Archivio per la categoria: Generale

“Ciò che è sbagliato si può cambiare. Ma chi lo vuole?”

Carissimi,

Appartengo ad una terra ed una città che “è oltre”.

Ammetto che da palermitano quando in tutta Italia litigate per mettere in atto qualche cosa, io vi guardo con una certa curiosità, ma senza tanto interesse poiché sono convinto che questo canale che ci separa, visto che il “ponte levatoio” non si calerà mai, perché non si farà mai, ci lascerà da sempre nella pace degli angeli.

O Dio, non è che la condizione di insularità ci ha mai tutelato da invasioni, sbarchi bellici, clandestini e non, poiché in Sicilia ognuno ha fatto ciò che caz** ha voluto, è giunto, si è fermato un po’ di tempo e poi se ne è andato.

I più generosi hanno lasciato una “mancia simbolica”, tipo qualche monumento, ma intendiamoci, hanno messo le idee, no i soldi, poiché quelli nelle loro intenzioni dovevamo metterli noi. Ma si sa, da questo punto di vista il siciliano è santo che non suda, figuratevi per pagare o lavorare.

E quindi noi siamo insulari e ciò ci protegge dalle pandemie (sembrerebbe) a meno che dalle altre parti del mondo non uscite da casa per venirci a consumare, ma anche in questo caso, in silenzio vi curiamo tutti, anche quelli che giungono con grandi pregiudizi, anche quelli che quando se vanno dicono la cosa più offensiva che si potesse dire: “mi sono dovuto ricredere, non pensavo foste così?”

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Il vaccino contro la “cretinaggine”

Carissimi

Guardo dalla finestra a notte avanzata la strada e mi godo il silenzio straordinario di questo periodo e il mio sguardo va a caccia di nuovi rumori. Il primo che mi si pone davanti e quello dei corpi illuminanti notoriamente silenziosi, specialmente quelli di questa generazione e più guardo e più rifletto sul fatto che ci vuole arte a posizionare i lampioni sopra gli alberi in modo tale che ai marciapiedi, a parte la stagione invernale dove gli alberi perdono le foglie, non giunge alcuna luce. Ci vuole arte a disegnare un puzzle di luci diverse, calde e fredde, a led e non e concentrarle sulle fronde degli alberi.

Guardo le montagne difronte e vedo i bagliori dei primi incendi alimentati da un forte vento di scirocco e penso a quanto sia demente e criminale il piromane che alimenta incendi. In natura tutto ha un suo equilibrio e inoltre in questo equilibrio era stato trovato uno spazio pure noi eppure abbiamo fatto di tutto per travalicare questo spazio e prenderci tutta la ribalta.

Ora non bisogna essere necessariamente attivisti ambientalisti ma basta solo un minimo di buon senso per riuscire a convivere in questo meraviglioso mondo insieme alla natura. Invidio tantissimo i montanari e le popolazioni a me care che vivono in alta quota in perfetto rispetto dell’albero per loro fonte vita, invidio quella pace e quel silenzio naturale non certamente indotto da disposizioni di confinamento dovute al covid 19 e sento un senso di ristoro al solo chiudere gli occhi e immaginare, mentre qui i canadair si alterno con intensa frequenza rammentandoti i film di guerra e i rumori dei bombardamenti.

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Ritorna Epruno in Radio

Il ritorno di Epruno in radio è stato ufficializzato da Lello Sanfilippo. La prossima stagione il palinsesto di Radio Time ospiterà la 7° stagione, a partire da Settembre, di “La Voce di Epruno”.

La novità sarà la nuova collocazione settimanale del Martedì alle ore 21.00, nella classica durata di 1 ora. Mario Caminita sarà in onda assistito da Epruno e il suo “originale mondo”, confermando una accoppiata collaudata.

Ma la vera e propria sorpresa sarà una anteprima costituita da 9 appuntamenti settimanali il martedì alle ore 21.00 dal 5 Giugno al 31 Luglio frutto di dirette e materiale di repertorio che rappresenteranno una sorta di avvicinamento all’evento dal titolo “Aspettando Epruno” ovvero “F.Q.N.S.” acronimo in atto segreto.

Oltre a Mario Caminita ci sarà Epruno, Tormento e tanti Amici di Epruno, oltre a novità che probabilmente faranno parte della prossima stagione ufficiale.

Fatemi Ritornare a Dormire

Carissimi,

questa volta lo dico anche a voi amici miei presi da questa isteria collettiva e a tutti quelli che prima non mi hanno permesso di sognare e poi hanno ucciso i miei sogni fino ad impedirmi addirittura di dormire per riposare.

