Archivio per la categoria: Epruno – Ad Honorem

Ci lascia Colicchia

Ieri, di prima mattina , a 86 anni nella sua Messina, ci ha lasciato l’attore Tano Cimarosa. Lo ricordiamo con affetto in uno dei film che più fa capire che cosa è la mafia “Un uomo in ginocchio” di Damiano Damiani, dove al fianco di Giuliano Gemma ed i giovani Eleonora Giorgi e Michele Placido, interpretava la parte del personaggio “traffichino” di Colicchia. Ma è stato protagonista di tante caratterizzazioni di rilievo, quali quella del mafioso Zecchinetta ne “Il giorno della civetta” diretto nel ’67 da Damiano Damiani, accanto ad Alberto Sordi nel ruolo del padre di una numerosa famiglia ne ”Il medico della mutua”, nel ruolo di un emigrato in “Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata” e nel ruolo di una guardia carceraria in “Detenuto in attesa di giudizio”. Ma lo ricordiamo ultimamente per i suoi passaggi costante nei film di Giuseppe Tornatore (“Nuovo cinema Paradiso”, “L’uomo delle stelle”, “Una pura formalità”). Recentemente aveva lavorato in un episodio del serial televisivo “Don Matteo”.

Si può essere professionisti fino in fondo ed avere un cuore!!!

Ricordate tutti quel porco di Luca Toni?
Arrivato quasi da paraplegico a Palermo, a seguito di un lungo infortunio che lo aveva messo fuori squadra a Brescia? Il Luca Mondiale qui ha Palermo, si è ricostruito una vita, si è pure “diplomato geometra”, ha ripreso a camminare ed a giocare, a segnare, ci ha portati in serie A, e per denaro è scappato d’estate nel peggior modo possibile, come un ladro, tradendo i suoi fedelissimi tifosi che al suo ritorno lo hanno accolto con i fischietti, come si accoglie un mercenario.
Amauri, va via anche lui per soldi, per inseguire i suoi sogni, ma riesce a farlo senza mettersi contro una città, ma ringraziando tutti i palermitani e Palermo che gli hanno consentito di arrivare ad essere un calciatore ambito dalle grandi squadre. Non dimentica un anno passato con le stampelle, con il dubbio di non poter ritornare a giocare, ma avvolto dall’affetto di una città che ha mille difetti, ma che se ti dona il cuore, non ti abbandona. Ed il suo attaccamento alla maglia ha commosso tutti nel suo ultimo giro di campo, che ha ricordato l’ultimo mitico giro di campo, quello di Jachini, che mai avrebbe voluto lasciare Palermo, se una società come quella d’allora allenata da Arcoleo, non avesse deciso che il capitano non rientrava nei piani. Ricorda pure il mancato giro di campo di Corini, giunto alla separazione con Zamparini. Il palermitano è strano, si affeziona ed è per questo che questa città è abitata da ex. calciatori del nord giunti qui con diffidenza e mai più andati via …. Chiedere a Majo, uno per tutti, o chiedere a Biava che ha fatto sapere al Presidente che sua moglie Bergamasca si è innamorata di Mondello e che vogliono restare qui per sempre o almeno fino a fine carriera. Ecco il prossimo capitano del Palermo.

 

Giovannino Guareschi compie 100 anni!!!

Giovannino Oliviero Giuseppe Guareschi nacque a Fontanelle (frazione di Roccabianca) il 1° maggio 1908, in una famiglia di classe media (il padre, Primo Augusto Guareschi, era commerciante, mentre la madre, Lina Maghenzani, era la maestra elementare del paese). Nel 1925 l’attività del padre fallì ed egli non poté continuare gli studi. Dopo aver provato alcuni lavori precari, iniziò a scrivere per un quotidiano locale. Nel 1929 divenne redattore del quotidiano Corriere Emiliano e dal 1936 al 1943 fu redattore capo di una rivista destinata ad una certa notorietà, il Bertoldo.

