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“È arrivato Zampanò!”

Per noi che siamo cresciuti in bianco e nero prima di conoscere il colore, per noi che abbiamo imparato fin da piccoli a distinguere il contrasto tra il bianco e il nero pur apprezzando le sfumature di grigio e viviamo oggi un certo disagio nel percepire una realtà multicolore e sentirci obbligati a “vedere” le cose escludendo dallo spettro visivo una moltitudine di colori.

Paradossalmente quello che era il nitido bianco e nero finisce oggi per esser forzatamente sostituito da “il rosso e il nero” che certamente non è quello di Stendhal.

Siamo cresciuti per strada, perché alle mie latitudini insulari mediterranee il clima permetteva di poter vivere la strada per la quasi totalità dei mesi dell’anno, il tempo era mediamente tiepido e le giornate di pioggia pochissime e quindi la strada da sempre è stata il naturale sfogo e la cosiddetta estensione delle nostre abitazioni.

Addirittura nelle borgate le modeste case avevano le porte finestre con le loro persiane sempre aperte sul marciapiede, solo le tendine nascondevano con pudore l’unico ambiente soggiorno-letto-cucina dalla vista dei passanti, e la strada era costantemente occupato dalle sedie, ancor prima che si inventassero i dehors, dove costantemente le persone anziane passavano il tempo a fare i lavori a maglia o pulire le verdure. Questo eravamo noi, questo siamo noi nella nostra tradizione, la strada era vita e le strette carreggiate favorivano questa creazione di un ambiente comune anche quando il transito e il posteggio delle macchine fini per invaderne la quiete. Ma quale privacy?

Io sono cresciuto per strada, ho giocato sui marciapiedi, ho sognato il mondo futuro attraverso la condivisione di questi spazi, ho giocato a pallone per strada perché di certo non sapevo che cosa fosse un campo in erba.

La strada era la vita, il posto dove i venditori ambulanti ti portavano il mondo a casa, dove i “fottipopolo” con i loro megafoni ti narravano le meraviglie di nuovi prodotti, la strada dei tanti Zampanò.

Ho iniziato in tempi remoti con i miei amici d’infanzia a disegnare con gli scarti di gesso della bottega del gessaio la strada, sia per crearne improbabili campi di calcio su cui giocare con il mitico Super Santos o “piste dove spingere i nostri tappi con lo zicchettone” versione invernale delle piste sulle spiagge dove spingere le palline con dentro le foto dei ciclisti. Quei marciapiedi tenuti con vero decoro urbano, costantemente riparati in quel rito mistico del battuto di cemento e il successivo disegno dei regolari quadroni con la data dell’intervento apposta e la tentazione di inserire il nostro nome nel cemento fresco, erano sedi di partite di “acchiana u patri cu tutti i so figghi” o addirittura della “cavallina”, giochi a costo zero.

Le strade erano lisce e periodicamente veniva rifatto l’asfalto con la posa del tappetino d’usura e poco importa se queste erano fatte dal Comune direttamente o da privati per conto del comune, poiché quello che in quell’età era uno stadio di calcio o un centro polifunzionale nel mio immaginario collettivo era principalmente un servizio pubblico, una viabilità, una zona di transito.

Non posso a colori non constatare che da qualche anno si è dichiarato guerra alla strada e si è trasformato il concetto di base della sua fruizione, nell’attesa di perenni promesse di un razionale ridisegno urbanistico, attraverso mega progetti di servizi per il territorio che rimangono nei proclami dei vari “Zampanò che sulla strada si sono fermati periodicamente per raccogliere attenzione. Vedo soltanto un accanimento terapeutico sulla strada divenuta centro di raccolta di tributi attraverso le “zone blu”, le “Ztl ma per farne cosa?

Manutenzioni sulle stesse carreggiate? Una delle offese maggiori al manto stradale ormai inesistente in questi anni è stato rappresentato dagli scavi nastriformi per i servizi a rete e le fibre, un continuo zig zag di dossi, di canali, di buche, di tombini sprofondati senza che nessuno chiamasse alla propria responsabilità gli esecutori per l’assenza di un coordinamento tra questi scavi e soprattutto la regola d’arte nel loro ripristino. Ci sono dei regolamenti? Non ci sono? Necessita predisporre questi regolamenti?