Ci vuole libertà anche a sognare facendo attenzione a non esser vittime di “sogni indotti” o vittime di “ipnosi” poiché la nostra era più che mai è piena di “maghi, prestigiatori e di illusionisti”.

In un sogno è tutto bello se vissuto dal centro e a 360°, ma se ci spostiamo dietro le quinte e viste le scenografie del set disegnate e tenute in piedi da impalcature, scopriamo che è tutto finto e che le persone plaudenti intorno a noi sono solo comparse pagate?

Quindi o è tutto soltanto un sogno o un reality con una sceneggiatura scritta.

Abbiamo sotto i nostri occhi costantemente i professionisti della costernazione, con le maschere della circostanza per le cerimonie, accompagnati da dame vestite per l’occasione, cavalcatori di disgrazie altrui sempre pronti ad usare le miserie del prossimo per presenziare e addirittura per esistere.

E che dire di coloro che sollevano i problemi e ne lasciano la gestione agli altri nascondendo tutto ciò dietro visioni ideologiche in un mondo in cui tutte le ideologie sono scomparse.

Vediamo giornalmente chi si ostina a decontestualizzarsi cercando di portare “l’orologio della storia“ secoli indietro e che spesso coincide con coloro che continuano ad essere uomini per tutte le stagioni e che non si annoiano di esserci sempre e comunque, non arrossendo nel passare da un punto ad un’altro della “rosa dei venti“.

Tutto ciò non vi da quantomeno fastidio?

Personalmente ho cercato di smuovere le mummie che studiano per l’eternità, mi sono adoperato a difendere i giovani puntando i riflettori su coloro che pensano di non avere “un ciclo” e così facendo impediscono ad altri di iniziare il “loro ciclo” essendo “l’aborto” di nuove intelligenze che non saranno mai nate grazie a costoro prossimi a diventare “concime” per le nuove piante che verranno.

Tutto ciò non vi dà la sensazione di quanto si sia lontani dalla normalità e che non sia vero che le cose siano cambiate in meglio?

Ma ci pensate ai vostri figli?

E intanto tra un sogno e l’altro il tempo passa, tra una promessa e l’altra dimentichiamo pure che la luce che oggi ci illumina e la luce prodotta dalle stelle di mille anni fa.

Avremo avuto un passato, ci illustreranno il futuro, ma che ne sarà di questo presenta che demonizza il passato e invecchia nell’attesa di un futuro?

Vivere il presente è la cosa più difficile perché il presente lo si può vedere, il passato lo si può immaginare, ma è nel futuro e nella sua visione che si può ingannare il prossimo.

Non esiste una “visione” nel presente, se non una “soggettiva visione del presente” e in quanto soggettiva a rischio di faziosità.

E se lo scavalcare il presente attraverso la promozione di un futuro “visionario” sia soltanto la presa consapevolezza di una incapacità a vivere il presente, a governare l’attualità, a fuggire dal presente come coloro che si affidano alle droghe e agli allucinogeni?

Ma se tutto ciò non genera rabbia, dissenso e indignazione, può essere che realmente “non esiste” e sia non frutto di una visione ma addirittura un sogno?

Non arriverò mai a pensare che dietro la negazione dell’affrontare il presente vi sia una lucida strategia e per tanto, affidandomi alla saggezza di Eduardo (“a da passà a nuttata”) non mi rimane che rimettermi a dormire e per favore, abbassate la voce nelle stanze accanto ogni qual volta griderete le vostre cazzate, alle quali sono certo che non crediate più neanche voi, malgrado i copioni e i gettoni di presenza vi impongono ciò.

Allora urlatori di professione, vi consiglio, vista l’ora, di andare a dormire pure voi nella speranza che la prossima volta al nostro risveglio tutto ciò che adesso stiamo vedendo sia stato soltanto la visione di un brutto sogno. Buona fortuna.

Un abbraccio, Epruno.

“Cuscì mi i runi deci euro?”: il “benvenuto” a Palermo

Carissimi
Ho già visto nella mia mente questa “visione”.

E fu così che giunse il giorno in cui il grande aereo si fermo sulla pista dopo che tutte le condizioni di sicurezza erano state allertate e lo spazio aereo sopra la città era stato chiuso.