Il 14 luglio 1936, San Bonaventura, troviamo nelle edicole d’Italia il primo numero del quindicinale Bertoldo, rivista satirica edita da Rizzoli e diretta da Cesare Zavattini, in cui Guareschi inizialmente collabora in qualità di illustratore. Si tratta di una nuova rivista, pungente pur se nel regime e diretta a strati sociali medio-alti, in contrasto con il popolarissimo periodico Marc’Aurelio. Vi collaborarono importanti giornalisti ed illustratori del tempo, ma forti contrasti e dinamiche interne portano in breve tempo alla direzione di Giovanni Mosca, con Giovannino Guareschi capo redattore. In capo a tre anni la rivista diventa settimanale con tirature di 500-600 mila copie, e primo tra tutti i giornali umoristici.

Fedele al suo carattere di Bastian contrario, durante la Seconda guerra mondiale Guareschi – penna pungente e pronta ad attaccare senza paura o riverenza i bersagli che più gli sembravano meritevoli di critica – nei fumi di una colossale sbornia, insultò Benito Mussolini e venne arrestato.

Quando l’Italia firmò l’armistizio con le truppe Alleate egli si trovava in caserma ad Alessandria. Rifiutò come molti altri di disconoscere l’autorità del Re e fu quindi arrestato e inviato nei campi di prigionia di Czestochowa e Benjaminovo in Polonia e poi in Germania a Wietzendorf e Sandbostel per due anni, assieme ad altri soldati italiani: gli IMI (Internati Militari Italiani).

Dopo la guerra Guareschi fece ritorno in Italia e fondò una rivista indipendente con simpatie monarchiche, il Candido, settimanale del sabato. Nella rivista insieme ad altre famose penne della satira italiana, curava numerose rubriche tra cui quella a firma “Il Forbiciastro” che spigolava nella cronaca spicciola italiana.
Dopo il referendum del 2 giugno 1946, iniziò ad appoggiare la Democrazia Cristiana, o per la sua profonda fede cattolica o per il suo fervente anticomunismo.

Guareschi criticò e rese oggetto di satira i comunisti nella sua rivista: famosissime le sue vignette intitolate “Obbedienza cieca, pronta e assoluta“, dove sbeffeggiava i militanti comunisti che lui definiva trinariciuti (la terza narice serviva a far uscire il cervello da versare all’ammasso del Partito che avrebbe “pensato” per loro), i quali prendevano alla lettera le direttive che arrivavano dall’alto, nonostante i chiari errori di stampa. Per la celebre prima vignetta del compagno con tre narici, Togliatti lo insultò con l’appellativo di “tre volte idiota moltiplicato tre” durante un comizio. Per tutta risposta Guareschi scrisse su Candido: “Ambito riconoscimento”. Nelle elezioni del 1948 Guareschi s’impegnò moltissimo affinché fosse sconfitto il Fronte Democratico Popolare (alleanza PCI-PSI). Molti slogan, come “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no”, e il manifesto con lo scheletro di un soldato dietro i reticolati russi, che dice “mamma, votagli contro anche per me”, uscirono dalla sua mente fervida. Contribuì notevolmente alla costruzione di un certo immaginario collettivo che avrebbe perdurato per decenni[3].
Anche dopo la vittoria della DC e dei suoi alleati, Guareschi non abbassò certo la sua penna: anzi criticò anche la Democrazia Cristiana, che a suo parere non seguiva i principi cui si era ispirata. Riguardo la formazione in Parlamento di un’alleanza tra DC e PSI nei primi anni sessanta, Guareschi, coerente ed assolutista come sempre, non comprese mai nei fatti politici l’ottica del compromesso, quello stesso che però di fatto segnarono a livello di vita sociale Don Camillo e Peppone.

Nel 1950 fu condannato con la condizionale ad otto mesi di carcere nel processo per diffamazione all’allora presidente della Repubblica Luigi Einaudi, che era stato bonariamente preso in giro in quanto permetteva che sulle etichette dei vini di sua produzione venisse messa in evidenza la sua carica pubblica di “presidente”. Guareschi non era l’autore materiale della vignetta (l’autore fu Carletto Manzoni), ma fu condannato in quanto direttore responsabile di Candido.