Adesso perdonatemi se non mi sono fatto coinvolgere in “visioni” di ciò che sarà o dibattiti su ciò che si sta facendo attraverso le linee dei tram e il disegno (simile alle nostre piste per i tappi in gioventù) di artistiche piste ciclabili su marciapiedi o carreggiate stradali ridotte, io sto a discutere su ciò che già c’era ed abbiamo perso, sul diritto del cittadino di non farsi male mettendosi per strada, di non appesantire i conti pubblici nel pagare le molteplici cause per infortuni sulla strada.

E’ lesa maestà da cittadino pretendere ormai dal prossimo “Zampanò” di iniziare dal rispettare il cittadino utente e dal riparare ciò che già esiste? C’è dubbio che il mio internet rischierà di andare meno veloce, con questa o le compagnie telefoniche concorrenti, ma vuoi mettere che grande sollievo nell’evitare di sminchiarmi cadendo con la moto a causa di un dei tanti “canali stradali” o evitare dolorose storte alle caviglie o mettere a repentaglio “qualche femore” passeggiando sui marciapiedi?

Un abbraccio, Epruno

Non è mai troppo tardi!

il 14 settembre dovrebbero ricominciare le scuole, post Covid-19. Dico dovrebbero perché ancora ci sono tante difficoltà e in più occorrerebbe tanta prudenza, ma state certi che avendolo dichiarato ai quattro venti i governanti faranno la “minchiata” di riaprirle comunque, anche se ciò dovesse causare conseguenze. Il mondo della scuola è cambiato molto e in peggio, ma non per chi si impegna ogni giorno lavorandoci ma per chi dall’alto propone riforme su riforme e la destabilizza facendo perdere il valore dell’allora “pezzo di carta” e la credibilità della meritocrazia e le istituzioni.

Ma si può non pensare a quello che fu il vero inizio delle nostre scuole, la data di S. Remigio, il primo di ottobre in cui tutti ci afferravamo la cartella e il panierino e iniziavamo il nostro anno scolastico?

Si può non pensare ad Enrichetto e il Mago Zurli, figura mitologica in pantaloncini corti che oggi passerebbe indifferente con il suo abbigliamento stravagante.

Si può non pensare al Maestro Manzi?  Vi ho colto impreparati, ma qui l’età fa la differenza.

Io sono cresciuto in una scuola dove i banchi erano tutti di legno, con seduta fissa che si ribaltava, un piano di scrittura inclinato ricoperto di una cosa pareva pece o che caz.. sa che fosse che lo rendeva nero, e nella sua linea di colmo superiore c’era una sorta di foro a bicchiere per il calamaio di vecchia memoria e il distanziamento sociale nel banco a due posti era già dato dalla misura degli stessi e dall’allontanamento naturale dal compagno di banco che la mattina prima di andare a scuola, manco si lavava. E che dire di quell’odore di murtatella o di uovo ciruso che ti saliva dal basso fuoriuscendo dal cestino per la colazione.

Ci portavamo il mangiare da casa, compreso il panino con la frittata o la cotoletta (i più ricchi) e non si ammalava nessuno, molti di noi sono diventate figure rispettabili della nostra società che fin dall’inizio ci rendeva tutti uguali indossando il grembiulino. Andavamo a scuola senza riscaldamenti e in alcuni casi usufruivamo del tepore che giungeva dalla stufetta che la maestra teneva sotto le cosce sotto la cattedra. I più fortunati bimbi nelle nostre località montane andavano a scuola portandosi la “scarfetta” …ehhhh ma qui ci vorrebbe un brano a parte. Non studiavi o soltanto eri indisciplinato? Ti aspettava lo stare dietro la lavagna, ma se esageravi ti arrivava un corpo di bacchetta di legno o una boffa. Quando tornavi a casa e la tua mamma o il tuo papà leggeva sul tuo viso “u sestu di i cincu dita” (il segno dello schiaffo) t’assicutava casa, casa per darti il resto delle legnate e quando era costretto ad accompagnarti a scuola, ti introduceva alla vista del maestro tirandoti da un orecchio e continuando a prenderti a boffe tanto che il maestro ad un certo punto a dire basta!

La scuola era una istituzione e mandare i figli a scuola era un segnale di affrancamento e una speranza di futuro per i figli; oggi se il maestro si fa scappare un rimprovero verso l’allievo il bardascio del papà s’appresenta a scuola per picchiare maestro, bidello e preside perché tanto lui non ha rispetto per l’istituzione e per la scuola perché qualcuno gli ha dimostrato che la scuola non serve a niente, prendendolo dalla strada, uscito da galera e impiegatolo nella pubblica amministrazione con canale preferenziale di ex detenuto. Come dargli torto.

