Archivio per la categoria: Epruno – Il meglio della vita (ilsicilia.it)

In Cerca d’Autore

Carissimi,
Ai giorni d’oggi è più frequente il sentire, “in cerca di editori” visto che la stragrande maggioranza dei nostri conoscenti pubblica libri, buona parte pagando per pubblicarli, perché con tutte queste diavolerie informatiche e dopo esserci alfabetizzati in tal senso, convinti dei consensi “like” dei nostri social, siamo tutti interessanti agli occhi altrui e siamo tutti scrittori (sempre nella nostra convinzione), poco importa se tra i nostri contatti ci sia “Padre Pio”, un “cane di caccia” o una bella “auto di serie”, per sì e per non si dà “l’amicizia a tutti” ma di contro si è soli perché neanche il nostro portinaio vi saluta, sempre che nel frattempo non lo avete sostituito con un videocitofono.

Vi assicuro, gli editori ci sono, sono i personaggi che mancano.

Ho passato una vita nel valorizzare persone “insignificanti” nel vero senso della parola e senza offese per nessuno, ma perché riconoscevo che in fondo, in fondo c’era in loro una peculiarità da evidenziare, da esaltare a tal punto da tirare fuori un personaggio che avesse una storia da raccontare.

Ho preso gente che si confondeva negli uffici con la carta da parati tanto era anonima e mimetizzata e ho dato loro una ribalta, quanto meno nella mia vita, ma oggi credetemi, con questa falsa socialità è rimasto ben poco, perché i social hanno il difetto di mettere in piazza tutto quello che siamo, tutto quello che vorremmo essere, o i nostri difetti, per cui anche i cretini vogliono avere una opinione e dopo che hanno aperto la bocca è troppo tardi, non si può fare più niente, il danno è fatto. Leggi il resto dell’ articolo »

L’Indivia e l’Invidia?

Carissimi,
Mi meraviglio nel constatare come oggi siamo diventati tutti esperti di maree.

Ma del resto se è vero che non siamo paese serio e pur vero che siamo il paese dell’inventiva e dei sotterfugi, per cui ci basta guardare un notiziario, vedere qualche foto, sentire qualche discorso ed ecco che oggi diventiamo esperti della qualunque e parliamo, rilasciamo giudizi gratuiti senza conoscere i fatti.

Quel che mi rode e che nel farlo parliamo male degli altri o del loro impegno, perché abbiamo tempo da perdere o perché abbiamo interesse a fare da delatori, o ancor peggio, perché proviamo invidia per costoro non essendo riusciti a realizzarci e la nostra bocca nel frattempo si riempie di quel sapore amarostico come dopo aver masticato dell’indivia.

Io penso che uno dei peggiori difetti che possa presentarsi in un essere umano è l’invidia, quella cosa che porta ad odiare un altro essere umano a volte senza neanche conoscerlo e senza che questi ti abbia mai fatto del male. Provare invidia per qualcuno vuol dire essere seriamente ammalati, soffrire di turbe mentali, covare rabbia, insoddisfazione, insicurezza e proiettare sul prossimo tutti i nostri insuccessi volendo trovare in noi delle giustificazioni.

Crediamo spesso di conoscere il nostro prossimo, sapere tutto di chi ci sta al fianco eppure paradossalmente non sappiamo nulla di chi esso sia, di quali siano i suoi problemi, di come egli sia giunto dove è giunto.

Crediamo spesso che qualunque sorgente luminosa sia frutto di luce propria e di contro non siamo minimamente coscienti di quanta energia abbia avuto bisogno una luce per splendere e di quante difficoltà questa luce abbia dovuto affrontare per poter arrivare a splendere.

Quante volte abbiamo utilizzato l’alibi della fortuna per motivare i successi altrui e i nostri insuccessi?

Non nascondo che ci sia da sempre stato chi ha utilizzato delle scorciatoie, chi abbia approfittato di circostanze e tradimenti per poter ottenere i giusti scranni, ma il più delle volte i risultati raggiunti sono stati soltanto frutto del proprio lavoro, della propria tenacia, della capacità di poter credere in sé stessi, di poter cadere e poi rialzarsi.