Il percorso già più volte bonificato avrebbe fatto si che il potente capo di stato potesse scendere dalla scaletta, ricevere i saluti delle autorità e avviarsi verso la macchina scura nel centro di un corteo di auto blindate, se non fosse stato per il fatto che aperto lo sportello questi venisse raggiunto da un ragazzo pelato con un borsone nero a tracolla, che brandendo delle calze da uomo confezionate e gettatone un paio dentro l’abitacolo dicesse: “Cuscì mi i runi deci euro? Mi la fari vuscari a iurnata!” Era una sorta di “benvenuto a Palermo”.

L’ambulante o non sapremmo come meglio definirlo sarebbe stato allontanato di fretta dalla scorta personale del presidente, mentre le imprecazioni del responsabile della sicurezza si sentivano da tutte le radio trasmittenti delle forze dell’ordine impiegate, seguite dalla preghiera di aprire meglio gli occhi e fare in modo che di questo incidente, di quella falla nel sistema di sicurezza non se ne sapesse nulla al di fuori di quel contesto.

Erano lontani ormai i tempi di Mao Zedong, Zhou Enlai, Deng Xiaoping, adesso questi non erano più i cinesi della rivoluzione contadina ma potenti e ricchi neocapitalisti tanto ricchi da comprare qualunque cosa, ma con alle spalle una saggezza millenaria.

Avrebbe viaggiato in direzione di Palermo sapendo che prima di riposare la sera nel suo albergo consono a l’uomo più potente oggi del globo, avrebbe dovuto fare un po’ di cerimoniale mentre la delegazione commerciale al suo seguito si sarebbe intrattenuta con l’analoga locale per discutere di affari, per farsi mostrare le palline colorate o gli specchietti luccicanti, con la presunzione di sempre che chiunque sbarcasse su questa terra fosse soltanto una occasione da spremere, spremere tutta e subito.

Lui nel tragitto in città si sarebbe rallegrato di strade larghe, senza auto posteggiate e soprattutto pulite e regolarmente asfaltate senza buche. Un percorso “da re” ma attenzione a non sbagliare strada o immettersi in qualche traversa fuori dall’ormai collaudato set di Truman.

Avrebbe incontrato il governatore nella convinzione che questi avesse i pari potere di un governatore di uno stato statunitense o di una provincia della repubblica cinese, senza prima aver dribblato davanti l’ingresso della cappella palatina il ragazzo pelato con il borsone nero a tracolla che brandendo delle penne gli avrebbe chiesto “Cuscì mi i runi deci euro?”

Il presidente si sarebbe di certo meravigliato su come avesse fatto costui non solo a superare i cordoni di sicurezza ma a giunger prima di lui dall’aeroporto al palazzo reale, ma poi sarebbe stato rassicurato del fatto che trattavasi del fratello di quello incontrato prima.

Xi sapeva bene che successivamente la sua all’attenzione sarebbe stata fagocitata da quel simpatico personaggio che amava tanto le foto bizzarre e che gli avrebbe ripetuto: “guarda che Palermo è cambiata, ma soltanto da quando sono tornato io”.

Lui avrebbe taciuto facendosi quattro conti in memoria e pensando che se il cambiamento era legato alla persona avrebbe potuto consigliargli di far cambiare la legge per estendere il proprio mandato a vita proprio come aveva fatto egli stesso qualche mese prima.

Sono inoltre certo che fuori dal palazzo di città si sarebbe dovuto sottrarre a richiesta di selfie e di cori di chi dimenticate le “polemiche sui diritti umanitari” avrebbe mostrato cartelli con scritto “siamo tutti Xi Jinping”, mentre afferrato ad un braccio da un ragazzo pelato con il borsone nero a tracolla che brandendo delle calzette gli avrebbe chiesto “Cuscì mi i runi deci euro? Su di seta!”

Certamente accortosi che si trattava di un ulteriore fratello si sarebbe chiesto “quanti ca__ sono questi fratelli” prima di sentirsi rispondere “per fortuna tre”.

Pensandoci la tentazione di uscirsene con soli 30 euro per dare inizio dalla “via della seta” era forte, investendo e dando fiducia a questi tre fratelli, oggi veri “imprenditori di se stessi”, poiché chi sa quanto di contro gli sarebbe dovuto costare la stessa “via” con chi dopo “Cuscì” chi sa quanti milioni di euro avrebbe chiesto.

Dedico quanto sopra al Caro Pino Caruso che diceva che “in Sicilia a parte i Cinesi e i Siciliani avevano dominato tutti” e siccome tutto a sfregio del Gattopardo e destinato a cambiare, anche i Cinesi a poco a poco, “cca minutiddra”, con la pazienza del topolino con la noce, offrendo un “involtino plimavela” dietro l’altro sarebbero entrati in questa apparentemente terra chiusa sempre pronta ad accogliere chiunque dimostrasse forza e portasse denari.