La mia era una scuola nella quale erano passati soltanto 20 anni dalla fine della guerra e il paese era ancora da alfabetizzare in buona parte e la RAI mandava in TV il Maestro Manzi con il suo sorrisone rassicurante e coinvolgente, figura doncamillesca, che istruiva i poveri contadini, operai, le persone anziane, uomini e donne, gente umile in quel loro vestito unico e migliore, con il volto solcato dal sole e dai sacrifici che con tanta tenerezza andavano alla lavagna a scrivere con il gesso il verbo essere, declinato ma ancor prima le vocali. Quella gente aveva la speranza in quel titolo di studi che doveva contare qualcosa.

Nella mia scuola non si arrivava mai a studiare la storia contemporanea fermandoci al Risorgimento perché cosa dovevano raccontarci se i protagonisti erano ancora vivi, così tornavi a casa e chiedevi: “papà perché gli americani che hanno bombardato Palermo li chiamiamo alleati?” E il papà ti diceva: “chiedilo domani al maestro”. E il maestro ti avrebbe detto “quando arriveremo a quella parte del programma ve ne parlerò (vuol dire mai)”. Oggi voi insistendo chiedereste “Papà chi è questo on. Burbazza a cui si fa riferimento per la liberazione della Sicilia?

Vostro padre preso dai tanti pensieri vi risponderebbe di chiederlo al vostro professore e l’indomani una volta fattolo il Prof. Burbazza, vi risponderebbe “quando arriveremo a quella parte del programma ve ne parlerò …ma…tu giovanotto vedi troppi film… Ti fai troppe domande. Ricordati, la scuola ti insegna quello che devi sapere, poichè quello che dovresti sapere a tutt’oggi è ancora “un segreto di stato” quindi nell’attesa non ci rompere la Min…. e divertiti”.

Tornando a casa nel dire a papà che ti sei accorto della coincidenza che l’On. e il tuo professore avevano lo stesso cognome, in quel caso si che anche oggi prenderesti una sonante boffa e la risposta …. “Ti fai troppe domande. A scuola si va per studiare, perché cu è fissa si sta a casa!”. Si potrà mai cambiare?

Non è mai troppo tardi”, buona scuola a tutti.

Un abbraccio, Epruno

La Rana di Fedro e non

Carissimi,

Chi è che parla? Lo sentite pure voi? Io non vedo nessuno però.

Tutto ciò che accade oggi altro non è che la riproposizione di fatti e di persone già esistite nell’antichità.

Sentite gridare, battere i pugni, vi voltate e non vedete nessuno, fin quando il sole non tramonta ed allora i sui raggi paralleli alla superficie terrestre proiettano gigantesche ombre di lillipuziane figure ed ecco che al quel punto ci viene da dire: “eri tu? Cosa mi credevo che fosse …”. E così facendo continuiamo per la nostra strada.

Tutto ciò potrebbe esser divertente, ma non è che possiamo sperare e augurarci di vivere sempre al tramonto? Poi se state attenti vi rendete conto che con l’alternarsi delle stagioni questo tramonto finisce per giungere sempre più presto.

Cosa vuoi dire? “Vengo e mi spiego”. Ci siamo così disabituati ad ascoltare gente di spessore e di contenuti che veniamo bombardati in continuazione di chiacchiere “ciarliere” di lillipuziani soggetti che forti della loro esposizione al sole parlano, parlano, parlano fino a dimenticare quale era l’argomento della discussione e il perché erano stati invitati a farlo.

Una volta cambiato le lenti e resomi conto che non era un problema di mia intervenuta miopia ma della microscopica dimensione della provenienza di questo parlare, prima mi sono rilassato e poi di colpo mi sono preoccupato e mi sono alzato di “scoppo” al centro del letto e ho detto: “cribbio!”

In realtà non era questa la parola ma non vorrei contribuire al linguaggio boccaccesco e quindi ho pensato, vuoi vedere che costoro sono in buona fede e non avevano capito quale era il gioco? Vuoi vedere che li avevo sopravvalutati poiché credevo che si fossero resi conto che se qualcuno con la “Q” maiuscola gli aveva concesso il microfono era soltanto perché l’amplificatore era spento?

E si, è stato Fedro e il suo bue a chiarirmi il tutto, ma chi lo poteva immaginare che la rana si volesse sentire il bue, fin quando gracchiava nello stagno, fin quando si era permesso di mettere il rinforzino sotto le suole per sembrare più alto, ma gonfiarsi fino a scoppiare proprio per imitare il bue?