Nel 1954 Guareschi venne nuovamente accusato di diffamazione per avere pubblicato sul Candido due lettere di Alcide De Gasperi risalenti al 1944, in una delle quali De Gasperi (che sarebbe divenuto Presidente del Consiglio nel dopoguerra) avrebbe chiesto agli Alleati anglo-americani di bombardare la periferia di Roma allo scopo di demoralizzare i collaboratori dei tedeschi. Il giudice non accolse la mozione della difesa di Guareschi, che chiedeva che queste lettere fossero sottoposte a perizia calligrafica per accertare che fosse veramente De Gasperi l’autore, come era emerso da una prima perizia. Guareschi fu condannato a dodici mesi di carcere in primo grado. Essendosi rifiutato di ricorrere in appello contro quella che lui riteneva un’ingiustizia, venne recluso nel carcere di Parma, dove rimase per 409 giorni, più altri sei mesi di libertà vigilata ottenuta per buona condotta. Sempre per coerenza, rifiutò in ogni momento di chiedere la grazia. Nel 1956 la sua condizione fisica si era deteriorata ed iniziò a trascorrere lunghi periodi a Cademario in Svizzera per motivi di salute.

Nel 1957 si ritirò da direttore del Candido rimanendo tuttavia un collaboratore della rivista fino al 1961. Continuò a collaborare a vari periodici con disegni e racconti. Nel 1968 gli fu riproposta la direzione del Candido da parte di Giorgio Pisanò, ma morì prima di poter ricominciare a causa di un attacco di cuore.

Nonostante il fondamentale contributo dato da Guareschi alla vittoria democristiana del 1948, dopo la carcerazione morì poco ricordato dopo un decennio di piccole collaborazioni in rubriche di alcuni periodici, ed i suoi funerali, svoltisi sotto la bandiera con lo stemma sabaudo, vennero disertati da tutte le autorità. Unico volto di rilievo, Enzo Biagi ed Enzo Ferrari.

 

Se ne è andato il quinto Beatles

E’ morto a New York Neil Aspinall, per quasi quarant’anni numero uno della Apple, la casa discografica fondata dal quartetto di Liverpool. La notizia è stata data a Londra da i due ex-Beatles ancora in vita, Paul McCartney e Ringo Star e dalle vedove di George Harrison e John Lennon

E dopo Pasqua …….. Pasquino

E’ stato per un bel pò la home page del mio sito, poichè in un certo senso buona parte del piacevole sollazzo che mi impegna nel fine settimana, quando mi accingo alla tastiera per regalarvi spunti di riflessione, si avvicina molto alla mente che guidava la mano anonima di chi lasciava sonetti che canzonavano il Papa……………Nessuno seppe mai chi era Pasquino, probabilmente al Pasquino iniziale si aggiunsero tanti Pasquini, un pò come accade per noi ………… l’importante è prendersi di coraggio e vedrete che ognuno di voi ha qualcosa di divertente da raccontare ………… o qualche clips da mandare e condividere con gli altri. Sono andato a Roma alla ricerca di questa statua che è piuttosto piccola ed “agnonata”, a ridosso di Piazza Navona, è la sua vista mi ha comunque suscitato emozioni!!!!!!!

La statua è in realtà un frammento di un’opera di stile ellenistico, risalente forse al III secolo a.C., danneggiata nel volto e mutilata degli arti. Rappresenta probabilmente un guerriero di area ellenica. Si è sostenuto trattarsi di un frammento di un gruppo, forse dello scultore Antigonos, raffigurante “Menelao che sorregge il corpo di Patroclo morente” (del quale sarebbe una copia bronzea l’opera oggi a Firenze nella Loggia dei Lanzi), ma l’attribuzione è stata contestata. Precedenti attribuzioni intendevano che raffigurasse “Aiace con il corpo di Achille” o “Ercole in lotta con i Centauri”. Reperita a poca distanza da piazza Navona (rione Parione), si ritiene che sia stata impiegata per l’ornamento dello Stadio di Domiziano, oggi coperto dalla piazza. Fu ritrovata nel 1501 durante gli scavi per la pavimentazione stradale e la ristrutturazione del Palazzo Orsini (oggi Palazzo Braschi), proprio nella piazza dove oggi ancora si trova (allora detta piazza di Parione ed oggi piazza di Pasquino). La ristrutturazione, di cui si occupava anche il Bramante, veniva eseguita per conto dell’influente cardinale Oliviero Carafa, in seguito divenuto noto per la campagna di moralizzazione dell’arte; il prelato, che si sarebbe stabilito nel prestigioso palazzo, insistette per salvare l’opera, da molti ritenuta invece di scarso valore, e la fece sistemare nell’angolo in cui ancora si trova, applicandovi lo stemma dei Carafa ed un cartiglio auto celebrativo.

