Archivio per la categoria: Epruno – CULT (Rubrica su CULT Magazine)

Epruno CULT – Novembre 2013

Carissimi …. Eccoci qua. Come spesso accade dopo tutti i grandi sogni e voli pindarici ci siamo svegliati a seguito di una pesante bocciatura. Palermo non sarà nel 2019 “Capitale Europe della Cultura”! E si …! C’è chi c’è rimasto male, avendo pensato a tale idea, c’è chi c’è rimasto male per aver lavorato e creduto in questo progetto, c’è chi gongola perché da sempre non ha creduto in questo progetto, c’è chi non gliene è fregato mai nulla di questo progetto e tutti sommati arriviamo a quei circa settecentomila abitanti residenti a Palermo. Avevamo le potenzialità per regalare alla cittadinanza questo titolo?
Questo episodio, benchè ci bruci, è emblematico di un nostro approccio a tali problematiche che ha contribuito a fomentare un residuo preconcetto nei nostri confronti. Come già raccontavo precedentemente, ogni volta che ci sediamo al tavolinetto del bar davanti ad un caffè e riesaminiamo tutto ciò che siamo e ciò potremmo essere, ci alziamo, come sempre, una volta bevuta la provvidenziale bevanda, con la consapevolezza di essere i migliori e i più grandi.
Bene, tutto ciò spesso si scontra con l’errore di considerare la potenzialità come un obiettivo raggiunto, o comunque da raggiungere in qualunque momento decidiamo di farlo, perpetrando quel modo siculo da “post siesta” di prendere tempo finché c’è tempo. Sappiamo fare gruppo? Ci siamo abituati a sentire ognuno che interviene su qualcosa, prendere subito l’alibi che chi si è cimentato prima ha sbagliato ed ha lasciato un disastro affinché qualunque mancanza o qualunque sconfitta sia da attribuire a chi si era seduto prima per risolvere il problema. Così facendo, possiamo tranquillamente ingannare noi stessi con “queste verità”, ma non possiamo certamente convincere il soggetto esterno, non coinvolto nelle nostre dinamiche e nella nostra mentalità, che ci deve giudicare, poiché per lui è scontato che chi arriva dopo per risolvere i problemi, ha ricevuto la fiducia proprio perché chi l’ha preceduto, non è riuscito a raggiungere gli obiettivi promessi. Diversamente, perché cambiare? Questo è il modo di ragionare europeo al quale ancora non ci siamo abituati. La realtà nord europea è una realtà dove “le chiacchiere stanno a zero” e quindi dobbiamo impegnarci i più, per essere credibili se vogliamo rimanere e confrontarci in quel contesto. Ecco perché una opportunità come questa non può etichettarsi politicamente, visto i tempi di sviluppo del progetto e visto che chi amministra oggi potrebbe non amministrare nel 2019. Ecco questo avrebbe dovuto essere un progetto proposto e sposato dal sistema città. Il nostro modo italico, di cambiare nomi ai partiti frazionandosi e riproponendosi sempre al fianco del vincente per perpetrare la “nostra poltrona”, cambiando per strada parere, è storicamente ben noto salendo di latitudine! Presentare un progetto, vuol dire ancorare la sua fattibilità a fatti certi in itinere monitorabili. Siamo pronti a cambiare mentalità per diventare veramente europei e poter competere realmente, non come componente di potere di turno, ma come sistema società, contenitore di tutte le peculiarità e diversità, pieno di sana dialettica che sappia mettere da parte le divisioni quando si compete come “Paese”? Ho fiducia nei giovani che quando la generazione dei soliti noti, si farà necessariamente da parte, smonterà le proprie valigie e forte dei soggiorni e dei contatti acquisiti in giro per il mondo, ci regalerà la giusta mentalità per integrarci in una comunità europea, fino allora, accontentiamoci di essere capitale di una cultura siciliana! Se ci riusciamo …Un abbraccio, Epruno.