Voi mi direte: “Pecunia non olet”, ma quando mai, ci sono soldi che puzzano già a distanza.

Un abbraccio, Epruno

La “coda”… a Palermo: chi è l’ultimo?

Carissimi

Dalle mie parti la “coda” ha tanti significati, a partire da quello scontato della “coda animale” e all’allusione che su questa spesso si fa per definire una persona furba che “la sa lunga”.

Ma la vera coda che ha fatto terrore per anni era la fila per un turno. Chiariamoci, nulla di british, qui per molto tempo la coda si è fatta a ventaglio, lungi da chiunque di mettersi noiosamente in piedi uno dietro l’altro e da quando si è pensato di dotare le sale d’attesa anche di posti a sedere, è capitato sempre più spesso che una persona anziana, che non poteva sorreggere lungamente la fatica di stare in piedi, rimanesse a turno, pur non restando in fila e da qui l’espressione “la signora/e viene dopo il signore/a in fila” ed ecco che chi sopraggiungeva diceva la scontata frase magica: “chi è l’ultimo?”

La risposta è spesso scontata era detta in coro: “Lei”.

Ma molto spesso la gente è già presa dai troppi problemi e non aveva voglia di scherzare e rispondeva senza ironia: “la signora/e con cappotto qui in piedi”. A quel punto per certificare il proprio turno era di prassi rispondere a voce alta gesticolando e attirando l’attenzione della fila e dei testimoni: “dopo la signora/e ci sono io”.

Oggi, uno schermo indica lettere e numeri e turni diversi e la gente dopo aver preso uno scontrino si siede e attende con gli occhi puntati sul proprio telefonino e a nessuno viene in mente di socializzare con quelle domande di rito di cui sopra. Non ci sono più le risse per lo scavalcamento furbo o involontario del turno, non ci sono più le liti con lo sportellista per la sua presunta lentezza

….. ecco non ci sono più i turni di una volta, quando per qualunque cosa ti si diceva “cresci e mettiti in fila, prima o poi verrà anche il turno”.

Oggi quei tabelloni, quale metafora di ciò che da qualche tempo accade, ci ricordano che attraverso la progressiva differenziazione e possibile trovare le scorciatoie e così c’è chi stara ad attendere dieci minuti e chi lo farà per un’ora poiché gli sportelli di pertinenza fanno operazioni diverse.

Così nella vita, magari sei stato incanalato nella fila sbagliata e attendi mentre accanto a te scorre chiunque, magari hai fatto il turno fin dalla “prima mattina” e c’è chi arriva comodo e sereno e in un attimo ottiene quanto desiderato. Erano belli i tempi delle file nelle quali avevi una certezza ottica dello scorrere e non dovevi studiare farraginose informazioni, certo c’erano anche gli spiccia faccende figli del malcostume che contagiava certi sportellisti, ma anche quello era sotto gli occhi di tutti.

Oggi in questa piatta società non capisci qual è il tuo turno e di contro si è perso il rispetto “dell’ultimo”, fino ad ignorarlo, fino a non pensarci più. Tutti dobbiamo essere primi e vincenti, guai a perdere e per farlo siamo autorizzati ad utilizzare qualunque mezzo, tanto gli altri si volteranno dall’altra parte, certi che al loro turno noi faremo lo stesso.

Non posso contestare chi oggi invece di pensare alle sole logiche del mercato ha voluto pensare anche gli ultimi con strumenti magari non condivisibili, certamente migliorabili, perché la giudico una inversione di tendenza rispetto a quanto stava accadendo. A furia di lasciare indietro gli ultimi, si era perso il concetto stesso di ultimo e tra gli ultimi si sono spesso nascosti e mimetizzati questuanti di professione, evasori congeniti ignoti al fisco, scrocconi e truffatori sommando al danno la beffa per i veri ultimi.

Non sarà cosa facile ed occorrerà uno stato serio poiché per testimonianza diretta, se dovessimo confrontare le retribuzioni in busta paga di professionisti onesti con i falsi ultimi come quelli su descritti che hanno fatto della furberia e del “nero” il loro credo, sono certo che quando affronterò la prossima fila e chiederò “chi è l’ultimo”, mi sentirò rispondere in coro: “Lei!”

Un abbraccio, Epruno

Gli occhiali, non li porto più

Carissimi,

quanti di noi a quaranta anni sono stati costretti a mettere le lenti per leggere da vicino?