Sul perché la statua abbia proprio questo nome, familiare ed affettuoso, non si hanno che una nutrita serie di ipotesi, per lo più leggendarie. Si vuole, da alcuni, che Pasquino fosse un personaggio del rione noto per i suoi versi satirici: si è detto che potesse essere un barbiere, un fabbro, un sarto o un calzolaio. Secondo Teofilo Folengo “mastro Pasquino” sarebbe stato un ristoratore, un trattore che conduceva il suo esercizio nella piazzetta. Un’ipotesi recente, piuttosto attendibile, sostiene invece che fosse il nome di un docente di grammatica latina di una vicina scuola, i cui studenti vi avrebbero notato delle rassomiglianze fisiche; sarebbero stati questi, secondo tale versione, a lasciare per goliardia i primi fogli satirici. Vi è anche un’altra antica versione che vorrebbe collegare il nome della statua a quello del protagonista di una novella del Boccaccio (Decameron, IV, 7) morto per avvelenamento da salvia, erba nota invece per le sue qualità sanifiche. Il nome quindi sarebbe stato ad indicare chi viene danneggiato dalle cose che si spacciano per buone (come poteva essere, in quel contesto, il potere teocratico papale). (da Wikipedia)

A 321 anni ….oggi ….. Dall’Attasso!!!

Jean-Baptiste Lully o Giovanni Battista Lulli (Firenze, 28 novembre 1632Parigi, 22 marzo 1687) è stato un compositore italiano naturalizzato francese.

Si firmò sempre Lully, sebbene nella lingua del suo paese natale, la y non esistesse. Senza dubbio adottò questa ortografia sentendo il suo nome pronunciato alla francese, ovvero, con l’accento sull’ultima sillaba. Nacque nel 1632 a Firenze o nei dintorni di questa città. Suo padre era garzone di mulino. Lully arrivo in Francia poiché Mademoiselle de Montpensier aveva pregato lo chevalier di Guise di partire per l’Italia allo scopo di ricondurre con sé un piccolo italiano “se ne avesse incontrato qualcuno grazioso”. Senza dubbio il bambino era piaciuto allo chevalier per la gaiezza e la vivacità, giacché era “lariu”. Infatti, quando mademoiselle lo vide (aveva 12 anni), non gli trovò posto migliore delle sue cucine, lo chevalier, nel presentarlo, non avesse fatto menzione dei talenti che possedeva quel ragazzo, il quale aveva infatti ricevuto lezioni da un monaco francescano che gli aveva insegnato a suonare la chitarra. Non appena installato nelle cucine, lo si vedeva raccattare le casseruole di ogni forma e grandezza, disporle convenientemente in scale musicali e poi, servendosi di un mestolo, eseguire bizzarre armonie da carillon con l’improvvisata orchestra. Lo studio della chitarra, gli resero l’apprendere la diteggiatura del violino, una cosa facile e quasi naturale.