Share

Epruno CULT – Ottobre 2013

Carissimi …. Che strana città la nostra, eppure è ormai una “città europea” e saremo probabilmente anche “capitale europea della cultura” ma intanto come me, tanti leggono i giornali, si guardano attorno e pensano: “ma stiamo parlando della stessa città?”
A Palermo litighiamo per tutto, a Palermo abbiamo due punti vista (e ci deve andare bene) su qualunque cosa. Se fai e sei criticato perché fai, se non fai e sei criticato perché non fai, tanto che se qualcuno vuole non sbagliare deve assumere un atteggiamento del “fare e non fare”, ossia del “lo sto facendo e speriamo che mi basti il tempo”, o ancora meglio “lo stavo per fare ma poi non ne ho avuto l’opportunità!”
Eppure i nostri anziani, saggi, dicevano: “cu mancia fa muddrichi” profonda espressione legata alla impossibilità di poter fare qualunque cosa senza mettere nel conto qualche errore e ciò veniva contemplato in quella mentalità positiva del “fare”, ossia “faccio anche a costo di sbagliare, ma faccio qualcosa”.
Tutto sta a comprendere quale visione vince sul momento, quella del “non è successo niente, non si fa niente, non c’è niente” o quella del “abbiamo una grande tradizione, diciamo al mondo che tutto va bene, perché dobbiamo smetterla di essere i primi detrattori della nostra terra”.
Una eterna lotta tra “realisti sfiduciati” e “sognatori” e mentre questo duello si perpetra, la soluzione consigliata rimane una, “non fare”!
Questa città sembra aver adottato più che l’aquila come emblema il geco, “animale” immobile, mimetizzato, pronto a saltare addosso alla sua preda.
A parole, sapete trovarmi un palermitano che non è “grande”? Un palermitano che davanti al proprio specchio non si senta “u megghiu”? Si a parole….
In fondo, in fondo a noi ci ha rovinato il caffè! Si perché davanti a questa bevanda scura importata da mondi lontani noi siamo soliti fare “discursi di cafè”! E mentre arriminiamo con quel cucchiaino lo zucchero nella tazzina elenchiamo tante di quelle cose che in questa terra non vanno e che potrebbero andare meglio, per cui tra un sorso ed un altro “potremmo vivere solo di turismo”, e poi un altro sorso e “con una città di un milione di abitanti, dovremmo vincere un anno si , un anno no, la coppa dei campioni”, e dopo ancora un altro giro di cucchiaino ed un altro sorso, “con questo nostro sole e questo nostro clima, dovremmo vivere di sola energia solare”.
Il caffè, e stimo parlando di caffeina … e fa tutto questo danno, poi dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua, tutte queste intenzioni scompaiono, nell’attesa che venga qualcun altro, qualunque nuova dominazione a farci tutte queste cose che tra un sorso ed un altro, abbiamo sognato, perché a noi non deve venire meno l’unica facoltà nella quale eccelliamo, la critica al fare altrui.
Certo, se siamo noi a fare, diventerebbe autocritica, ma che prio c’è!
Così gli altri fanno e noi critichiamo e così facendo ecco che anche chi dovrebbe governare, dalle nostre parti si è adeguato e pertanto non fa, lascia fare per poi criticare e se proprio, come in un gioco delle “belle statuine” nessuno prende l’iniziativa, c’è sempre la via d’uscita di criticare chi ha fatto prima di loro, chi c’era prima! .…Ma allora perché il palermitano che nnesci arrinnesci? Perché fuori, dopo averci offerto un caffè e sentiti tutti i nostri discorsi, sogni e buone intenzioni, ci fregano dicendoci: “bello, mi piace, adesso assettati e travagghia”! …Un abbraccio, Epruno.

