Archivio per la categoria: Epruno – Il meglio della vita (ilsicilia.it)

Nato per Errore in Mezzo alle Papere

Gli vedevo sbattere la mano su quella Bibbia posta su una importante scrivania con un antico piccolo crocifisso ligneo da tavolo posto su un piedistallo, ed un elegante sottomano con la sua preziosa penna stilografica in bella mostra, mentre gridava al suo collaboratore entrato nella stanza durante il nostro colloquio.

Più che il suo gesto d’ira era ciò che pronunciava il potente pio professionista mentre toccava quella Bibbia, quelle parole piene di livore riferite ad un impiegato reo di qualcosa o di un disatteso adempimento.

Gridava: “Io a questo per quanto è vero Dio lo rovino per tutta la vita!”

Quel nominare invano il nome dell’onnipotente per me che ero giovane credente, mentre maltrattava in segno di potere i simboli della fede, in una stanza con foto ben in mostra di incontri con i cardinali, o addirittura con il Papa, o nell’indossare il mantello durante una speciale funzione religiosa, mi colpi molto.

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L’Apocalisse e lo Zio Mario

Carissimi

Ma che ve lo dico a fare. Ognuno di voi la mattina esce da casa dopo essersi guardato allo specchio con quella indistinguibile sensazione di essere il migliore, con la rabbia di Chuc Norris e pieno di click come a Clint Eastwood al quale hanno fatto cadere involontariamente il suo whisky per terra.

Uscite dalla Vostra tana pronto a rivoltarlo come un calzino questo mondo, poi mettete i piedi per strada, fuori dal vostro uscio di casa e scoprite che c’è la presenza ingombrante di tutta quella pletora di individui che non siete voi e che normalmente chiamiamo gli “altri”.

Gli altri, coloro che vi portano le infezioni e le pandemie, che mangiano pipistrelli o giungono con i barconi dopo aver mangiato chi sa che cosa e con il loro iPhone che non cresce nei loro paesi sopra gli alberi (anzi li non cresce proprio niente perché c’è la siccità ma ci sono le armi e i fuori strada), vi si presentano con il cappello in mano dicendo: “amigo, devo mangiare”.

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Quella Notte la Luce Rimase Accesa

Quella notte per mia richiesta non si spense la luce di quella commissione al quarto piano negli uffici dell’Ordine degli Ingegneri, era il minimo che potessi fare da Presidente della Commissione che in quella stanza storicamente si riuniva, per onorare un Uomo che del servizio ai colleghi aveva fatto una missione di vita, senza pretendere alcuna carica, senza sottoporsi ai riflettori e per il quale la sua modestia era grande quanto lo era la sua competenza.

Feci anche un’altra cosa stravagante per molti, aggiunsi un pensiero nel librone dei verbali subito dopo la chiusura di quello della seduta di quel martedì e ricordo che nessuno ebbe a che dire, non perché ero il Presidente, ma perché Enrico meritava tanto e pur essendo uscito dalla ritualità delle operazioni lessi in tutti un sorriso di approvazione.

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“Basta Poco che Ce Vò?”

Carissimi

Questa settimana davanti allo spettacolo rituale della crisi di governo non posso esimermi di fare una riflessione con voi a voce alta, su una delle mie peculiarità, l’esperienza di amministrazione sia essa pubblica che privata, sia attraverso il lavoro professionale, sia per la mia esperienza di utente, di amministratore e/o consulente che di quella di volontario.

Stiamo lì a vedere i vertici della cosa pubblica, il parlamento, i ministri, le istituzioni, spesso dare uno spettacolo non degno del ruolo e ci stiamo a chiedere: “perché?”

Ma la “cosa pubblica” la conoscete bene o parlate perché Giletti, Mughini, David, etc. vi mettono le parole in bocca nel dare giudizi in quei tribunali populisti televisivi?

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La Vita: Lasso di Tempo tra due Telefonate

Carissimi

Nulla è come prima, abbiamo voglia di giustificare i nostri attuali comportamenti, la nostra stranezza, pensavamo che tutto potesse accadere, che tutto si potesse fare eppure stiamo facendo tutti i conti con le limitazioni.

Chi di noi non ha avuto una infanzia pensando che quello era si un bel periodo, ma un domani, senza dovere chiedere permessi, chi sa come sarebbe stata la nostra vita.

Chiedere permessi”, per una persona libera come me è stata una grande sofferenza e dire che non è stato sempre così, ci fu un periodo in cui smisero di darmi il permesso e io mi sentii inizialmente perso.