clip_image002[5]Il conte di Nogent, nel far visita a mademoiselle e passando per caso sotto le finestre delle cucine, disse alla principessa che tra i galoppini si trovava uno che aveva talento e mano. Il ragazzo compiva allora tredici anni. Mademoiselle lo fece uscire dalle cucine per accoglierlo nei suoi appartamenti, da dove la sua figura poco gradevole l’aveva in un primo tempo fatto allontanare. Durante i sei anni in cui Lully rimase in questa casa fece dei progressi straordinari, specie nello studio del violoncello. Studiò il clavicembalo e la composizione con Métru, Gigault e Roberday, organisti allora molto celebri a Parigi. Appena Lully cominciò a possedere qualche conoscenza nel campo musicale, si mise a comporre e le sue arie non tardarono ad essere notate. Una rimarchevole circostanza, poco onorevole in verità per lui, aumentò la sua reputazione di compositore. l’aver messo in musica una satira contro la sua padrona, mademoiselle de Montpensier, cosa che gli procurò il bando dalla casa in cui aveva vissuto fino ad allora. Obbligato quindi a cercarsi si presentò all’orchestra di corte, e fu accolto come garzone d’orchestra, benché già componesse arie e sinfonie notevoli, il re stesso ebbe voglia un giorno di sentire Lully che suonò in sua presenza con un tale successo che una nuova banda di dodici violons fu formata e messa sotto la sua direzione e la si chiamò banda dei petits violons. Tutti i violinisti che si fecero un nome in quest’epoca e in quella immediatamente successiva, uscirono dall’orchestra di Lully. Nonostante ciò, egli cercava di trovare dappertutto dei protettori, facendosi sentire nelle riunioni importanti dei grandi personaggi della corte e componendo dei brani di limitata estensione che egli stesso cantava. Il suo successo, del resto, era assicurato, dal momento che era piaciuto al re Luigi XIV. Nominato quindi dal re sovrintendente delle musica, smise di suonare per dedicarsi alla composizione. Ma ciò mi spinge a farvi attenzionare questo compositore è certamente l’episodio della sua fine che fu causata da un avvenimento che potrebbe sembrare ridicolo se non avesse avuto così gravi conseguenze per lui: stava provando un Te deum per la convalescenza del re, verso la fine del 1686, quando , battendo la misura col suo bastone, (in quell’epoca la piccola bacchetta del direttore d’orchestra veniva sostituita da un pesante bastone) si ferì l’estremità di un piede per la distrazione. Nel giro di qualche tempo il suo medico gli annunciò che la natura della ferita esigeva l’amputazione del dito. Lully si rifiutò. Più tardi, lo stesso medico gli disse che era necessario amputare il piede, trovando nuova resistenza da parte sua, infine, gli prospettò la scelta tra il perdere la gamba o la vita. A questo punto, Lully si sarebbe forse deciso a subire l’operazione, ma, per sua sfortuna, sopravvenne un ciarlatano che promise di guarirlo salvandogli la gamba. Ebbe dapprima qualche miglioramento, ma fu solo effimero e temporaneo, la cancrena fece progressi rapidi, bisognò rassegnarsi a morire, cosa che Lully fece con la compostezza abituale delle genti del suo paese, confessò i suoi peccati e cantò una frase melodica di una sua composizione su queste parole: Il faut mourir, pécheur. Il faut mourir (Morir bisogna, peccatore. Morir bisogna). Poco dopo spirò, il 22 marzo 1687. (liberamente tratto da Wikipedia)

Anch`io lo conoscevo

 

Commento al pdf nr. 25 per Giuseppe. Scusa per l`invio via e-mail , ma non sono riuscito a postarlo sul blog a causa dell`antispam.
Anch`io lo conoscevo molto bene, con quei capelli da artista sempre in cerca di ispirazione, con quel suo passo felpato che te lo trovavi davanti senza accorgertene, con quei suoi modi da gentiluomo d`altri tempi a cui sembrava quasi mancasse il cilindro e il bastone da passeggio quando si inchinava a salutare qualcuno.A volte tornando a casa lo incontravo vicino il passagio a livello ,ormai in disuso, di via Malaspina e si facevano due chiacchere fino alla piazzetta in fondo alla via Aurispa , dove lui abitava, fermandoci per delle buone mezz`ore quando mi parlava di una nuova canzone o di una poesia.
Una volta mi mise in mano, pregandomi di leggerlo, un romanzo che aveva scritto per un concorso di nuovi scrittori.Si intitolava ” 9 mesi nello spazio”, l`ho letto, non sto qui` a raccontarvi la trama o la bravura di Giuseppe, ma l`entusiasmo e il credere di fare qualcosa che agli altri possa quantomeno interessare era radicato in lui.A distanza di anni ho appreso, grazie ad “Epruno”, della sua morte e di quello che “gli hanno fatto fare “.
A prima vista non sapevo che effetto mi hanno fatto quei video, ma riguardandoli bene , ho visto nei suoi occhi il volersi scusare di essere li e fare quello che ( volente o nolente ) stava facendo. Ieri sono stato al funerale della mamma di in mio conoscente. Siamo stati accolti nella camera ardente da un cerimoniere con dei modi affettati e asettici, da sembrare un politico in cerca di voti.Dopo aver fatto le condoglianze ai familiari ci siamo accomodati a dei tavolini e ci e` stato servito del caffe` e dei biscotti.Il tutto era contornato da un sottofondo musicale che infondeva la pace interiore.