La vita va interpretata come una gara atletica di 100m. dove ognuno ha assegnato la propria corsia e dall’istante successivo al via dato dallo starter, deve iniziare a correre il più forte possibile fino al traguardo, senza distrazioni, senza voltarsi a guardare gli altri nelle loro corsie poiché anche la minima distrazione data dal girare gli occhi ad osservare gli altri potrebbe causare la perdita di frazioni di secondo che finirebbero per risultare importanti nell’ottenimento della migliore prestazione.

L’atletica leggere è una bella parafrasi della vita poiché ci si mette in competizione giornalmente con sé stessi, allenandosi a raggiungere la propria migliore prestazione superando il proprio limite.

Il campione che vince una qualunque gara che non da titoli e non migliora il suo record personale spesso è insoddisfatto come chi ha fatto il compitino di routine, di contro il campione che giunge secondo avendo migliorato la sua migliore prestazione è soddisfatto del risultato ottenuto, poiché ha dato il meglio e sa che da quel momento ha uno stimolo in più per migliorarsi, battere il primo (non stare a rosicchiarsi le unghie nell’invidia per chi è giunto primo).

Oggi il cancro fondante di certe realtà è la mediocrità presente nelle camere di comando, poiché la vera rivoluzione sarebbe quella di mettere le persone giuste nei posti di comando giusti.

Quante volte negli ambienti di lavoro si è frutto di delazioni o calunnie infondate da parte di chi per invidia ha sfruttato la vicinanza al potere temporale per danneggiare voi e sopravanzarvi?

Ma ciò non genera meritocrazia, ma alimenta la mediocrità, falsando il gioco con dadi truccati e questo è la colpa principale di una leadership non all’altezza del compito.

Ricordate ognuno è ciò di cui si circonda, se ci si circonda del nulla e se si dà spazio al nulla è perché per primi non si crede nel nostro valore e tutto questo credetemi non potrà durare, si ci vorrà ancora del tempo, ma questo “giorno della marmotta finirà”.

Un abbraccio, Epruno.

Sembra Facile?

A volte sentire parlare la massa ti mette nelle condizioni di dover contare fino ad un milione per non esplodere in violente risposte davanti a palesi affermazioni ipocrite o davanti alle omissioni.

Pensiamo sempre che i nostri comportamenti si auto moralizzano in automatico sol perché facciamo passare del tempo e tutto ciò purtroppo è umano, basta pensare alle nefandezze, le ruberie e i delitti e perché no, le guerre che hanno fatto diventare i prepotenti, nobiltà per diritto divino.

Col passare del tempo tutti dimenticano e non potendo fare cadere le colpe dei padri sui figli, tutto è sanato e quello che è più grave, tutto ciò diventa regolare, vi basti pensare all’invenzione di principi quali “l’usucapione”. La “roba”, sempre quella è la tentazione delle tentazioni!

A volte, per non vedere e per non sentire, vorrei essere come Schopenhauer e rifugiarmi deluso nell’affetto per gli animali, ma purtroppo non ho animali domestici, ma come molti di voi vivo in mezzo agli “animali d’abitudine”, in società, in quelle giungle che spesso si chiamano comunità.

La vita di per sé sarebbe una cosa semplice se tutti noi corressimo la nostra gara nella nostra corsia senza necessariamente sconfinare in quella degli altri per danneggiarli.

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Mi Dedicheranno mai Qualcosa?

Carissimi,
Arrivano quelli che noi chiamiamo “i morti” e i pensieri oltre che per i nostri defunti saranno certamente dedicati anche a quella che tra cento anni dovrà essere la nostra morte e allora in maniera mesta mi chiedo?

Mi daranno una grande sepoltura o mi seppelliranno al Panteon di Palermo come le persone importanti?

No, non potrà essere perché io mi farò cremare e spargeranno le mie ceneri al vento per evitare che la gente possa giocare con le mie ossa o mi possa appendere come nel cimitero dei cappuccini a deperirmi negli anni.

Mi faranno un mausoleo? E chi lo sa, potrebbe essere, dipende chi sarà il sindaco in quel momento. Certo parlare di morte porta fortuna, anche alla vigilia di Halloween e penso che il borgomastro attuale sarebbe contento se con la fascia tricolore tra cento anni potesse dedicarmi un mausoleo, ma il problema non sarebbe quello di giungerci tra cento anni, ma quello di trovare uno spazio non dedicato già a qualcuno.

Di contro vorrei parlare con il mio amico Michelangelo e chiedergli: “come si fa a scegliere quale strada ti debbono intitolare? Soprattutto come si fa a scegliere il tipo di strada e la grandezza?”