Share

Epruno CULT – Giugno-Luglio 2013

Carissimi …. In un momento politico nel quale tra le tante esigenze c’è una grande richiesta di semplificazione burocratica, chi penserà a semplificare la lingua italiana? Chi farà in modo che Dante non continui a rivoltarsi nella sua tomba? Era soltanto il Marzo del 960 (senza mille), in quel di Capua quando le parti nel sancire un contratto scrivevano: “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti”. Vi chiederete, in modo più o meno “volgare e non vulgare: ma cosa vorrà dire?” E ciò è rimane comprensibile, ma perché ancora oggi a distanza di mille e cinquanta anni, in italiano, debba usarsi quella lingua piena di espressioni arcaiche, scritte soltanto per confondere l’interlocutore, assumere un tono e manifestare un serioso potere? E dire che la chiesa dopo il Concilio Vaticano II, aveva aperto la strada alla semplificazione linguistica, attraverso l’abolizione del “latino” dalle celebrazioni eucaristiche di ogni giorno, facendo in modo che le povere pie vecchiette non imparassero soltanto a memoria una litania, ma capissero anche il celebrante! I nostri anziani saggi, non per nulla forgiarono il proverbio “ammuccia lu latinu gnuranza di parrinu”, nel quale manifestavano il fondato sospetto di desinenze usate male, ma addirittura di citazioni inventate o usate a sproposito. Ma torniamo a “questa mia” e alle note che fanno sfoggio di termini quali “altresì, all’uopo, diconsi, significare, adire, derivante da”.
E che dire dei “distinti saluti”, conclusione di qualunque nota aggressiva ma che comunque lascia spazio conclusivo al “cogliere l’occasione per porgere distinti saluti”. Sono termini ed espressioni che “lo scrivente” alternatamente al sinonimo, già di suo parola difficile, “sottoscritto” usa in questo linguaggio poco fluente per prendere le distanze, “nell’immediato”, dalla collettività.
E quante volte leggiamo del “predetto o sopracitato” o quante volte abbiamo “letto a margine” o ancor meglio “nell’oggetto”?
Per non dire inoltre di coloro che si son persi nell’interpretazione di sigle quali “e p.c.” con la guerra continua con il correttore automatico del programma di video scrittura, oppure “p.v.”, “c.m.” ed “u.s.”. Ma quale sforzo dietro l’accettazione di termini quali “ipovedente, ossia chi ci vidi picca”, “audioleso, colui che nun ci sienti”, “operatore ecologico, al posto di netturbino, o più semplicemente, spazzino e per i più crudi, munnizzaru”. Quante zuffe sugli autobus tra i controllori ed i controllati che non “obliteravano” il biglietto, poiché neanche sapevano di cosa si stesse parlando. A testimonianza di ciò, ieri Salvatore, intercettatomi davanti alla sua bottega, con fare circospetto mi allunga una lettera con su citato: “vengo con questa mia a rappresentarLe che qualora entro la data succitata …. la mia assistita adirà le vie legali”, “Dottore, ma chi significa? Ma questa sua, cu ci l’ha taliatu mai? ….” E la conversazione sarebbe continuata con una lunga serie di epiteti, metafore, riguardanti le parentele e la vocazione atavica della proprietaria del locale limitrofo alla bottega del nostro amico barbiere, a “deflagrare gli organi genitali”. Tutto ciò per non scrivere: “con questa lettera le dico che se entro una settimana non provvederà, la denunzio”. E si, il popolo, ha bisogno di semplicità e chiarezza .……Un abbraccio, Epruno.

Share

Epruno CULT – Marzo 2013

 

Carissimi …. Certe volte mi lascio prendere da un dubbio, “a Palermo sono i pali dell’illuminazione pubblica a esser troppo alti o sono gli alberi a esser troppo bassi?” Voi vi starete chiedendo due cose. La prima e non vi posso e vi capisco bene, “ma che pensieri che ha costui”, la seconda certamente , “dove vuole arrivare?” Come molti di voi soffro all’idea che la mia città la sera sia buia, eppure a parlar con i tecnici della materia, sembrerebbe che negli anni scorsi molte opere siano state fatte per rinnovare o creare nuovi impianti d’illuminazione in città, ma purtroppo molte strade sono al buio, sono male illuminate o spesso richiedono  una dovuta manutenzione. Si, miei cari, la parolina manutenzione che nel mondo anglosassone è sacra come il pagamento delle tasse, qui subisce per prima gli effetti dei tagli agli investimenti economici, rendendo subito inutilizzabile un’opera o parte di essa. Se ci spostiamo dal lussuoso salotto di via Liberta e ci addentriamo nelle traverse notiamo che spesso l’illuminazione non è come quella che ci aspetteremmo. Certamente pur non essendo tecnici della materia, siamo consapevoli che dietro al livello d’illuminamento di una strada, ci saranno dei parametri standard, delle regole, delle tabelle se è vero come è che vediamo pali disposti sempre ad una stessa distanza reciproca o lampade di una stessa gradualità di colore, eppure certe traverse seppur illuminate appaiono buie. Leggi il resto dell’ articolo »