Eravamo in ‘ 12 ” E AVEVI TIMORE A DEGLUTIRE IL CAFFE` PERCHE POTEVI DISTURBARE TANTO ERA IL SILENZIO. La diretta interessata era in una stanzetta attigua , come a non volerci ricordare perche` eravamo li`, e se volevamo potevamo andare a renderle l`ultimo saluto, sempre sotto la vigilanza del solerte cerimoniere. Mi sembrava la scena di un film. Mi e` venuto di pensare che i Nostri funerali sono piu` umani e veraci. Sara` vero ? Ma tanto al morto che gliene importa se esterioriamo dei sentimenti che non sono veri o che lasciano il tempo che trovano.Non sono stato al funerale di Giuseppe, non dico che avrei voluto esserci, ma spero che qualcuno gli abbia almeno detto ” Riposa in pace” e abbia avuto qualche fiore e non soltanto i pomodori che la vita gli ha dato. Ciao Giuseppe………….

Da Antonio da Rotterdam

Io lo Conoscevo Bene………(dal pdf 25)

Stavo per fare la solita rassegna di filmati di yuo-tube da allegarvi, quando ad un certo punto mi sono imbattuto in una pagina che ha attirato la mia attenzione ed aperto lo scrigno dei ricordi. Chi lo avrebbe mai immaginato che il mitico “Giuseppe” sarebbe stato un personaggio “CULT” del WEB e così ho cominciato a leggere una serie di blog che parlavano di lui. Ma io lo conoscevo bene, ed in qualche modo ho contribuito allo sviluppo di quella che è stata la sua seconda vita. Lo vedevi arrivare da lontano con quel suo procedere con una andatura alla Renato Pozzetto, una figura imponente, quegli occhioni azzurri in quel faccione triste, un libro sotto il braccio e si avviava la domenica, verso le 11.00 in direzione della sua prima ribalta, la messa domenicale celebrata da Padre Paletti, un francescano fascistone pieno di se che recitava le sue prediche ed il caro Giuseppe faceva da introducer leggendo le letture sacre. In quel tempo, Giuseppe per vivere (sopravvivere) lavorara c/o due signorine anziane che gestivano una copisteria, come dattilografo, ricopiando documenti con una vecchia macchina da scrivere.
Giuseppe era più grande di me, ed anche se sembrava indatabile, lo doveva esser di molto più grande, poiché mi raccontavano che mio padre lo conoscesse da tempo, dalla fermata dell’autobus che entrambi prendevano insieme per andare a lavorare, e mio padre era morto quando io avevo dodici anni. Ma questa vita semplice, subisce uno scossone quando in città TGS decide di produrre una trasmissione di un presentatore catanese, Gianni Creati, chiamata “Il Pomofiore”. Questa trasmissione, liberamente tratta dalla Corrida di Corrado, lanciava dilettanti allo sbaraglio dividendo la serata in due classifiche, i vincitori dei “fiori” (i più bravi), ed i vincitori dei “pomodori” (il più scarso tra gli scarsi), entrambi venivano fatti bersaglio in scena dei fiori o dei pomodori lanciati dal pubblico. Giuseppe decise di mettere a frutto la sua dote di compositore di canzoni, a tutti fino a quel momento nascosta, tirando dal cassetto brani da lui composti (più che altro pensati) non credo sapesse scrivere la musica, semmai si sarà fatto aiutare da qualche altro artista come lui, per mettere su spartito le sue composizioni quali “Marinà Marinarella”, “In te la Caramella” e “RAI1, RAI2 e RAI3” con le quali per tre settimane vinse alla grande la classifica essendo inondato da quantità industriali di pomodori, da gente che ovviamente non aveva capito il suo talento, e che Giuseppe faceva sul serio e che aveva partecipato per vincere la “classifica dei fiori”. Il