Archivio per la categoria: La Voce di Epruno – L’Editoriale

L’unico brigante

Carissimi …..vi fu un periodo nel quale, i grandi musicisti con “M” maiuscola, non solo giungevano a Palermo, ma vi soggiornavano per alcuni mesi.
Fu così che il 5 novembre 1881 Richard Wagner sbarco a Palermo dal vapore Simeto, dopo una traversata nel tirreno certamente accompagnata da “ammareggiamenti”, (esperienza condivisa da altri grandi viaggiatori in visita alla nostra terra) mise piede città per dirigersi verso il “Grand Hôtel et des Palmes”.
E si quella a quell’epoca, con i grandi viaggiatori, gli albergatori si facevano la rendita, come si direbbe dalle nostre parti, vista la durata dei soggiorni.
Wagner, giunge in città “vicchiarieddru” e pure ammalato, nervoso, irritabile, soggetto a forti dolori al petto, ma con un obiettivo, quello di concludere il suo “Parsifal”. Il suo soggiorno in città durerà fino al marzo 1882.
I medici gli avevano consigliato di lasciare l’umida Bayreuth e di andare a svernare in una città dal clima mediterraneo dove gli avrebbero giovato lunghe passeggiate.
Wagner di fatti rimane conquistato dal clima di Palermo, tanto da dire: «Qui c’è soltanto primavera ed estate», ma ……
Immaginate una star dei giorni d’oggi, che giunge a Palermo, con problemi di salute e con il desiderio e la necessità di ultimare una propria opera.
Non c’è alcun dubbio che la parola “privacy” doveva campeggiare a caratteri cubitali su tutto ciò che lo riguardava.
Di fatti anche la scelta del miglior albergo avrebbe dovuto far capire che il Maestro era un individuo che non amava immischiarsi tra la gente.
Ed è così che per rispettare il desiderio del compositore il “Giornale di Sicilia”, con la massima discrezione, all’indomani dell’arrivo, sbandiera ai quattro venti la notizia: «E’ arrivato il celebre compositore tedesco…….tanto conosciuto per le sue ardite innovazioni musicali e come il capo di quella scuola che si chiama dell’avvenire».
A questo punto, anche se qualcuno ancora non lo conoscesse, o non sapeva chi fosse, la frittata era fatta.
Inutile dire che i salotti nobili annoiati di una volta fecero da quel momento a gara per garantirsi la presenza e dare ospitalità all’illustre visitatore.
Ma credetemi, il Maestro era un tipo strano e non voleva fare vita sociale.
A differenza di Goethe che andava “cusciuliannu” città, città, Wagner si limitò a vedere la valle dei Templi, la cattedrale di Monreale con i suoi mosaici e soprattutto, come tutti i tedeschi, la tomba del loro imperatore Federico II.
Wagner per sua sfortuna, non venne solo a Palermo, ma con sua seconda moglie Cosima Liszt, figlia del famoso compositore, e si sa come sono convincenti le mogli, quando si mettono “cca minutiddra”. Di quella permanenza Cosima ne parla in una sua lettera descrivendo la monotonia delle loro giornate: «La mattina si lavora, a mezzogiorno si passeggia, all’una si desina, alle tre si ripasseggia, alle cinque si lavora, alle sette si pranza e dopo si va al letto».
Avrebbe voluto dire: “Che palle!” Ma a quell’età chi va circannu!
Un programma ferreo quindi che Wagner manterrà almeno sino a quando non finirà di scrivere il “Parsifal” e fino a quando non verrà irretito dalla ospitale e aristocratica mondanità cittadina.
Ad esempio, certamente sarà stato grazie alle insistenze di Cosima che Renoir, anche esso a di passaggio a Palermo, potè fare il ritratto al Maestro.
Questi fingendo allegria, mentre posava, ma nascondendo altrettanto nervosissimo, alla fine guardando il risultato finale del dipinto, smorzo l’entusiasmo del maestro pittore dicendo: “.. Assomiglio a un pastore protestante” il che era vero.
Dicevamo che Wagner completò la partitura del “Parsifal” a Palermo, all’Hôtel des Palmes che ne ricorda l’evento con una lapide ed un busto bronzeo.
Non rimane, invece, traccia del Signor Ragusa, proprietario dell’Hotel con il quale Wagner litigava in continuazione, ….
Le loro frequenti conversazioni si completavano quasi sempre con il Ragusa che mandava il Maestro a quel paese in puro dialetto siculo con frasi del tipo “Ma va scass….” e il Wagner che minacciava il Ragusa dicendo “Attento Ragusa … Io Capire!”
I rapporti si fecero così tesi da spingere Wagner, ultimato il Parsifal a cedere alle insistenza di Cosima, certamente più “tavuliddrara” e dopo aver declinato l’offerta della prestigiosa villa di Camastra dei Tasca, le offerte dei Lanza ed i Mazzarino, finirà per accettare l’ospitalità di Villa Porrazzi di proprietà dei Gangi, non più esistente poiché distrutta dai bombardamenti, in località Porrazzi.
Il Maestro per non smentirsi, pur grato dell’ospitalità passerà tutto il tempo a lamentarsi poiché a suo giudizio la villa appariva fredda ed umida tanto da ammalarsene e far fagotto e trascorrere le sue passeggiate dentro il parco della vicina villa Tasca. Cosa rimarrà in Wagner negli ultimi due anni della sua vita, di questo soggiorno palermitano?
Ma certamente il ricordo del Signor Ragusa, del quale parlando con i suoi altolocati amici dirà:“ l’unico brigante che ho conosciuto in Sicilia”. …… Potenza della promozione turistica!!!!
(21 Ottobre 2011- Versione letta in occasione di “Le stanze di Palermo – Viaggio nel tempo – Con Nadia Spallitta – 9 Febbraio 2017)