Mi ricordo che da più giovane tutti mi chiedevano: “Cosa c’è scritto laggiù che non lo leggo bene? Tu che hai una buona vista prova a leggere….”. Io che avevo una buona vista leggevo e ho letto sempre ciò che c’era scritto.

Poi giunse l’ora dell’Università e il mio professore di disegno mi insegno a leggere con “gli occhi della mente” e tutto quanto seppur bizzarro era anche possibile e iniziai a vedere le cose per come sarebbero state prima di realizzarle.

Giunse il momento in cui non riuscii a vedere più quello che gli altri vedevano e allora riposi gli occhiali visto che l’effetto con e senza di loro era lo stesso. Un handicap? No, anzi una “fortuna” e mi sentii come quell’idiota della barzelletta che aveva dolori in ogni parte del suo corpo che toccava con un dito, primo di appurare dal medico di avere soltanto il dito rotto. Il problema stava negli occhiali, tutti uguali come le divise di “regime” creati per farci vedere le stesse cose.

Fu così che iniziai a cambiare gli occhiali continuamente come si fa con le password (come dicevo prima di riporli sul comodino definitivamente).

Il sospetto mi era venuto nel momento in cui ogni persona che si avvicinava a me per approfondire l’amicizia ed entrare nella mia fascia privata personale protetta, non solo portava gli occhiali, ma mi imponeva lo stesso modello di montatura facendomene dono.

Quanti occhiali dismessi nei miei cassetti, quanta gente non “vedo più” e il mio sollievo è aumentato man mano che il cassetto si riempiva di occhiali dismessi.

Oggi che cammino senza occhiali e sono “cieco” rispetto a tutto ciò che mi vorrebbero fare vedere, mi sento dire di continuo: “ma guarda che bello, guarda come tutto è cambiato, come fai a non accorgertene!”

Credetemi, io rimango come il contadino che grida “viva Aliprando, ma è venuto da Como per non vedere un accidente”.

Non pensate che il mio aver scelto di non indossare occhiali mi abbia giovato, assolutamente, poiché ho finito per diventare un “fastidio” per chi “spaccia questo tipo di occhiali”, qualcuno ha tentato di surrogarne l’uso prestandomi il proprio braccio per camminare senza vedere, ma purtroppo io non sono “completamente cieco” ma “ipovedente senza occhiali” e quindi ho finito per accorgermi che nel camminare non stavamo andando dove volevo io, ma dove voleva lui, senza chiedermelo.

A volte mi chiedo se dovrei usare gli “occhi della mente” anche adesso, a questa età. No, forse non è più tempo per progettare e mi consolo pensando che occorre avere pazienza poiché si dovranno stancare prima o poi di buggerare un “povero incapace come me”, anche e perché la circonvenzione d’incapace è un reato.

Io non ci arrivo e non perché non ci vedo, ma perché quello che riesco ancora a percepire è molto diverso da ciò che mi raccontano ed è molto lontano dalla mia ricerca di normalità.

Un abbraccio, Epruno

Non sono mai Bianche

Carissimi

Chi sa quante volte era ritornato su quel posto con la mente.

Ci tornava costantemente rivivendo la stessa mattinata, sempre la stessa, per cercare dove quella volta aveva sbagliato.

Aveva poco più che trenta anni e lavorava da sempre, non ricordava quasi più di esser stato bambino, ma oggi era lui ad avere dei bambini da crescere e da mandare avanti e una moglie a casa che non lavorava, correggo, non aveva un lavoro esterno, ma faceva la casalinga e accudiva ad una casa e una famiglia tirando avanti con il minimo per sopravvivere, anche lei una eroina dei giorni d’oggi.

Ogni mattina, mentre fuori era ancora buio, lo stesso rito, in quella piccola cucina, i bambini ancora a letto, il caffè che deodorava l’aria e loro due, seduti al tavolino a fare conti.

Il tempo di afferrare il pacchetto con quello che sarebbe stato il suo pranzo e poi verso una nuova e ripetitiva giornata in cantiere.

Quante volte questa scena, con qualunque tempo, farsi trovare all’angolo per il padroncino e i colleghi che passavano a prenderlo con il doppio cabinato.

Ma quella mattina percepiva inconsciamente che c’era qualcosa che non funzionava, lo aveva fatto presente a chi di dovere ma la sua denuncia non aveva suscitato null’altro che una semplice risposta del datore di lavoro: “Se ti piace è così se no te ne stai a casa e ti vai a cercare un lavoro da un’altra parte.”

incidenti sul lavoro

Il signor Mario no, non avrebbe mai risposto così a una tale richiesta di un suo operaio, lui sapeva cosa significasse la sicurezza in un cantiere avendo perso un giovane figlio che lavorava con lui per un incidente mortale.