Mi dedicheranno cosa? Un viale, un largo, una piazza, un vicolo?

Vediamo come suona.

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Cosa vi sta Capitando?

Carissimi,
Guardate che io vi tengo d’occhio mentre cammino con la mia motocicletta, mentre discutete tra di voi o solamente quando trovate un momento di attenzione tra più persone fisiche (sempre più raro) e lo vedo che c’è qualcosa che non mi “confinfera”.
Abbiamo parlato di “città dei like”, ma abbiamo parlato tantissimo dei social, ma questa volta vorrei parlare degli “Asocial”!
“L’Asocial” è chi di voi ha lasciato i canoni comuni per convertirsi anima e corpo all’iphone. Ha lasciato il mondo dei contatti reali per isolarsi fisicamente e gettarsi in un mondo virtuale affollato in tempo reale da “contatti”.
Sono lontano i tempi dei “pronto mamma” della mitica Franca Valeri, eppure all’epoca ridevamo nel pensare a questa persona “schiffarata” che si faceva compagnia con lunghissime telefonata alla mamma, adesso siamo noi in apparenza “indaffaratissimi” ad esser costantemente collegati al telefonino, in ogni istante reperibili e in qualunque nostra funzione.
“Indaffaratissimi”? Il pil di questa terra dovrebbe in apparenza toccare valori stratosferici a giudicare la vostra necessità di essere sempre connessi, dalle scale di casa, in auto, attraversando le strade, in ufficio alternando una sigaretta nella zona consentita ai fumatori (se ne esistono ancora) e una risposta ad una telefonata.
Quanti nuovi capitani d’azienda.
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Lavori “like”

Carissimi,
Sono sempre affascinato dalle discussioni che nascono quando il tema riguarda la trasformazione della propria città. Molto spesso si cade nella trappola di far diventare politica tutto quanto accade attorno a noi svilendo del significato la parola “politica” e mortificando di contro tutto ciò che è il percorso e l’autonomia della società civile. La politica è oggi altamente divisiva, il “sistema città” di contro è un ideale società che mette insieme risorse mentali di qualunque colore spinte alla ricerca di un minimo comune multiplo che caratterizzi un territorio, un modo di essere, una identità.

La continua ricerca di lavorare seguendo le mode appresso a chi può aumentare i nostri consensi finisce per snaturare tradizioni e contesti sociali che non devono necessariamente esser sacrificate ad una ricerca di ottusa modernità o soltanto ad un consenso nella lettura politica contingente del mondo.

Diciamolo, questo decennio che si andrà a chiudere a breve è stato l’inutile decennio dei “like”, quel distratto consenso che ha illuso tantissima gente che spara cazzate che ha costruito illusioni e gruppi di inascoltati disadattati autocompiaciuti, ma che rimane fondamentalmente lontano dalla realtà.

Come si fa a spostare un dibattito su temi di ragionevole discussione e poi affidarsi ai “like”?

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La Gang dei Materassi

Carissimi,
Loro devono essere. Ormai ne ho le prove e dire che vorrebbero dare la colpa alla cittadinanza e a chi la pulisce.

Questa è una città che sta cambiando giorno dopo giorno, un luogo dove finalmente gli abitanti possono dare sfogo alla propria creatività, un agglomerato dove la parola “regole” è accettata soltanto se “utilizzata nel concetto di interpretazione artistica con iscrizione dei principi basilari che compongono le argomentazioni alternative”. Cioè? “Farisi i cazzi propri”.

Ci sono stati in passato artisti venuti da varie parti del mondo a reinterpretare lo spazio e i ruderi a volte ancora presenti dalle vicende belliche, fior fiore di urbanisti hanno reinterpretato la lettura di opere collettive o la nascita di nuove zone periferiche inventando modi di dire e acronimi che oggi hanno contribuito ad alimentare la fama e la visione di questa città dell’accoglienza che una volta fu solo dell’ospitalità.

Eppure tutto ciò passa in secondo piano rispetto alla genialità di un “popolo” che da solo “muta per rimanere sempre lo stesso”, dicevano i letterati e cioè il “cittadino palermitano”, colui che è in continua sfida con una amministrazione che ogni giorno a causa del recupero del ritardo infrastrutturale vede cambiare la città in continuazione e ne deve interpretare i canoni di fruizione.