“Il Solista”

Lo diceva mio nonno: “Il mondo è una grande orchestra e come tale è fatta di tutti gli strumenti.”

Una fine saggezza popolare assimilava gli strumenti musicali alla diversità comportamentale e caratteriale oltre che fisica del genere umano.

L’orchestra!

Quando pensiamo a un’orchestra, pensiamo a organizzazione, sincronismo, intesa volta al raggiungimento del risultato finale, l’esecuzione di un brano.

Eppure chi meglio di voi attenti ascoltatori è in grado di giudicare un brano suonato bene da uno suonato male, a volte stonato.

Anche lo stesso Mozart, in un suo brano dedicato alle “orchestrine di campagna” finisce la sua partitura con un’evidente stonatura, quasi a voler evidenziare il dilettantismo che spesso accompagna una grande passione.

O Dio, Mozart era Mozart, un’autorità in materia di musica e dopo di lui ai giorni d’oggi in molti provarono ad andare ben oltre le tonalità alle quali eravamo abituati, quasi a dare una sensazione di stonatura (nella radice della parola, appare il suffisso “tono”), che altro non è che una ricerca voluta di nuove sonorità.

Bisogna essere dei grandi per giocare e scherzare con le tonalità, tutto il resto credetemi è involontario dilettantismo e pressappochismo e non soltanto in musica, che spesso si accompagna a presuntuosità e permalosità.

Io spesso ho definito ciò, mediocrità, poiché è l’incapacità di saper vedere che davanti a se ci sono margini di evidente e abissale miglioramento.

A questo punto e in questo contesto, nascono i solisti, coloro che trovano la necessità di confrontarsi con se stessi, convinti che il frutto del proprio lavoro può venir fuori soltanto dal proprio lavoro, senza alcuna aspettativa di aiuto esterno, poiché, quando si accenderanno i riflettori, un enorme occhio di bue li isolerà all’attenzione degli spettatori, pronti a cogliere qualunque errore o a plaudere festanti per una buona esecuzione.

Non tutti i solisti, sono degli ottimi solisti! Un solista che si rispetti pretende un’ottima orchestra alle spalle e ottimi contesti all’altezza delle proprie qualità.