nostro amico però seppe cavalcare l’importanza di esser diventato un personaggio televisivo e che da quel momento tutta Palermo sapeva chi fosse Paviglianiti. Di li cominciò la svolta della sua vita e siccome, purtroppo gli eroi non son tutti giovani e belli, ma soprattutto fortunati, Giuseppe perse il “posto di lavoro”, le signorine non potevano permettere che nella loro rispettabile ditta, ci fosse un impiegato diventato un “clown televisivo”, Padre Paletti non gli fece più leggere le sacre letture in chiesa e ironia della sorte, conobbe una compagna, così secca e malaticcia che forse sarebbe stata anche lei in gioventù una ragazza normale, ma gli acciacchi ed i tanti problemi, non gli facevano giustizia. I fratelli di lei, anche con le minacce e non solo, non videro l’ora che qualcuno si sposasse quella povera donna, e costrinsero Giuseppe ad un non allegro matrimonio, che si sarebbe concluso da li a tre anni con la prematura scomparsa di lei. Non passò molto tempo che Giuseppe perse anche l’unica persona che provvedeva al suo sostentamento, la madre, e da quel momento ci perdemmo di vista. Ma la mia frequentazione di Giuseppe è legata al suo momento migliore, poiché avendolo visto al “Pomofiore” ed essendo io in quel periodo liceale invaghito dell’idea di fare teatro, scrissi
una commedia che vedeva come protagonista questo talento naturale e diedi modo di inserire quella che a mio parere era la sua canzone più bella “Marinà, Marinarella”. Conservo ancora gelosamente i copioni dattiloscritti dallo stesso Giuseppe, ma una serie di concomitanze vollero che quella commedia non venisse mai rappresentata e di ciò restano solo nei miei ricordi, un copione, una locandina di scena e tante risate.
Ma quell’esperienza servi probabilmente a convincere Giuseppe che la recitazione doveva essere certamente la sua strada, ed in tal senso l’incontro di Ciprì e Maresco che c/o l’emittente locale della nostra zona “ITC”, dell’allora Berlusconi delle nostre parti, il compianto Sig. Manzo (che aveva trasformato la sua attività di produttore di insegne pubblicitarie, nel business della TV locale—oggì il figlio più grande Gianni è un giornalista di RAI3) iniziarono a produrre “Cinico TV” e Giuseppe, insieme a Giordano, il
ciclista Tirone, i fratelli Abbate ed altri derelitti “veri”, diventò una star di questo circo di “circonvenuti” facendo la fortuna dei due “registi”. Giuseppe in queste “cartoline in bianco e nero” appariva sempre con il solo pantalone dal quale trabordava una pancia enorme ed appariva sempre con una espressione triste non so quanto sceneggiata o dovuta al fatto che stesse già veramente male. Gli unici copioni prevedevano poche parole, ma soprattutto tanti, tantissimi peti.

E fu così che l’arte creativa di Giuseppe si sviluppo nel campo dell’aerofagia, e come disse il grande Shakespeare “Tanto Rumore per Nulla”.
Questa gallina dalle uova d’oro aiuto il successo di Ciprì e Maresco che lo vollero nel loro film “Totò che visse due volte” e con il quale, chi lo avrebbe mai detto, Giuseppe Paviglianiti fu ospite in concorso al “Festival del Cinema di Venezia” e poi a “Cannes”. Sono queste le ultime notizie che avevo di lui, fino a quando due anni fa, a Panare, incontrando il mio amico Paolo, fotografo di scena di Ciprì e Maresco, non seppi tra un discorso e l’atro che Giuseppe era morto nel 2000. Il resto è cronaca di ieri, quando navigando su internet ho trovato questi commenti nei blog.