Passammo comunque dal permesso dei genitori, al permesso della famiglia, fino al permesso del datore di lavoro che non scaturiva dall’affetto come i due precedenti, ma dalla necessità di farti sentire debitore, di doverti fare sentire il peso di appartenere a qualcuno.

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“Dio Benedica gli Stati Uniti d’Italia”

Carissimi

Datemi un dollaro, scusate il lapsus, datemi un euro.

Ecco voi pensate, dopo esser diventati anche voi “cinture nere di serie televisive americane” che da questo momento posso assumere ufficialmente la vostra difesa.

Purtroppo no, siete e siamo indifendibili, l’euro mi serve per darlo all’eroico rider che mi ha portato la pizza a casa, sotto l’acqua e in una serata tanto fredda.

Ma voi mi direte: “perché questa ulteriore generosità visto che il servizio è già compreso del “compenso” per chi vi porta a casa i pasti d’asporto?

Vi rispondo, perché non ho due euro a portata di mano, diversamente ne darei due, perché il riders non è il solito ragazzino, ma è un po’ “spuntuliddru” non perché è cresciuto, ma perché è un padre di famiglia che di questi tempi ha perso il posto di lavoro.

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“Che succede lì fuori?”

Carissimi,

Che succede lì fuori? Inizio a sospettare che ciò che mi raccontate non sempre sia la verità.

A breve farà un anno che siamo sottocoperta e non si hanno notizie certe di cosa succederà a breve.

Ho scherzato spesso in questo anno nel mio blog personale sulle analogie che legano questa nostra condizione agli arresti domiciliari e nell’ironizzare su ciò sono stato realmente “scorretto”, mai nulla potrà essere paragonata alla perdita di libertà per una detenzione, ma a maggior ragione, questa anomala condizione a noi qualcosa rode.

Vedere i festeggiamenti di folle in Cina a Wuhan, senza necessariamente essere “il nemico numero uno di turno degli odiatori del web” (Salvini), non dico che mi rode, ma mi fa notevolmente incazzare, come quando vi tagliano la strada mandandovi a sbattere, senza farsi nulla e vi chiedono scusa.

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“Lettera a Babbo Natale Caduta dal Sacco”

“Carissimo Babbo Natale

Non fare finta di non conoscermi, io sono un bambino.

E sono un bambino anche un po’ seccato nei tuoi confronti perché ogni anno finisco per essere dimenticato da te ad ora dei regali.

Capisco che non nasco allo ZEN e non nasco neanche in Via Libertà e quindi non ci saranno né organizzazioni che vogliono pulirsi la coscienza né famiglie che stanno bene dietro te a finanziarti i miei regali, io sono figlio di un operaio disoccupato e di una impiegata a tempo parziale (non chiedermi che significa, ricordati che ho sempre dieci anni).

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“Zio Felice e la scatola di latta”

Carissimi,

Non posso pensare al Natale, senza pensare a Zio Felice.

Felice di nome perché nei miei ricordi di bambino, Zio Felice era sempre “ncazzatu”, benché nei miei confronti godesse di una sorta di predilezione data al più piccolo dei nipoti che lo aveva per empatia scelto come zio di riferimento soprattutto nelle festività natalizie, in quel periodo che si apriva con la notte del 24 dicembre e si chiudeva il 6 gennaio, dopo un lungo periodo di visite ricambiate, di tavolate luculliane e di giocate a tombola o al mercante in ferie, dove per rispetto gli veniva dato il compito di “tirare i numeri” o estrarre le carte.

Lo Zio Felice era quello che oggi non potremmo definire “un congiunto”, poiché zio acquisito, avendo sposato una cugina dei miei genitori, ma molto vicina alla famiglia.

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“Il Destino di una Goccia”

Carissimi

“Se lei non mi fa parlare……. Io l’ho fatta parlare!”

“Per essere è bella, ma chi l’ha fatta questa cosa? Certamente il sindaco di prima.”

Lo so va di male in peggio e come direbbe il poeta “tira a campare, non cambierà!”

Sono stato da sempre un “medico” che ho deciso di rimanere a fare il “missionario tra la mia gente” e che il migliore dei complimenti che ho ricevuto è stato: “ma uno come te che ci stai a fare ancora qua?

Che ci sto a fare qua? Ci sono nato e vorrei esser da sempre determinante per la mia terra, la mia gente. Ho studiato non perché mi interessasse mettere un titolo davanti al mio nome, per essere importante, testimonianza ne è che per scrivere neanche lo uso il titolo, a lavoro neanche lo uso il titolo e chi mi vuole fare prio mi chiama “architetto”, al limite “dottore”. Quel titolo che mi porto dentro di me ancor prima di averlo acquisito, me lo porto fin da bambino quando non avevo dubbi sui miei sogni.

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