Ma come capita spesso nella vita, se esistono “orchestre di campagna”, “filodrammatiche di parrocchia” esistono anche “solisti di campagna” e “e capi compagnie teatrali da dopolavoro” che non vogliono confrontarsi con il meglio, non vogliono studiare per migliorarsi, più di tanto, a costoro basta soltanto emergere …..

Emergere su cosa …… non importa! Se la base sulla quale si spicca è lo stagno invece che l’oceano aperto, poco importa, basta che ci siano quattro rane a gracchiare un plauso, basta che si accenda un occhio di bue su di loro, anche se quella sera, la sala dei bigliardini adattata per l’occasione a teatro, sarà piena dei soli parenti.

Basta che per una sera il solista possa mettere la giacca da scena migliore che farà posto l’indomani, come ogni giorno, alla gabbanella da sucainchiorsto.

Rapporti Umani

Non aveva ancora finito di suonare l’ultimo rintocco della campana nel quartiere che puntuale giungeva la citofonata del mio amico che mi invitava a scendere, se avessi finito di fare i compiti, per fare una passeggiata.

Avevamo una bella età e non ci ponevamo certi problemi nelle frequentazioni. Allora, bastava essere cresciuti nella stessa zona, aver frequentato la stessa chiesa, essere andati nella stessa scuola per far nascere dei rapporti che ai tempi e per quella classe anagrafica, potevano a pieno merito chiamarsi amicizie.

Oggi uso con scrupolo il termine amico, non so se e quanti me ne siano rimasti ma una cosa è certa, non sarà facile costruirsene di nuove.

Tutto ciò che noi chiamiamo con la parola amicizia, nasce in contesti ben delineati e vincolanti e spesso si esauriscono con essi.

Ad esempio, l’amico al lavoro è come un Rolex cinese, vale tanto quanto questo e si scopre quasi subito.

Una amicizia nata al lavoro dura il giusto periodo di condivisione di uno spazio, un ruolo e un incarico e soprattutto non sopravvive alla competizione.

Una amicizia sul posto di lavoro e come marcarsi a zona nel calcio.

Con certi colleghi dividi giornate intere e ti racconti la vita, condividi segreti, ma poi ti accorgi di esser stato con uno sconosciuto per anni nella stessa stanza e avergli detto cose che nessuno sa e lui ti ha tenuto nascosto che è sposato è ha due famiglie.

Si, vai avanti e scopri che il tuo telefono suona non per chiederti come stai, ma solamente per chiederti se conosciamo quella persona o quel posto.

Quello che in gioventù era un’amicizia oggi è solo convenienza, utilizzo, ipocrisia proprio perché questi rapporti sono basati sulla necessità del viaggio in comune per auto sostenersi, ma dietro di questa non c’è alcun sogno, come poteva esserci in quell’età in cui dovevamo vedercela tutta.

Le paranoie superano le noie, l’egoismo mette avanti prioritariamente le nostre esigenze, poi viene il nostro prossimo.

Difficile che un amico di lavoro, ti permetta una chance, poiché non si danno vantaggi a nessuno, poiché potremmo pentircene e ritrovarcelo quale superiore, mentre seppur incredibile ti potevi ritrovare negli spogliatoi prima di una importante partita, già da studente universitario, a fare i compiti di matematica, al tuo amico, coetaneo che suo malgrado era rimasto ancora in terza media.

Quella solidarietà, quella complicità la si è persa per strada e non perché si è gente più o meno cattiva, ma perché aldilà di quello che hai dato, se hai un momento no, il tuo telefono squillerà soltanto se hai ancora qualcosa da dare o se sei ancora utile a qualcuno.

Pertanto, non bisogna farne un dramma, basta solo avere il coraggio di declassare il termine da amico a conoscente e tutto ritorna a funzionare come prima, poiché è una scelta il dover fare l’eremita alla ricerca dell’amico ideale o decidere di condividere in società il proprio tempo con gente frequentata per interessi vari, per non rimanere soli.

 

Il Bene e il Male

Lungi da me dal volervi fare una predica, ma attraverso il dovuto cazzeggio di fine settimana come sempre vorrei stimolarvi a qual che riflessione.