Giuseppe Paviglianiti da Cinico Tv all’ossario comune nel cimitero dei Rotoli di Palermo (http://sentenzadimorte.wordpress.com) Ciprì e Maresco dovrebbero mettersi una mano alla coscienza, i resti mortali di Giuseppe Paviglianiti ora sono finiti in un ossario comune perché nessuno ha pagato la concessione. I due registi dopo che per anni hanno abusato della figura del Buddha di Palermo si sono dimenticati che la loro popolarità è dovuta anche alle performance del mitico Paviglianiti “Certamente”. Riposa in pace Giuseppe.”

 

Catarella ed “Ubi Mario, Mino cessa!!!!!”

ansa_7727621_03450Dottori! Stamattina tilifonò gente che addimandava di lei pirsonalmente di pirsona! I nomi ce li scrissi in questo pizzino” E gli porse un foglietto malamente strappato da un quaderno a quadretti.

E tua sorella tilifonò?” spiò, pericolosamente gentile, Montalbano. Catarella prima s’imparpagliò, poi sorrise.

Dottori, vossia vuole babbiare? Mè soro spossibilitata a tilifonare è.” “E’ monca?

Nonsi, dottori, non è monaca. Non gli viene di tilifonare in quanto che non c’è, pirchì io sono figlio unico e mascolo di mè patre e di mè matre.” Il commissario abbandonò la partita, sconfitto. (… tratto da Il ladro di merendine).


“Pronti, dottori? E’ lei pirsonalmente di pirsona?”

“Si, Catarè”

“Che faceva, dormiva?”

“Sino a un minuto fa sì, Catarè”

“E ora inveci non dorme cchiù?”

“No, ora non dormo più, Catarè.”

“Ah, meno mali.”

“Meno mali perché, Catarè?”

“Pirchi accussì non l’arrisbigliai, dottori.”

O spararlo in faccia alla prima occasione o fare finta di niente. …

image “… Catarè, ragionando, si fa per dire, come usi tu, se ammazzano qua a Vigàta un turista di Bergamo, tu che mi dici?

Che c’è un morto a Bergamo? ...”

Il Ladro Di Merendine

imagePicciotto interessante questo Sanfilippo. ci sono testimoni ? ” Fazio mi mise a ridere . ” Ha gana di babbiare, dottore ? ” Montalbano tagliò il quadratino di carta e cominciò a sentire il prurito in tutto il corpo .

Catarella aveva scritto i numeri in modo tale che il tre poteva essre un cinque o un nove, il due un quattro, il cinque un sei e via di questo passo . ” Catarè, ma che numero è ? ” ” Quello, dottori . Il nummaro di Cacono . Quello che c’è scritto c’è scritto .

image “… fra giorni arriveranno modernissimi computer, ogni commissariato ne sara’ dotato.

Ha voluto da ognuno di noi il nome di un agente particolarmente versato in informatica.

E io gliel’ho fatto ….. Catarella !

Addio Lucianone……..

Anche le persone immense e mitiche già in vita, ci lasciano e così è stato per Luciano Pavarotti. Ma uomini come Pavarotti, grazie anche ai mezzi di comunicazione dei nostri tempi non moriranno mai nella nostra memoria, avendo affidato la loro voce e la loro immagine ad importanti registrazioni.
Girare il mondo e trovare una foto familiare in una vetrina di qualche negozio di dischi, dire di venire dall’Italia e sentirsi dire Pavarotti, scoprire che quella stima che ci sembrava solo nostra era invece condivisa in tutti gli angoli del globo. Sentirsi importanti perché connazionali di una persona importante, che sapeva prendersi anche quei momenti di “ferie” dal suo personaggio da “Epruno ad Honorem” (vedi foto) e fare con tanto divertimento cose che non ti aspetti da un mostro sacro come lui. Grazie a Pavarotti si è potuto fare diffusione anche
verso i non melomani, delle pagine più belle ed orecchiabili della musica lirica, ma si sono fatte anche manifestazioni umanitarie come “Pavarotti and friends”. Ci mancherà il suo “ingombro” ma è bello pensare ad un posto da qualche parte dove un domani ritroveremo Lui e gente come Lui!!!!