Rilassatevi, se siete lì un motivo c’è. Amici, dobbiamo recitare? Facciamolo. Dobbiamo giocare? Giochiamo, ma a patto che nessuno si faccia male o resti danneggiato psicologicamente poiché, neanche aiuto potremmo dare a costoro perché il mio Grande stimato Dott. Basaglia, li ha chiusi e ce li ritroveremmo ancora in mezzo i piedi con il pericolo che in questa sorta di “Gotham dei poveri” qualcosa altro genio del male li recluti e ricominciamo da capo.

La vita è per i grandi ed è una cosa seria, ma non è necessario cercarsi ribalte gracchianti attendendo che al tramonto il sole ci faccia apparire figure gigantesche per pochi attimi. Rilassiamoci dunque, mettiamo i tappi nelle orecchie e tentiamo di chiudere gli occhi e riposare, perché dopo il tramonto, lungo o breve che sia, giunge sempre la notte che quasi sempre è buia, ma se sappiamo dominarne la paura, se sappiamo approfittarne per riposarci, anche la notte passerà e dopo la notte giunge l’alba e con essa sorgerà il sole e “quannu u suli spunta, spunta ppi tutti”. Non vuole essere una citazione, seppur i fantasmi di quelle giornate non ci hanno mai abbandonato, ma speriamo che con un buon medico, “ma unu di chiddru bravo” anche determinate angosce possano superarsi, perché la vita è bella e noi siamo ancor più belli di essa.

Un abbraccio, Epruno

“Ciò che è sbagliato si può cambiare. Ma chi lo vuole?”

Carissimi,

Appartengo ad una terra ed una città che “è oltre”.

Ammetto che da palermitano quando in tutta Italia litigate per mettere in atto qualche cosa, io vi guardo con una certa curiosità, ma senza tanto interesse poiché sono convinto che questo canale che ci separa, visto che il “ponte levatoio” non si calerà mai, perché non si farà mai, ci lascerà da sempre nella pace degli angeli.

O Dio, non è che la condizione di insularità ci ha mai tutelato da invasioni, sbarchi bellici, clandestini e non, poiché in Sicilia ognuno ha fatto ciò che caz** ha voluto, è giunto, si è fermato un po’ di tempo e poi se ne è andato.

I più generosi hanno lasciato una “mancia simbolica”, tipo qualche monumento, ma intendiamoci, hanno messo le idee, no i soldi, poiché quelli nelle loro intenzioni dovevamo metterli noi. Ma si sa, da questo punto di vista il siciliano è santo che non suda, figuratevi per pagare o lavorare.

E quindi noi siamo insulari e ciò ci protegge dalle pandemie (sembrerebbe) a meno che dalle altre parti del mondo non uscite da casa per venirci a consumare, ma anche in questo caso, in silenzio vi curiamo tutti, anche quelli che giungono con grandi pregiudizi, anche quelli che quando se vanno dicono la cosa più offensiva che si potesse dire: “mi sono dovuto ricredere, non pensavo foste così?”

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Il vaccino contro la “cretinaggine”

Carissimi

Guardo dalla finestra a notte avanzata la strada e mi godo il silenzio straordinario di questo periodo e il mio sguardo va a caccia di nuovi rumori. Il primo che mi si pone davanti e quello dei corpi illuminanti notoriamente silenziosi, specialmente quelli di questa generazione e più guardo e più rifletto sul fatto che ci vuole arte a posizionare i lampioni sopra gli alberi in modo tale che ai marciapiedi, a parte la stagione invernale dove gli alberi perdono le foglie, non giunge alcuna luce. Ci vuole arte a disegnare un puzzle di luci diverse, calde e fredde, a led e non e concentrarle sulle fronde degli alberi.

Guardo le montagne difronte e vedo i bagliori dei primi incendi alimentati da un forte vento di scirocco e penso a quanto sia demente e criminale il piromane che alimenta incendi. In natura tutto ha un suo equilibrio e inoltre in questo equilibrio era stato trovato uno spazio pure noi eppure abbiamo fatto di tutto per travalicare questo spazio e prenderci tutta la ribalta.

Ora non bisogna essere necessariamente attivisti ambientalisti ma basta solo un minimo di buon senso per riuscire a convivere in questo meraviglioso mondo insieme alla natura. Invidio tantissimo i montanari e le popolazioni a me care che vivono in alta quota in perfetto rispetto dell’albero per loro fonte vita, invidio quella pace e quel silenzio naturale non certamente indotto da disposizioni di confinamento dovute al covid 19 e sento un senso di ristoro al solo chiudere gli occhi e immaginare, mentre qui i canadair si alterno con intensa frequenza rammentandoti i film di guerra e i rumori dei bombardamenti.