Il nostro viaggio settimanale si è sempre districato tra tre pilastri dell’essere Eprunisti, novelli Epicurei di basso profilo, quali il “viaggio”, il “sogno” e la “sana follia”!

Con molta fortuna, siamo riusciti quasi sempre a incardinare quanto ci stava accadendo intorno in questi tre contenitori, ma ogniqualvolta ci siamo confrontati con l’animo umano ed il suo principale male oscuro, “il denaro”, qualunque tipo di classificazione e di previsione comportamentale è andata, per rimanere nelle premesse, a farsi benedire.

E’ un “viaggio”, un “sogno”, una “sana follia” a spingerci quasi alla fine di una esistenza a rischiare una onorabilità, magari di facciata, ma spesa bene in certi ambienti, per prostrarci al vile denaro motivando che questo appare indispensabile per la nostra sopravvivenza?

Che differenza c’è tra un povero balordo che ruba per dare da mangiare alla propria famiglia e un ricco notabile che estorce per mantenere uno status?

Tanta materia per la magistratura, ma tanta materia anche per un esame di natura morale, senza avere l’ambizione di ergersi a giudici.

Il primo indubbiamente una volta beccato va in galera e ce ne dimenticheremo fin quando non avrà scontato per intero la sua pena e senza pietà;

il secondo darà adito a dibattiti, si apriranno disquisizioni di ogni genere, si spenderanno avvocati alla ricerca di una verità da portare a giudizio e con tutta probabilità nelle more della condanna, non farà un giorno di galera.

Paradossalmente a mio giudizio entrambi sono legati al concetto di “sogno”.

Il primo, il balordo, per averlo inseguito nella remota speranza di migliorare il suo status;

il secondo, per averlo tradito, quanto meno nella speranza di tutti coloro che nei simboli, nei principi, nella sua rispettabilità e nei valori, avevano creduto.

Dietro tutto ciò, il “denaro”, il male assoluto!

Ognuno, si dimensiona la vita come vuole avendo la libertà di farne ciò che vuole ma è imperdonabile l’utilizzare con cinismo i simboli e i valori nei quali gli altri credono, per averne un proprio tornaconto di natura economica.

Tutti noi assieme ai 1000 pregi nascondiamo dei difetti e spesso nel nostro “privato” esercitiamo comportamenti non condivisibili, l’importante è non solo il non ergersi a paladino di valori assoluti, ma non ergersi a giudice poco credibile dei comportamenti altrui.

Per rifarci ai “pilastri” dell’inizio, ognuno di noi affronta il proprio “viaggio”, spinto da un “sogno” e per sostenerlo fa forza su un “sana follia”, ma purtroppo non posso farci nulla, sono da sempre contrario a “manifesti di facciata”, a “superiorità intellettuali”, a “bravi d’ufficio” per i quali non riesco a darmi una giustificazione neanche attraverso una ………. “insana follia”!

 

Chi è Stato?

E che ne so!

Ricordo solo che fino ad un paio di anni fa erano tutti entusiasti il giorno dopo.

Si noi usciamo fuori allo scoperto solo il giorno dopo.

Con il tempo anche i facili entusiasmi si spengono e tutto torna come prima e a volte peggio di prima.

Dove sono coloro che si spendevano per questo e per quello? Dove sono le idee?

A volerci riflettere penso spesso che la gente non abbia idee ma che finisca per prenderle a prestito da altri senza capirne a pieno il significato.

Un po’ come accade per il pallone, il lunedì mattina una volta, oggi ogni mattina, compriamo il giornale e leggiamo la pagina sportiva prendendo per oro colato quanto scrive il cronista di turno e ne acquisiamo le idee e le opinioni.

Dove sono gli opinion leader?

Ma soprattutto dove sono coloro che dicono, non sono d’accordo?

Sembra proprio che avere l’ardire di denunciare le proprie idee ed opinioni possa portare a conseguenze spiacevoli …….. ma io questo “cinema” l’ho già visto, ma non ricordo dove?

Erano pure pochi, non erano stati neanche votati, cantavano ed andavano in giro tutti vestiti allo stesso modo … con rumori di clacson a tempesta!