Share

Epruno CULT – Gennaio 2013

Carissimi …. Guardo l’alba di un nuovo anno con curiosità come tutti voi e l’unica cosa che mi consola è che il sole sulla nostra bella terra sorge ancora e non ci sono “Maya o gufi” che tengano. Di contro accendo la tv, sento la radio, leggo i giornali ed ho la sensazione che i modelli che continuamente ci vengono proposti si allontano dall’idea di “essere-bene” e di qualità della vita a noi cari, facendoci credere che la ricchezza e il denaro, l’economia siano tutto nella nostra vita.
Pertanto la parola “sacrifici” è entrata di diritto nel nostro vocabolario e vorrebbe analogamente farlo nelle nostre abitudini. Molti ormai la mattina nel sorseggiare il proprio caffè oltre a sentire le notizie sportive, ascoltano l’oroscopo ed il valore giornaliero dello “spread” e secondo me con lo stesso grado di fede e attendibilità. Così lo “spread” è diventato un nostro pensiero quotidiano, è diventato il nostro nemico numero uno insieme alla Cancelliera tedesca che secondo molti ne governa le sorti, tanto che anche alle nostre latitudini, le classi sociali meno istruite che non sanno neanche cosa significhi questa parola, “per si o per no” le attribuiscono la fonte di tutti i propri guai. Lo “spread” ha finito per contrapporci ai tedeschi in maniera diversa da come per anni c’eravamo abituati, la Germania non è più soltanto quella di “Italia-Germania 4-3”, il popolo alemanno non è più quello delle turiste tardone che venivano negli anni 70 a caccia in Sicilia di giovanotti “playboy” nelle nostre località turistiche. Oggi la Germania e ancor di più l’Europa è la nostra coscienza critica, la fonte di richiesta dei sacrifici che stiamo e che dovremo affrontare per evitare che il nostro paese prenda la deriva.
V’immaginate un palermitano ed ancor più un siciliano davanti alla necessità della parola “sacrifici”? Un soggetto che dell’arte di arrangiarsi ha fatto uno stile di vita che ha saputo esorcizzare qualunque ricorrenza anche luttuosa attraverso la trasformazione in abitudini alimentari e festeggiamenti, lo vedete a doversi confrontare con il concetto di rigore economico? Potrà mai costui pensare che la parola felicità sia sinonimo do “spread basso” e non di “nguantiera di arancine” o vassoio di “Sfinci di San Giuseppe”? Per un milanese, sempre intento a correre durante la giornata per produrre, parlare di felicità associata al potere di acquisto della nostra moneta, forse, può avere un senso, ma alle nostre latitudini? Ci si dimentica spesso che la nostra nazione è unica nel suo genere, basterebbe fare due considerazioni: la prima che il nostro paese si estende in lunghezza ed è per così dire “molto lungo”; la seconda, che fino ad un secolo e mezzo fa, era un insieme di stati sovrani con una propria storia, un proprio patrimonio culturale ed artistico, una propria lingua e soprattutto un proprio carattere. Eppure, questa grande “cooperativa”, seppur consapevole delle proprie diversità al proprio interno, nel momento in cui ha dovuto competere con le altre nazioni ha trovato dentro se motivazioni e risorse impensabili se cercate in uno sterile ragionamento fatto a tavolino.
Questo è ciò che mi lascia ottimista per il futuro, più di quanto mi possa incoraggiare il livore dei dibattiti dell’interminabile stagione elettorale.
Non potremo mai essere dei bravi tedeschi, dei bravi francesi, dei bravi inglesi, ma soltanto dei “buoni italiani” che con la propria “creatività” che andrà ben oltre a quella esplicitata nelle barzellette. Non potremo mai essere “sobri ed anglosassoni”, poiché saremo sempre la terra di “Pulcinella e di Balanzone”, abbiamo soltanto la necessità di esser un po’ “più seri” in quella che è la visione della “cosa pubblica”. Sono certo che la nostra gente saprà andar ben oltre a quanto prospettato dalla nostra attuale classe dirigente, una volta avuta la consapevolezza che questa si sia avviluppata intorno a sterili ragionamenti e progetti che non portano soluzioni, poiché soltanto la nostra creatività, il nostro spirito di conservazione, il nostro conoscere il concetto di “fame”, tramandatoci da ci ha preceduto, ci porterà a superare anche questa difficile stagione.……Un abbraccio, Epruno. Leggi il resto dell’ articolo »

Share
Ebbene si: anche Epruno usa i cookie. Sappiamo che non vi cambierà la vita saperlo, ma la Comunità Europea ci obbliga a dirvelo, e adesso lo sapete! INFORMATIVA COMPLETA | CHIUDI