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Ritorna Epruno in Radio

Il ritorno di Epruno in radio è stato ufficializzato da Lello Sanfilippo. La prossima stagione il palinsesto di Radio Time ospiterà la 7° stagione, a partire da Settembre, di “La Voce di Epruno”.

La novità sarà la nuova collocazione settimanale del Martedì alle ore 21.00, nella classica durata di 1 ora. Mario Caminita sarà in onda assistito da Epruno e il suo “originale mondo”, confermando una accoppiata collaudata.

Ma la vera e propria sorpresa sarà una anteprima costituita da 9 appuntamenti settimanali il martedì alle ore 21.00 dal 5 Giugno al 31 Luglio frutto di dirette e materiale di repertorio che rappresenteranno una sorta di avvicinamento all’evento dal titolo “Aspettando Epruno” ovvero “F.Q.N.S.” acronimo in atto segreto.

Oltre a Mario Caminita ci sarà Epruno, Tormento e tanti Amici di Epruno, oltre a novità che probabilmente faranno parte della prossima stagione ufficiale.

Fatemi Ritornare a Dormire

Carissimi,

questa volta lo dico anche a voi amici miei presi da questa isteria collettiva e a tutti quelli che prima non mi hanno permesso di sognare e poi hanno ucciso i miei sogni fino ad impedirmi addirittura di dormire per riposare.

Ci vuole libertà anche a sognare facendo attenzione a non esser vittime di “sogni indotti” o vittime di “ipnosi” poiché la nostra era più che mai è piena di “maghi, prestigiatori e di illusionisti”.

In un sogno è tutto bello se vissuto dal centro e a 360°, ma se ci spostiamo dietro le quinte e viste le scenografie del set disegnate e tenute in piedi da impalcature, scopriamo che è tutto finto e che le persone plaudenti intorno a noi sono solo comparse pagate?

Quindi o è tutto soltanto un sogno o un reality con una sceneggiatura scritta.

Abbiamo sotto i nostri occhi costantemente i professionisti della costernazione, con le maschere della circostanza per le cerimonie, accompagnati da dame vestite per l’occasione, cavalcatori di disgrazie altrui sempre pronti ad usare le miserie del prossimo per presenziare e addirittura per esistere.

E che dire di coloro che sollevano i problemi e ne lasciano la gestione agli altri nascondendo tutto ciò dietro visioni ideologiche in un mondo in cui tutte le ideologie sono scomparse.

Vediamo giornalmente chi si ostina a decontestualizzarsi cercando di portare “l’orologio della storia“ secoli indietro e che spesso coincide con coloro che continuano ad essere uomini per tutte le stagioni e che non si annoiano di esserci sempre e comunque, non arrossendo nel passare da un punto ad un’altro della “rosa dei venti“.

Tutto ciò non vi da quantomeno fastidio?

Personalmente ho cercato di smuovere le mummie che studiano per l’eternità, mi sono adoperato a difendere i giovani puntando i riflettori su coloro che pensano di non avere “un ciclo” e così facendo impediscono ad altri di iniziare il “loro ciclo” essendo “l’aborto” di nuove intelligenze che non saranno mai nate grazie a costoro prossimi a diventare “concime” per le nuove piante che verranno.

Tutto ciò non vi dà la sensazione di quanto si sia lontani dalla normalità e che non sia vero che le cose siano cambiate in meglio?

Ma ci pensate ai vostri figli?

E intanto tra un sogno e l’altro il tempo passa, tra una promessa e l’altra dimentichiamo pure che la luce che oggi ci illumina e la luce prodotta dalle stelle di mille anni fa.

Avremo avuto un passato, ci illustreranno il futuro, ma che ne sarà di questo presenta che demonizza il passato e invecchia nell’attesa di un futuro?

Vivere il presente è la cosa più difficile perché il presente lo si può vedere, il passato lo si può immaginare, ma è nel futuro e nella sua visione che si può ingannare il prossimo.

Non esiste una “visione” nel presente, se non una “soggettiva visione del presente” e in quanto soggettiva a rischio di faziosità.

E se lo scavalcare il presente attraverso la promozione di un futuro “visionario” sia soltanto la presa consapevolezza di una incapacità a vivere il presente, a governare l’attualità, a fuggire dal presente come coloro che si affidano alle droghe e agli allucinogeni?