Mahh …. Non riesco proprio a ricordare di chi si trattasse.

Se ci riflettete sono sempre i pochi, ad averne la meglio sulle moltitudini di coloro che decidono di rimanere spettatori.

Allontanandoci dai confini, guardo ciò che succede in TV e nel web è penso: “Ma è un nuovo medioevo?”

Poi rifletto anche in questo caso e trovo tracce diffuse di globalizzazione dei mercati e di grandi interessi economici.

Ad esempio, quella nota marca asiatica di auto tutte uguali e bianche che vediamo sfilare con le gabbie sopra o con sofisticate armi, dovrebbe trovare un certo imbarazzo d’immagine nel vedere associata la propria produzione a tali nefandezze ….. eppure ….”pecunia non olet”!

Vuoi vedere che anche le divise arancioni o quelle nere sono griffate?

Qual è la mega azienda che produce in tempo reale le gigantografie per i leader, i defunti, le proteste che vediamo in quelle oceaniche manifestazioni fatte di soli uomini e bambini maschi?

Quali ditte occidentali producono i ferali coltelli delle esecuzioni? E le videocamere per le riprese? Ed il software per la post produzione?

No! Questo non è medio evo, anche le reclute provengono dalle università occidentali, figuriamoci le strumentazioni e i denari. Di medioevale è rimasta soltanto la barba lunga del predicatore di turno ed il mazzuolo per distruggere le statue millenarie.

Prima che qualcuno per completare il cerchio degli interessi occidentali ci arringhi a “portare la pace” in certi luoghi, chiediamoci al nostro interno e dalle nostre parti, il perché di tutto ciò!

Poi Vediamo

Nulla di quanto facciamo va in prescrizione.

Se ci riflettete la nostra vita è un susseguirsi di azioni e di eventi ognuno dei quali rappresenta un bivio, una decisione e una conseguenza che in alcuni casi può risultare determinante.

Sorrido pensando a coloro che decidono di passare inosservati, non vogliono responsabilità e si lasciano vivere invece di vivere.

Ammetto di essere particolarmente riservato e spesso timidamente scelgo di non imporre la mia presenza, ma in tutto ciò che faccio voglio essere un protagonista.

Di più, voglio essere protagonista della mia vita ed il subire decisioni o comportamenti da me non ingenerati mi fa stare male, così come mi fanno stare male i terremoti e così come mi terrorizza la malattia quella così detta “brutto male” che ci porta via senza che ci possano essere ad oggi speranze di combattimenti alla pari, tante persone care.

Dico sempre che mettere per primo il piede sinistro o quello destro a terra, quando ci svegliamo, rappresenta un atto politico, una scelta determinante, seppur stupida.

Scendere da casa cinque minuti prima può comportare l’evitar incidenti, fare incontri determinanti, perdere opportunità …. insomma costruirsi un’altra vita con il sistema delle “sliding-doors”.

Siete ancora certi che ci si possa togliere di sotto da qualunque responsabilità?

Anche quando sembra che la nostra presenza o il nostro intervento siano del tutto inefficaci noi stiamo assumendoci responsabilità che potranno causare sconvolgimenti importanti nella vita altrui.

Questo purtroppo l’uomo animale asociale ed egoista per antonomasia non riesce a concepirlo, non riesce a farsene una ragione preso dal desiderio di sovrastare gli altri e di imporre il proprio carattere ed il proprio spazio vitale.

Noi siamo responsabili e dovremmo esser maggiormente responsabilizzati fin dal momento della nostra nascita.

La nostra presenza nella catena umana delle relazioni è determinante e la nostra scomparsa finisce comunque per creare un danno o un mutamento ad un contesto.

A differenza che nel “lavoro”, dove nessuno si può reputare indispensabile ed insostituibile, nella “vita” ognuno di noi, come ci ricorda anche il nostro DNA, diventa soggetto unico, con un patrimonio umano insostituibile.