Il signor Mario (Zio Mario) era stato il suo primo datore di lavoro, gli aveva insegnato il mestiere e gli aveva sempre detto che le cose sul lavoro dovevano esser fatte bene e che se c’erano tutte queste leggi e controlli ci doveva essere un motivo.

Lo Zio Mario aveva la sua piccola azienda edile in regola, pochi operai regolarmente e giustamente pagati compreso di contributi e ogni spettanza, tutte le certificazioni a posto, tutte le qualificazioni regolarmente possedute.

Ricorda ancora il giorno in cui in lacrime Zio Mario gli dovette comunicare che era costretto a licenziarlo e chiudere la ditta dopo tanti anni e sacrifici perché non ce la faceva più ad andare avanti onestamente visto che molti dei suoi concorrenti riuscivano a fare ribassi d’asta incomprensibili.

Dovendo tenere tutto in regola e avendo spesso denunciato ciò Zio Mario si era pure guadagnato la nomea di “malacaratteruso e rompiscatole” e oltre al danno la beffa, la nomea da parte dei suoi concorrenti che lavorasse male ed era inaffidabile.

Pensava a ciò mentre nel doppio cabinato raggiungeva il cantiere odierno e nello stesso abitacolo il suo collega Mahmud dormiva appoggiato al finestrino. Mahmud come Kadir o Fahrid, sapeva di loro a malapena il nome e soltanto i loro sorrisi, ma non conosceva la loro storia che non poteva essere diversa da quella di tanti altri disperati che erano venuti a cercare fortuna dalle nostre parti.

In cantiere li chiamavano i fantasmi perché erano addestrati a scomparire nel momento in cui si fosse materializzata una figura sconosciuta.

incidenti sul lavoro

Se ci fosse stata quella tavola fermapiede ed un corretto parapetto su quel ponteggio, se Mahmud avesse avuto le scarpe antinfortunistica e la cintura e non quelle ridicole scarpe di ginnastica rosse, se quei caschetti non fossero stati caschetti giocattolo, se il datore di lavoro li avesse formati e informa… troppi se.

Mahmud quel giorno non avrebbe dovuto salire su quell’impalcato e quando per scherzare con Kadir si distrasse un attimo non percependo il movimento della gru e perdendo l’equilibrio…

Accadde tutto in un istante, un volo di quindici metri ma fatale, poi l’ultimo ricordo di quelle scarpe da tennis rosse su un cumulo di ghiaia, rosse come il sangue di Mahmud, rosso come il sangue di tutti, ma in contrasto con il pigmento della sua pelle, nero come quel lavoro e come Kadir e Farid, scomparsi subito dopo.

Chi lo sa se lui si ritenesse più fortunato costretto da allora su una sedia a rotelle e salvato soltanto dalla sua vecchia cintura ereditata dalla dotazione dello Zio Mario, ma non dal caschetto distruttosi dalla caduta di un tubolare che gli arrecò i danni permanenti.

Continuiamo a chiamarle morti bianche, ma spesso sono ancora frutto di coscienze sporche che di bianco non hanno mai avuto nulla.

(Ogni riferimento a fatti e a persone è puramente casuale… tutto il resto… )

Un abbraccio, Epruno

Il ragazzo con la valigia

Carissimi

Il ragazzo guardava alla Tv i vecchi documentari “accelerati” in bianco e nero che rappresentavano storiche testimonianze di gente povera, costipata nei bastimenti, piangere alla vista della Statua della Libertà, prima di sbarcare ad Ellis Island ed entrare in quella terra che avrebbe dovuto cambiare le sorti della loro vita.
Gente povera, gente ignorante, a volte anche gente che voleva ricominciare da capo o fuggiva dal delinquere nella propria terra.

emigrati in america, new york, statua della libertà

Era l’epoca delle valigie a volte di cartone rese ancora “più sicure” da giri di spago tutt’intorno non perché le loro chiusure non bastassero, ma perché la prudenza non era mai troppa e queste immagini sempre più nitide si sono ripetute anche nel dopoguerra e nei periodi delle grandi migrazioni interne sul suolo italiano, da Nord a Sud.

Il ragazzo pensava che la sorte toccato ai propri avi sarebbe potuta invertirsi e migliorarsi attraverso una unica decisione, studiare, laurearsi, ambire a diventare la classe dirigente della propria terra, allontanarsi da un destino ormai millenario, attraverso l’istruzione e la competenza specialistica.