Ma se tutto ciò non genera rabbia, dissenso e indignazione, può essere che realmente “non esiste” e sia non frutto di una visione ma addirittura un sogno?

Non arriverò mai a pensare che dietro la negazione dell’affrontare il presente vi sia una lucida strategia e per tanto, affidandomi alla saggezza di Eduardo (“a da passà a nuttata”) non mi rimane che rimettermi a dormire e per favore, abbassate la voce nelle stanze accanto ogni qual volta griderete le vostre cazzate, alle quali sono certo che non crediate più neanche voi, malgrado i copioni e i gettoni di presenza vi impongono ciò.

Allora urlatori di professione, vi consiglio, vista l’ora, di andare a dormire pure voi nella speranza che la prossima volta al nostro risveglio tutto ciò che adesso stiamo vedendo sia stato soltanto la visione di un brutto sogno. Buona fortuna.

Un abbraccio, Epruno.

“Cuscì mi i runi deci euro?”: il “benvenuto” a Palermo

Carissimi
Ho già visto nella mia mente questa “visione”.

E fu così che giunse il giorno in cui il grande aereo si fermo sulla pista dopo che tutte le condizioni di sicurezza erano state allertate e lo spazio aereo sopra la città era stato chiuso.

Il percorso già più volte bonificato avrebbe fatto si che il potente capo di stato potesse scendere dalla scaletta, ricevere i saluti delle autorità e avviarsi verso la macchina scura nel centro di un corteo di auto blindate, se non fosse stato per il fatto che aperto lo sportello questi venisse raggiunto da un ragazzo pelato con un borsone nero a tracolla, che brandendo delle calze da uomo confezionate e gettatone un paio dentro l’abitacolo dicesse: “Cuscì mi i runi deci euro? Mi la fari vuscari a iurnata!” Era una sorta di “benvenuto a Palermo”.

L’ambulante o non sapremmo come meglio definirlo sarebbe stato allontanato di fretta dalla scorta personale del presidente, mentre le imprecazioni del responsabile della sicurezza si sentivano da tutte le radio trasmittenti delle forze dell’ordine impiegate, seguite dalla preghiera di aprire meglio gli occhi e fare in modo che di questo incidente, di quella falla nel sistema di sicurezza non se ne sapesse nulla al di fuori di quel contesto.

Erano lontani ormai i tempi di Mao Zedong, Zhou Enlai, Deng Xiaoping, adesso questi non erano più i cinesi della rivoluzione contadina ma potenti e ricchi neocapitalisti tanto ricchi da comprare qualunque cosa, ma con alle spalle una saggezza millenaria.

Avrebbe viaggiato in direzione di Palermo sapendo che prima di riposare la sera nel suo albergo consono a l’uomo più potente oggi del globo, avrebbe dovuto fare un po’ di cerimoniale mentre la delegazione commerciale al suo seguito si sarebbe intrattenuta con l’analoga locale per discutere di affari, per farsi mostrare le palline colorate o gli specchietti luccicanti, con la presunzione di sempre che chiunque sbarcasse su questa terra fosse soltanto una occasione da spremere, spremere tutta e subito.

Lui nel tragitto in città si sarebbe rallegrato di strade larghe, senza auto posteggiate e soprattutto pulite e regolarmente asfaltate senza buche. Un percorso “da re” ma attenzione a non sbagliare strada o immettersi in qualche traversa fuori dall’ormai collaudato set di Truman.

Avrebbe incontrato il governatore nella convinzione che questi avesse i pari potere di un governatore di uno stato statunitense o di una provincia della repubblica cinese, senza prima aver dribblato davanti l’ingresso della cappella palatina il ragazzo pelato con il borsone nero a tracolla che brandendo delle penne gli avrebbe chiesto “Cuscì mi i runi deci euro?”

Il presidente si sarebbe di certo meravigliato su come avesse fatto costui non solo a superare i cordoni di sicurezza ma a giunger prima di lui dall’aeroporto al palazzo reale, ma poi sarebbe stato rassicurato del fatto che trattavasi del fratello di quello incontrato prima.

Xi sapeva bene che successivamente la sua all’attenzione sarebbe stata fagocitata da quel simpatico personaggio che amava tanto le foto bizzarre e che gli avrebbe ripetuto: “guarda che Palermo è cambiata, ma soltanto da quando sono tornato io”.

Lui avrebbe taciuto facendosi quattro conti in memoria e pensando che se il cambiamento era legato alla persona avrebbe potuto consigliargli di far cambiare la legge per estendere il proprio mandato a vita proprio come aveva fatto egli stesso qualche mese prima.