Ecco perché è arrivato il momento che ognuno di noi prenda consapevolezza della propria importanza e responsabilizzandosi prenda coscienza anche dei diritti e soprattutto del diritto di pretendere una qualità di vita adeguata al proprio valore.

Spegnere i riflettori sulla propria vita, decidere di isolarsi, abbandonare le partite, decidere di non giocare, rappresentano un gioco subdolo indotto per spingerci alla mediocrità, lasciando questo mondo in balia di altri mediocri furbacchioni che non intendono mettersi in gioco, ma pretendono di giocare con le vite altrui.

 

Artificiale

Ci arriveremo, anzi, ci siamo già arrivati!

Per qualcuno non ci sarà mai speranza poiché sta proprio nel termine l’impossibilità della soluzione.

Prima che iniziate a farvi congetture chiariamo …… parliamo di “Intelligenza Artificiale”.

Ecco perché per molti non ci sarà mai speranza, neanche nel futuro, poiché di artificialità nel quotidiano ne incontriamo tanta …… ma d’intelligenza???!!!!

Dovremo ricorrere ai robot per surrogare alcune funzioni, alcune mancanze … finanche alcune “assenze”?

Siamo già nel futuro e lo dico a chi come me è nato il secolo scorso e si ferma qualche istante nel riflettere quando scrive la data “2015”!

Siamo nel “2000”, quel secolo che legavamo alla fantascienza ed avendo già realizzato tante cose che per noi erano futuribili attraverso la comunicazione, i viaggi, i materiali, abbiamo anche portato avanti la robotica e l’intelligenza artificiale.

Avremmo già nel 2005 secondo Asimov nella sua sfrenata fantasia, dovuto servirci in casa di Andrew Martin, uno dei primi prototipi di robot positronico dalle sembianze di Robin Williams che ci avrebbe sopravvissuto di 200 anni?

Dovremo attendere il 2019 per incontrare il violento “replicanteRoy Batty che alla fine della sua durata ci darà una lezione di vita in: « Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi………..E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire. »

Oppure, dovremo aspettare il 2125 in un mondo già devastato dall’effetto serra per poter surrogare la mancanza, la perdita o la voglia di un figlio, con un Mecha della Cybertronics, dalle fattezze e comportamento di un bambino, cosi come ipotizzato dall’accoppiata geniale Kubrich-Spielberg?

Eppure anche queste invenzioni robotiche alla fine della loro esistenza desidereranno di essere accettate come umani, sposando anche tutti i nostri difetti ancor prima della noiosa e scontata perfezione.

Ma oltre che agli affetti e ai “toy-boys o girls” potremo cercare di surrogare anche i nostri dirigenti e coloro che ci governano, mettendo da parte l’artificialità e ricostruendo le intelligenze?

Ma soprattutto, si potrà trapiantare l’intelligenza in un cretino o il cretino sarà costretto a restare cretino, avere successo e far danno alla collettività?

Vedete, sono curioso di sapere, di vivere queste nuove avventure, di capire che deriva prenderà questo nuovo mondo e conoscere se resteremo schiavi dei computer o faremo con i computer schiava la natura.

E’ vero che l’uomo è amore ma è anche vero che porta dentro di se un istinto di sopraffazione distruttiva che rovina quanto di bello è stato creato.

Mi auguro quindi che anche voi che affollate gli ipermercati della tecnologia abbiate curiosità di sapere da chi sa, che cosa ad oggi è successo.

Ma più che altro cosa succederà in questo 2000 governato da un telefonino con il logo della mela mozzicata che ti permette di fare tutto?

 

Il Nucleo

Più ti avvicini verso il centro della “sfera”, più sei vicino al “nucleo” ed hai la paura matta di bruciarti o di conoscere cose che non vorresti sapere.

Eppure certe volte non ti accorgi neanche di esser giunto al nucleo poiché involontariamente nel tuo percorrere finisci anche per superarlo e ciò a causa della pochezza della sfera.

Quello che da fuori, guardato attraverso le vetrine sembra così luccicante e invitante, avutolo tra le mani, scopri che non era così eccezionale come ti avevano fatto pensare.

