Carissimi,
ognuno di noi possiede la propria “Torre d’Avorio”, ben mimetizzata, al riparo dagli sguardi indiscreti e custodita con una cura quasi maniacale, perché serve a rifugiarsi nei momenti intimi, a nascondersi quando il mondo diventa troppo rumoroso, o più semplicemente a scappare dal quotidiano trambusto, dalle brutte notizie e, nei casi più sofisticati, a coltivare il proprio dolore come un bonsai da salotto.
Non c’entrano nulla i social o i media, che semmai hanno solo dato un nome moderno a una pratica antichissima, perché la torre d’avorio esiste da sempre, anche quando tutto era analogico, i telefoni avevano il filo e l’unica modalità silenziosa era smettere di rispondere.
Ci si mette tutta la buona volontà possibile nello stare sempre in prima linea, nel correre in soccorso dei problemi altrui, nel vestire con dignità e pazienza i panni di Eduardo il Confessore, quello che ascolta tutti, assolve tutti e non giudica mai, ma poi arriva inevitabilmente il momento in cui bisogna pensare a sé stessi e allora diventa indispensabile girare quel cartellino appeso alla porta di vetro con scritto torno subito, esporlo con garbo all’utenza e confidare che, dopo il primo moto di stizza, chiunque saprà farsene una ragione e magari anche arrangiarsi.
In fondo potremmo sparire del tutto e il nostro prossimo, passato un breve momento di disorientamento, finirebbe per non accorgersene nemmeno, perché la quasi totalità dei rapporti umani si fonda sull’utilità, non sul benessere dell’animo, non sull’arricchimento reciproco, non sulla semplice e rivoluzionaria voglia di stare bene insieme senza un tornaconto.
Quanti momenti che all’epoca ci sembravano felici o addirittura memorabili riempiono oggi gli album delle nostre note mentali, e dei quali non è rimasto assolutamente nulla, se non una vaga sensazione di averci creduto davvero, tanto che parliamo senza vergogna di selfie ante litteram, perché a durare nel tempo sono soprattutto le foto di noi stessi, quelle che ci restituiscono il metro del cambiamento, di come cresciamo, invecchiamo e perdiamo colpi, mentre la bellezza si trasforma sotto lo sguardo complice degli specchi, gli unici testimoni fedeli della nostra metamorfosi, capaci di invecchiare insieme a noi senza chiedere spiegazioni.
E di tutte le altre foto di gruppo cosa rimane, se non istantanee di un divertimento temporaneo, spesso affollate da persone che oggi non ci sono più, perché uscite silenziosamente dalla nostra vita o perché, con maggior discrezione, sono proprio uscite di scena.
Poi ci sono gli album di matrimonio, capolavori assoluti di ottimismo, corredati da filmini, DVD, chiavette USB e in tempi più recenti persino dalle prime riprese con i droni, quando ancora li consideravamo un’idea romantica e non strumenti di guerra, e in quelle immagini oggi spesso non esiste più neanche il consorte, vista la frequenza dei divorzi, seguiti da una carrellata di parenti defunti senza scomodare i nonni centenari, mentre fanno capolino i veri misteri della vita adulta, i testimoni di nozze, quella categoria di persone che si dissolve nel tempo fino a sparire perfino dalle rubriche telefoniche, a dimostrazione di quanto fossero solidi i criteri con cui li avevamo scelti, e già ci sentiamo fortunati se risulta ancora vivo il sacerdote celebrante, mentre ogni volta davanti all’album ci poniamo la stessa domanda esistenziale, bello l’abito di nozze, ma come cazzo facevo a entrarci dentro.
Ecco perché mi permetterei di consigliare una certa sobrietà nella spesa per questi servizi fotografici, attirandomi l’ira funesta dei miei amici fotografi, evitando investimenti faraonici in album di pelle giganteschi e pesantissimi, difficili da maneggiare già al rientro dal viaggio di nozze, preferendo magari una sola foto, ben scelta, in una cornice d’argento sobria, non pacchiana, non in stile Savastano, con un sorriso decente e dignitoso, perché non si sa mai, e lo dico soprattutto ai poco social, visto che quella foto di nozze è sempre la prima a essere riesumata in occasione di luttuosi fatti di cronaca, e ognuno sapi i sua.
Ed è così che, esauriti i ricordi affollati e asciugate le lacrime, ci siederemo a riprendere fiato su una panchina durante la passeggiata mattutina, prima di rientrare nella nostra torre d’avorio, e capiremo finalmente perché passiamo la prima parte della vita ad arredarne l’esterno, quello che gli altri possono vedere, ammirare e invidiare, mentre nella seconda parte, sempre più lunga e sorprendentemente silenziosa, quando non saremo più così interessanti o utili al prossimo interessato, inizieremo ad arredarne l’interno con ogni comfort possibile.
Sarà allora che, ridotto il cerchio magico a poche persone capaci di darci piacere o beneficio reale, troveremo finalmente il tempo per noi stessi, anche solo per rimettere in ordine i tasselli di una vita costellata di errori, perché se abbiamo sbagliato vuol dire che abbiamo vissuto, mentre in caso contrario la nostra torre d’avorio resterà sì abitata, ma tristemente sfitta, occupata soltanto dalla nostra anonima e silenziosa presenza.
Un abbraccio, Epruno.













