Si può essere intellettuale o artista ed avere la tessera di partito?
Certo che si può. Così come si può essere sobri e lavorare in una distilleria. Il problema non è la possibilità, ma la tenuta.

E, di contro, può definirsi “organico” e dissentire?
Sì, ma solo fino a quando il dissenso coincide casualmente con la linea ufficiale. Dopo diventa eresia, e l’eresia non è prevista dallo statuto.

Se ci pensate bene, c’è molta più libertà nell’essere perdenti e poter dire ciò che si pensa, che nell’essere vincenti e dover pesare ogni parola per non “offendere” chi scambia una critica per lesa maestà. Il vincente non ascolta: annuisce. E l’annuire è il primo sintomo della sordità politica.

Così facendo, però, non esisterà mai la possibilità di porre rimedio ai propri errori: tu non li vedi e gli altri non te li fanno notare. Non per bontà, ma per convenienza. E siccome non sei allenato al dialogo interiore, al primo dubbio diventi automaticamente dissidente.
Ecco perché conviene non tenere tessere di adesione in tasca: pesano, scaldano e impediscono di dire la propria senza che qualcuno si senta profondamente, irrimediabilmente, mortalmente offeso.

Ma come si costruiscono i consensi?
Bella domanda. La politica non è una scienza esatta, ed è proprio per questo che risulta incomprensibile a me e a molti altri irrazionali. È l’arte di trovare un’occupazione a qualcuno che, una volta ottenutala, dimostrerà una gratitudine inversamente proporzionale al favore ricevuto. È la negazione della fedeltà e la culla dei tradimenti, sempre nobilitati dalla “ragion di Stato”, che in genere coincide con il proprio interesse personale, possibilmente urgente.

Non conosco amicizie vere nate e sopravvissute all’esercizio politico. I nemici sono quelli che militano nel tuo stesso partito, gli avversari stanno negli altri schieramenti, e tutti — senza eccezione — sono competitor. Una grande famiglia allargata… ma solo per le successioni.

La politica, come un wc otturato, ha la curiosa capacità di riportare a galla soggetti che la storia aveva già gentilmente digerito archiviandoli. Riappaiono con una nuova etichetta: “utili”, da consumare preferibilmente entro la data di scadenza, prima che tornino tossici.

È un grande album di figurine di gruppo: non racconta la crescita delle persone, ma il loro transito. Anni, legislature, cambi di maglia. Conta l’istantanea, non la coerenza. E la coerenza, se mai ci fosse, diventerebbe un ostacolo alla carriera, perché la politica è anche mediazione, ritrattazione, smentita di sé stessi. È un bagno di folla anonima alla ricerca di una stretta di mano che non promette nulla, ma certifica — in modo quasi euleriano — una presenza: ero lì, in quel momento, ho risposto alla chiamata.

La politica, in fondo, è un gioco. E come tutti i giochi richiede abilità, sangue freddo e una certa predisposizione all’ambiguità. Bisogna saperci giocare.

Dire lo stretto necessario, nascondendo accuratamente l’intero concetto.
Non dispiacere a nessuno.
E, come naturale conseguenza di tanta prudenza, non fare nulla. Il tutto in perfetta coerenza.

La politica è dire in pubblico che il tuo rivale ha la rogna, quando hai smesso di grattarti un istante prima.

La politica è lo scenario ideale dove tutti hanno ragione. Un luogo accogliente in cui la verità non esiste più: sopravvive solo la propria verità, adattata al contesto, allo schieramento e, se serve, anche all’umore del momento. Una verità così ben narrata da rendere credibili persino gli spergiuri, perché — com’è noto — la verità la scrive chi vince. E spesso la riscrive pure.

Quanto sopra è per me, la politica. Che cosa complicata. E allora mi chiedo: perché mai dovrei complicarmi la vita vendendo l’anima, come uno dei tanti dottor Faust in giacca e cravatta, solo per poter partecipare a questo gioco di società travestito da destino collettivo?

Purtroppo non capisco. E, cosa ancor più grave, non mi adeguo. Preferisco passare per bastian contrario, o per dissidente di professione, piuttosto che rinunciare a scrivere il mio personale Arcipelago Gulash: disordinato, indigesto forse, ma mio.

Un abbraccio,
Epruno