Quelle che sembravano la nuova quindicina di signorine di un “postribolo”, avvicinandoti scopri che sono vecchie baldracche imparentate tra di loro e truccate da giovani adolescenti per attrarre i clienti incauti.

Oggi per vedere meglio la realtà non ci sono occhiali che bastano, dobbiamo solo “sgranare” di più gli occhi e malgrado ciò il tutto potrebbe non bastare, se non vogliamo vedere.

Il sentimentalismo ed i “fotti popolo” hanno ucciso una società a crescita zero non soltanto nelle nascite.

La nostra è una società malata che chiacchiera tanto, si lamenta di tutto, ma che alla fine sceglie sempre “l’usato sicuro” e per far ciò non scommette nel suo futuro ma cerca certezze nel suo passato.

A rafforzare quanto sopra, ad esempio, il mito della rinascita e del boom economico, avvenne poiché quella generazione fu costretta necessariamente a credere in se stesso ed in un futuro migliore, poiché le certezze costoro avrebbero dovuto cercarle nel loro passato che era la guerra appena conclusa e un periodo di morte e distruzione.

Oggi tutti, “stiamo”!

Oggi tutti manteniamo labili posizioni di finto privilegio per paura di perdere anche questo.

Ma appena veniamo messi in condizione di decidere del nostro futuro cerchiamo appigli nel passato.

Noi oggi siamo più sudditi di quanto non lo fossimo durante la monarchia e con una differenza in più.

Il credo nei re e nelle famiglie reali affondava spesso in motivi religiosi per i quali era scontato che il potere si tramandasse di padre in figlio.

Oggi chi arriva ad esser re lo fa con l’aiuto di manipoli di utili idioti ai quali annebbia la vista con “l’oppio della falsa informazione” e inoltre li impegna in “inutili circensis”.

Una volta acquisita la posizione, fa ciò che vuole in barba alle leggi e dove queste non sono di sua convenienza, le cambia e nella peggiore delle ipotesi le imbriglia in regolamenti utili per se e per il suo seguito ristretto.

Tutte le dittature nascono con l’ausilio di un manipolo di “utili idioti” e poi ci vogliono venti anni per abbatterle.

L’effetto e quello di mettere una vetrina a separare noi che guardiamo da quest’altra parte il “nucleo” e i “cortigiani” divertirsi …………….

Se solo potessimo prendere consapevolezza che nel nucleo non c’è nulla!

 

L’Ascensore

Quel giorno l’ascensore salendo non si fermo al piano prescelto, ma continuò a salire, salire, salire ….

E’ così che mi piace ricordarlo.

E’ così in maniera indolore che mi piace pensare alla sua uscita di scena.

L’assenza è un dolore molto forte, ma spesso l’assenza è legata ad un cambiamento, ad una mutazione, ad una crescita.

Siamo abituati ad assistere al deperimento delle cose, ma ci consola il fatto che si possa passare da una situazione ad un’altra soltanto dormendo, nel sonno, serenamente, per risvegliarsi in un’altra condizione.

Era stato un continuo riempimento di nozioni, tanti libri letti, tante storie ascoltate.

Era stata una continua costruzione di principi dettati da sagge filosofie che ci avevano preceduto.

Diventando grandi sentivamo la paura di confrontare il “Peter Pan” che era dentro di noi con la necessità di crescere che la società ci chiedeva.

Per far ciò attendevamo tutte le tappe naturali già percorse da chi ci aveva preceduto, permettendoci il lusso di esser stati figli o addirittura nipoti di altri uomini che erano stati costretti a crescere essendo ancora bambini.

Il peso della responsabilità sulle loro spalle non aveva nulla a che vedere con il peso che noi avremmo dovuto affrontare.

Fu così che non essendo cresciuti dopo il diploma, tentammo di crescere dopo la laurea, ma quel bimbo in noi rimaneva nascosto al buio in uno sgabuzzino, rannicchiato dalla paura di esser scoperto, fin quando ci rendemmo conto che quel bambino nascosto eravamo in molti ad averlo.