Sono inoltre certo che fuori dal palazzo di città si sarebbe dovuto sottrarre a richiesta di selfie e di cori di chi dimenticate le “polemiche sui diritti umanitari” avrebbe mostrato cartelli con scritto “siamo tutti Xi Jinping”, mentre afferrato ad un braccio da un ragazzo pelato con il borsone nero a tracolla che brandendo delle calzette gli avrebbe chiesto “Cuscì mi i runi deci euro? Su di seta!”

Certamente accortosi che si trattava di un ulteriore fratello si sarebbe chiesto “quanti ca__ sono questi fratelli” prima di sentirsi rispondere “per fortuna tre”.

Pensandoci la tentazione di uscirsene con soli 30 euro per dare inizio dalla “via della seta” era forte, investendo e dando fiducia a questi tre fratelli, oggi veri “imprenditori di se stessi”, poiché chi sa quanto di contro gli sarebbe dovuto costare la stessa “via” con chi dopo “Cuscì” chi sa quanti milioni di euro avrebbe chiesto.

Dedico quanto sopra al Caro Pino Caruso che diceva che “in Sicilia a parte i Cinesi e i Siciliani avevano dominato tutti” e siccome tutto a sfregio del Gattopardo e destinato a cambiare, anche i Cinesi a poco a poco, “cca minutiddra”, con la pazienza del topolino con la noce, offrendo un “involtino plimavela” dietro l’altro sarebbero entrati in questa apparentemente terra chiusa sempre pronta ad accogliere chiunque dimostrasse forza e portasse denari.

Voi mi direte: “Pecunia non olet”, ma quando mai, ci sono soldi che puzzano già a distanza.

Un abbraccio, Epruno

La “coda”… a Palermo: chi è l’ultimo?

Carissimi

Dalle mie parti la “coda” ha tanti significati, a partire da quello scontato della “coda animale” e all’allusione che su questa spesso si fa per definire una persona furba che “la sa lunga”.

Ma la vera coda che ha fatto terrore per anni era la fila per un turno. Chiariamoci, nulla di british, qui per molto tempo la coda si è fatta a ventaglio, lungi da chiunque di mettersi noiosamente in piedi uno dietro l’altro e da quando si è pensato di dotare le sale d’attesa anche di posti a sedere, è capitato sempre più spesso che una persona anziana, che non poteva sorreggere lungamente la fatica di stare in piedi, rimanesse a turno, pur non restando in fila e da qui l’espressione “la signora/e viene dopo il signore/a in fila” ed ecco che chi sopraggiungeva diceva la scontata frase magica: “chi è l’ultimo?”

La risposta è spesso scontata era detta in coro: “Lei”.

Ma molto spesso la gente è già presa dai troppi problemi e non aveva voglia di scherzare e rispondeva senza ironia: “la signora/e con cappotto qui in piedi”. A quel punto per certificare il proprio turno era di prassi rispondere a voce alta gesticolando e attirando l’attenzione della fila e dei testimoni: “dopo la signora/e ci sono io”.

Oggi, uno schermo indica lettere e numeri e turni diversi e la gente dopo aver preso uno scontrino si siede e attende con gli occhi puntati sul proprio telefonino e a nessuno viene in mente di socializzare con quelle domande di rito di cui sopra. Non ci sono più le risse per lo scavalcamento furbo o involontario del turno, non ci sono più le liti con lo sportellista per la sua presunta lentezza

….. ecco non ci sono più i turni di una volta, quando per qualunque cosa ti si diceva “cresci e mettiti in fila, prima o poi verrà anche il turno”.

Oggi quei tabelloni, quale metafora di ciò che da qualche tempo accade, ci ricordano che attraverso la progressiva differenziazione e possibile trovare le scorciatoie e così c’è chi stara ad attendere dieci minuti e chi lo farà per un’ora poiché gli sportelli di pertinenza fanno operazioni diverse.

Così nella vita, magari sei stato incanalato nella fila sbagliata e attendi mentre accanto a te scorre chiunque, magari hai fatto il turno fin dalla “prima mattina” e c’è chi arriva comodo e sereno e in un attimo ottiene quanto desiderato. Erano belli i tempi delle file nelle quali avevi una certezza ottica dello scorrere e non dovevi studiare farraginose informazioni, certo c’erano anche gli spiccia faccende figli del malcostume che contagiava certi sportellisti, ma anche quello era sotto gli occhi di tutti.