A Palermo, non si vendono più piantine della città, diciamolo francamente, perché non sai se giorno dopo giorno questa continui a rimanere aggiornata, un giorno una strada è aperta e il giorno dopo trovi un muro anche se alzato momentaneamente per consentire cantieri di lavoro. Percorri la strada in un senso e il giorno dopo te la ritrovi in doppio senso o in senso inverso, i vigili urbani si sono dichiarati “prigionieri politici” e usano la paletta per difendersi più che per segnalare. Leggi il resto dell’ articolo »

Il Giusto Peso

Carissimi,

Si lavora per vivere o si vive per lavorare? Quante volte ve lo avrò chiesto? Questo è uno dei miei tantra che mi porto appresso da anni in special modo da quando personalmente ho compreso che non avrei fatto sempre il lavoro dei miei sogni, poiché ogni qualvolta mi confronto con quella che è la mia professione legata ai titoli per i quali ho studiato, ho sempre esercitato con piacere e allora la distinzione tra lavorare e vivere non mi è mai pesata.

La vita è di certo una accozzaglia di adempimenti che si esaurisce in sintesi tra due atti sessuali quello naturale del concepimento e quello innaturale della morte, ma tra tutti questi adempimenti, atteso che questi sono frutto delle latitudini geografiche dove a sorte nasciamo, dobbiamo necessariamente operare con discrezione e soprattutto stabilendo delle chiare “priorità” per non rimanere schiacciato dal peso degli accadimenti.

Bisogna quindi dare a tutto il “giusto peso”.

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L’Urbanista e il Ghostwriter

Carissimi,
Sono cinquantanni che percorro le stesse strade nella stessa città e quello che da sempre mi salta in mente è la piena considerazione che non sono i fabbricati a cambiare in un contesto che ormai è stabile da quando venne fatto lo sventramento della via Roma ma è la gente che cambia e cambia soprattutto il loro modo di vivere.

Ricordo che da giovane laureato e da Ghostwriter di qualche politico scrissi un discorso per un consigliere comunale sul tema del centro storico, che rappresentava la piaga dell’epoca e che risentiva ancora delle ferite della seconda guerra mondiale seppur fossero passati quasi quarantanni dalla sua fine e viveva dell’abbandono dei suoi abitanti ormai “deportati” verso le zone di espansione periferica.

Bisognava riempire di contenuti un consiglio comunale, non perché fosse vacuo, tutt’altro, ma perché a fronte di grosse personalità presenti c’erano anche modesti consiglieri che magari non avevano il titolo di studio ma avevano tanta voglia di fare e soprattutto di non sfigurare.

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Al vincitore i giri

Carissimi,

Non ho mai creduto e soprattutto accettato i regolamenti che davano tutto il potere ad una sola persona, neanche quando da bambino giocando per strada davamo tutta questa importanza a chi portava il pallone, dando lui la possibilità di decidere chi giocava e in quale delle due squadre.
Se ci pensate, costui era sempre il più scarso e il più benestante e giocava soltanto perché era lui il padrone del pallone, ma il suo potere finiva d’incanto quando il suo pallone veniva sequestrato e tagliato dal “cattivo negoziante” stanco di vedere rimbalzare il “Super Santos” sulla sua vetrina o sulla sua macchina posteggiata in strada.
Allo stesso tempo non sopporto più le cattive leggi che negli anni partendo dai comuni e dalle regioni, dietro la falsa illusione di facilitare la governabilità, mortificano la partecipazione (in realtà molto bassa) facendo sì che chi conquista un voto in più, anche dopo un ballottaggio, diventa il padrone indiscusso del vapore per un certo numero di anni.
Ma quale necessità abbiamo di avere un unico uomo sovrano indiscusso a capo di una baracca per garantire la governabilità? Ma la governabilità di cosa? Fossimo un’azienda privata avremmo fatturati da conseguire e dividendi da spartire, ma in una collettività e poi con percentuali così basse di votanti, perché dovremmo dare i poteri ad un’unica persona che con percentuali basse lontane da maggioranze assolute o qualificate decide, a volte con arroganza, le sorti di una maggioranza schiacciante rispetto la sua (gli altri) che spesso finisce per rimanere fuori da qualunque coinvolgimento della vita sociale?
Troppo comodo il poter dire “peggio per loro”. La mia mente non permette che si possa lasciare indietro nessuno che si possa governare per i più attenti o i più plaudenti. Leggi il resto dell’ articolo »