Allontanammo allora ulteriormente l’epoca delle grandi responsabilità, il matrimonio, i figli, ma anche allora ci ritrovammo ad essere coetanei di costoro, senza saperlo.

Poi venne il tempo dei dolori e provammo cosa significa la parola distacco quando ci rescissero le radici e capimmo per la prima volta cosa significasse l’assenza, aprendo quella porta.

Da rami diventammo radici per altri rami e scoprimmo che quel bimbo in noi rannicchiato per paura in quell’oscuro sgabuzino era sempre più malinconico ed iniziava anche lui ad avere i capelli bianchi.

Era un bimbo con i capelli bianchi pieno di delusioni poiché non ritrovava nei libri di favole che portava sempre con se, gli eroi che popolavano il mondo odierno.

Finchè un giorno aperto quel buio stanzino, trovammo a terra soltanto i libri delle favole ed allora corremmo per casa alla sua ricerca, ma del bimbo nessuno traccia.

Aprimmo la porta di casa e lo vedemmo lontano nel pianerottolo, era diventato più alto e ad un tratto si volto nei nostri riguardi e con un sorriso accennò un saluto con la mano, mentre stava per entrare nell’ascensore……………

Parlerò nell’Aria

Le ultime energie della settimana per inerzia mi accompagnano a questo prezioso appuntamento nel quale so di avere degli amici che mi ascoltano, ma non so quanti saranno e questo credetemi è il bello della radio.

Parlo nell’aria, ma non al vento, perché sono convinto che anche se state facendo qualcosa, uno dei vostri due orecchi in questo momento sta percependo queste parole e se poi avete provato una certa abitudine nell’ascoltarmi, forse starete anche aspettando questo momento.

Sono abituato per lavoro a parlare a tenta gente guardandola in faccia, cercando la loro attenzione mentre trasferisco concetti da memorizzare, da lasciare nel proprio patrimonio nozionistico, ma la radio non è la stessa cosa.

Sono stato spesso coinvolto per motivi professionali in conferenze o in convention politiche dove la gente davanti a me era veramente tanta, ma la radio non è la stessa cosa.

Parlare all’etere significa parlare ad uno ad uno di voi.

Ognuno di voi sta facendo qualcosa di diverso in luoghi diversi, eppure, con qualunque strumento radiofonico di ricezione, anche la vecchia radio a galena, potrà intercettare queste parole.

Il giorno in cui la nostra nazione subì il potente black-out energetico, l’informazione ci giunse attraverso le vecchie radioline a pila, mentre tutti i potenti mezzi di comunicazione frutto di investimenti colossali rimasero spenti.

Ecco perché quando tutte le tecnologie crolleranno ed entreranno in crisi, due sole cose saranno in grado di sopravviverci per tenerci uniti, la radio ed il telegrafo con il suo vecchio alfabeto morse.

Ecco la potenza della radio, ecco la bellezza della radio, tra i suoi alti e bassi di successo, tra le sue trasformazioni digitali e i suoi podcast o attraverso la vecchia tecnologia analogica e la monofonia.

A volte sento ridicole castronerie di giovani “giornalisti” che dicono che la radio non possa essere pubblicizzata dalla stampa. Eppure la voce sopravvive alle testate giornalistiche che di continuo chiudono in più non vedo razionale concorrenza tra un mezzo che attraverso l’aria mi da l’immediatezza della realtà ed una pubblicazione redatta e pre-formattato almeno 12 ore prima.

Ecco perché amando la tecnologia dell’immagine, non potrò mai disamorarmi della radio, mia compagna di studi, mia compagna nella creatività, mia compagna di tutti i momenti belli e brutti della mia vita.

Continuerò a parlare all’aria e non al vento, continueremo finche ne avremo voglia a sorridere insieme con ironia ed in compagnia di chi come noi vorrà fare altrettanto ed ogni parola detta sarà unica e non ci saranno internet o diavolerie di turno che ci permetteranno di numerare gli ascolti ……

…. perché quando si accenderà il segnale “in onda”, parleremo all’aria e poi magari la nostra voce viaggerà con il vento, ma la magia continuerà ancora.