Non erano più i figli di chi aveva patito la fame e la guerra, ma i lori nipoti, i figli di quei figli che avevano fatto ben altre “rivoluzioni intellettuali” come il mitico “’68” o addirittura i nipoti di questi ultimi e cioè i figli “dell’Erasmus”, ragazzi che avevano imparato a conoscere il mondo viaggiando.
Il ragazzo pensava a ciò, in quell’ora scomoda del mattino, mentre seduto sulla panca della sala d’imbarco aspettava il suo aereo, avendo lasciato dietro l’ultimo varco, la famiglia dopo uno straziante abbraccio e tante lacrime. Non partiva per la guerra, ma sapeva che non sarebbe mai più tornato se non per le vacanze nella terra che lo aveva visto crescere e custodiva le sue radici.

Ironia della sorte, pensava ai fagotti di poveri stracci degli emigranti del secolo scorso corredati dal bagaglio di grande ignoranza e guardava il suo odierno zaino con all’interno un moderno personal computer costantemente collegabile al web e all’accesso a tutti i “saperi” in esso riversati, ma la sua sorte e la direzione di quei migranti di allora erano le stesse.

Non era più l’istruzione a distanza di un secolo a far da discriminante nel mettere le valige in mano ai giovani. Era l’ottusità di certe politiche e l’incapacità di questa terra nel costruire un futuro migliore a spingere i giovani ad andare via.

Era la soppressione delle opportunità di seri “apprendistato” (la scomparsa dei maestri) a finire per riversare questa marea di giovani laureati (come le tante tartarughine appena nate) verso un mare pieno di pesci più grandi pronti a mangiarli.

Erano i profittatori a far scappare i giovani, erano coloro che sfruttando la necessità, pretendevano le prestazioni con la presunzione di pagare dopo o addirittura non pagare … coloro oggi convinti che il lavoro sia diventato gratuito.
Il ragazzo nell’attesa dell’imbarco guardava nei monitor le immagini di quelle altre migrazioni oggi all’onore della cronaca fatte di disperati di qualunque colore sul gommone del canale di Sicilia o di Sudamericani in marcia verso il confine Messicano con l’America, guardava tutta quella gente in cerca di una sorte migliore che andava verso muri eretti per impedirne o contenerne i flussi.

Lasciare la propria terra è brutto per tutti.

Il ragazzo pensava che nella ricerca di una sorte migliore c’era forse un punto in comune con tutti costoro anche se era consapevole che le sue chance erano di gran lunga migliori di questi poveri disgraziati, i più fortunati dei quali sarebbero finiti per fare nel mondo occidentale ciò che da anni non ci degniamo più di fare, o addirittura per fare vite disperate nelle nostre strade, preferendole di gran lunga a vite lasciate nei luoghi d’origine.

Il ragazzo sapeva che una laurea gli avrebbe certamente riservato grosse soddisfazioni e lo avrebbe realizzato in contesti oggi pronti e strutturati all’accoglienza delle intelligenze.

Oggi toccava a lui sognare, come toccò un tempo ai luminari e gli ingegneri dell’est, gente di grande cultura, “confinati nei paesi del blocco sovietico prima della caduta del muro” che vivevano vite molto modeste con stipendi che garantivano i mezzi di sostentamento essenziali e che desideravano di venire nell’Occidente, o come le giovani coppie americane che alla nascita del proprio figlio, iniziavano a creare un fondo di risparmi per poterlo mandare all’università e sognavano di fare la differenza nella sua vita.

Lui questo titolo di studi lo aveva già e lo portava insieme con sé nel suo zaino e non si riusciva a capacitare di come l’essere umano non avesse imparato nulla dalla storia e come tutto fosse pronto a ripetersi, come in un giorno della marmotta, in una perenne “scalata al ribasso”, in una perenne guerra tra poveri.

Un abbraccio, Epruno.

Noi che vedevamo in bianco e nero

Carissimi,

accendevo la TV in rigoroso bianco e nero dell’ultima generazione che dava la possibilità di ricevere addirittura un secondo canale, ma per poter passare da un canale all’altro dovevo necessariamente alzarmi e pressare l’apposito pulsante posto di fianco sullo schermo.

Le dimensioni delle TV erano pressoché uguali a meno dell’involucro esterno e soprattutto le trasmissioni iniziavano a metà pomeriggio, interrompendo quell’immagine fissa del mitico monoscopio RAI, mandando il Guglielmo Tell di Gioacchino Rossini e dando inizio ai programmi, udite, udite della “TV dei ragazzi”, altro che “Amici degli Amici”, “Masculi e Fimmine” o Tv del dolore di Barbara e quant’altro e i bambini, dopo aver fatto i compiti, potevano deliziarsi con Giocagiò, Palan, Patitù, la Fata Muccona, Ciuffettino e tanta produzione dedicata ai ragazzi con fior di autori alle spalle.