Oggi in questa piatta società non capisci qual è il tuo turno e di contro si è perso il rispetto “dell’ultimo”, fino ad ignorarlo, fino a non pensarci più. Tutti dobbiamo essere primi e vincenti, guai a perdere e per farlo siamo autorizzati ad utilizzare qualunque mezzo, tanto gli altri si volteranno dall’altra parte, certi che al loro turno noi faremo lo stesso.

Non posso contestare chi oggi invece di pensare alle sole logiche del mercato ha voluto pensare anche gli ultimi con strumenti magari non condivisibili, certamente migliorabili, perché la giudico una inversione di tendenza rispetto a quanto stava accadendo. A furia di lasciare indietro gli ultimi, si era perso il concetto stesso di ultimo e tra gli ultimi si sono spesso nascosti e mimetizzati questuanti di professione, evasori congeniti ignoti al fisco, scrocconi e truffatori sommando al danno la beffa per i veri ultimi.

Non sarà cosa facile ed occorrerà uno stato serio poiché per testimonianza diretta, se dovessimo confrontare le retribuzioni in busta paga di professionisti onesti con i falsi ultimi come quelli su descritti che hanno fatto della furberia e del “nero” il loro credo, sono certo che quando affronterò la prossima fila e chiederò “chi è l’ultimo”, mi sentirò rispondere in coro: “Lei!”

Un abbraccio, Epruno

Gli occhiali, non li porto più

Carissimi,

quanti di noi a quaranta anni sono stati costretti a mettere le lenti per leggere da vicino?

Mi ricordo che da più giovane tutti mi chiedevano: “Cosa c’è scritto laggiù che non lo leggo bene? Tu che hai una buona vista prova a leggere….”. Io che avevo una buona vista leggevo e ho letto sempre ciò che c’era scritto.

Poi giunse l’ora dell’Università e il mio professore di disegno mi insegno a leggere con “gli occhi della mente” e tutto quanto seppur bizzarro era anche possibile e iniziai a vedere le cose per come sarebbero state prima di realizzarle.

Giunse il momento in cui non riuscii a vedere più quello che gli altri vedevano e allora riposi gli occhiali visto che l’effetto con e senza di loro era lo stesso. Un handicap? No, anzi una “fortuna” e mi sentii come quell’idiota della barzelletta che aveva dolori in ogni parte del suo corpo che toccava con un dito, primo di appurare dal medico di avere soltanto il dito rotto. Il problema stava negli occhiali, tutti uguali come le divise di “regime” creati per farci vedere le stesse cose.

Fu così che iniziai a cambiare gli occhiali continuamente come si fa con le password (come dicevo prima di riporli sul comodino definitivamente).

Il sospetto mi era venuto nel momento in cui ogni persona che si avvicinava a me per approfondire l’amicizia ed entrare nella mia fascia privata personale protetta, non solo portava gli occhiali, ma mi imponeva lo stesso modello di montatura facendomene dono.

Quanti occhiali dismessi nei miei cassetti, quanta gente non “vedo più” e il mio sollievo è aumentato man mano che il cassetto si riempiva di occhiali dismessi.

Oggi che cammino senza occhiali e sono “cieco” rispetto a tutto ciò che mi vorrebbero fare vedere, mi sento dire di continuo: “ma guarda che bello, guarda come tutto è cambiato, come fai a non accorgertene!”

Credetemi, io rimango come il contadino che grida “viva Aliprando, ma è venuto da Como per non vedere un accidente”.

Non pensate che il mio aver scelto di non indossare occhiali mi abbia giovato, assolutamente, poiché ho finito per diventare un “fastidio” per chi “spaccia questo tipo di occhiali”, qualcuno ha tentato di surrogarne l’uso prestandomi il proprio braccio per camminare senza vedere, ma purtroppo io non sono “completamente cieco” ma “ipovedente senza occhiali” e quindi ho finito per accorgermi che nel camminare non stavamo andando dove volevo io, ma dove voleva lui, senza chiedermelo.

A volte mi chiedo se dovrei usare gli “occhi della mente” anche adesso, a questa età. No, forse non è più tempo per progettare e mi consolo pensando che occorre avere pazienza poiché si dovranno stancare prima o poi di buggerare un “povero incapace come me”, anche e perché la circonvenzione d’incapace è un reato.

Io non ci arrivo e non perché non ci vedo, ma perché quello che riesco ancora a percepire è molto diverso da ciò che mi raccontano ed è molto lontano dalla mia ricerca di normalità.

Un abbraccio, Epruno