vostro diritto di voto sempre, ma quando andrete a votare fermatevi qualche secondo in più prima di mettere quella “X” sulla scheda, perché dopo, spesso, c’è ben poco da fare.
Un abbraccio disinteressato,
Epruno.