Inutile dire che dopo il programma di prima serata (che iniziava in prima serata e non alle 21.30), un film alla settimana (e dovevano passare 20 anni dall’uscita nelle sale per poterlo trasmettere), teatro, cultura, varietà del sabato, alle 23.30 circa, con l’ultimo notiziario, tornava il monoscopio, Rossini e tutti a nanna.

A proposito di quella che chiamiamo oggi “prima serata”, bisognava dire che questa era preceduta dal “Carosello”, un geniale prodotto pubblicitario che diveniva esso stesso l’evento e non la fastidiosa interruzione di una visione per trasmettere spot promozionali.

Ogni quadro di questo prodotto legava storie, filmati, animazioni con l’ausilio di importanti testimonial pubblici dell’epoca dietro la valente maestria di grandi registi televisivi e cinematografi. Da qui la mitica frase che anche chi di voi non fosse ancora nato all’epoca avrà certamente sentito, “i bambini andavano a nanna dopo il Carosello” ed era vero.

Per non parlare del calcio in TV al quale non bisognava dare appuntamento nell’agenda come si fa ai giorni d’oggi grazie SKY ma ci si limitava verso le 19.00 circa alla visione del 2° tempo della partita più importante della domenica (perché solo la domenica dopo pranzo si giocava, quali anticipi, posticipi, ore di pranzo e turni infrasettimanali), un solo cronista (“il cronista”) senza analfabetici commenti in sovrapposizione di ex calciatori e la domenica passava.

Andava meglio prima? Non è questo lo scopo del mio discorso, ma soltanto di far conoscere alle generazioni delle TV commerciali cosa ci fosse prima e tentare di comprendere dove ci siamo persi. È ovvio che si trattasse di una offerta unica di stato e culturalmente ben differenziata, con una ratio e un certo ordine e diciamolo pure, una certa qualità.

Vogliamo parlare del dibattito politico? Allora esisteva la “tribuna politica”, un asettico studio con un tavolo, un conduttore giornalista esperto di politica (io rammento Ugo Zatterin, ma non era il solo) e difronte una tribunetta dove stavano seduti giornalisti, ripeto, esperti di politica (e non gli onniscienti personaggi delle arene e dei talk televisivi che parlano di tutto, su tutto, senza una specifica competenza, ma una sola maestria nella provocazione). Il programma andava avanti con una domanda e una risposta e non esisteva la frase “io non l’ho interrotta è per questo non mi interrompa”, non esisteva lo starnazzare, il parlarsi sopra oppure il vezzo di odierni intervistatori schierati che al seguito delle risposte, aggiungono con tono calante la loro considerazione, per arrogarsi l’ultima parola, come se il protagonista del dibattito politico fosse l’ancor-woman e non il politico intervistato.

Bene, erano noiosi, forse sì, ma in noi c’era l’attesa di testare la capacità oratoria di certi leader politici dell’epoca e perché no, la maestria di giornalisti con la “G” maiuscola.

Oggi piango per certi “politici” costretti a faticose turnazioni per garantire la loro presenza in tutti gli spazi mediatici e televisivi che finiscono per diventare “personaggi di spettacolo” prestandosi a piacionerie, a giochi in studio e a quant’altro per raccogliere consensi.

Certe volte penso a quella generazione di cappottoni pesanti e grigi, seri, a volte misuratamente ironici, ma autorevoli. Ma quando mai un La Malfa (padre), un Aldo Moro, un Berlinguer, un Almirante avrebbero accettato di giocare in Tv uscendo fuori dal loro ruolo pubblico ed istituzionale, permettendo come si fa oggi di farsi ridicolizzare e sbeffeggiare in quasi tutti i programmi dove in assenza di ispirazione nei loro testi, si scherza solo e unicamente di politica, come se questa fosse una cosa sulla quale si possa giocare.

Ai tempi, l’unico che sconfinava su questi temi e con grande misura e geniale ironia era Alighiero Noschese e voi miei cari giovani amici, abbiate la curiosità su internet di saperne di più su questi uomini, su quei periodi e scoprirete che “il colore” veniva lasciato alla nostra fantasia, ma soprattutto che ci sarà un motivo per cui questa nazione si è ridotta così.

Un abbraccio, Epruno