Ho Rivalutato la Dea Eupalla

Carissimi
Mi conoscete ormai per il modo libero con il quale espongo ironicamente ciò che seriamente penso.
Questa settimana i miei contatti sui social mi hanno visto molto partecipe delle vicende legate alla sorte della squadra di calcio della mia città dando l’impressione più di essere un contradaiolo che un pacifico e tranquillo ingegnere che periodicamente si passa il tempo.

Si è vero, non ci posso fare nulla, dove c’è una disputa io devo necessariamente prendere posizione, ma essendo cresciuto avendo visto giocare Gianni Rivera (seppur attraverso una TV in B/N) non potevo non aver timore a contestare lo status quo quando questo palesemente genera ingiustizia e angherie.

Questa settimana attraverso la vicenda del Palermo ho scoperto una cosa interessantissima. Da sempre affermiamo che il mondo del calcio rispecchia i mali della società e giustifichiamo le cose che in esso accadono come specchio di quanto giornalmente si verifica negli ambienti di vita dai quali provengono gli stessi utenti dello stadio.

Ciò è ormai assodato e non fa una grinza, ma mentre tentavo di scrivere o di rispondere a commenti pubblicati, a poco a poco mi sono reso conto che queste parole finivano per esser stereotipate, questi pensieri finivano per esser tutti gli stessi anche tra persone che pur non avendo alcun contatto diretto finivano per leggersi in commenti altrui.

Un’altra cosa che certamente mi ha meravigliato era la padronanza nell’uso intercalante di termini inglesi quali “closing”, “Advisor”, “information”, “incoming”, “team-Management”, “slide”, “governance”, “holding”, “asset” e tanti altri ancora nelle discussioni tra soggetti che seppur degni della mia simpatia e affetto, (vi posso assicurare conoscendoli da tempo) i più intellettuali avevano per inerzia raggiunto il diploma di terza media una volta diventati maggiorenni, avendo ripetuto tre volte ogni classe delle secondarie obbligatorie e in più come lingua stranierà parlavano appena l’italiano con qualche difficoltà.

Eppure, il calcio aveva fatto questo miracolo. Ma credetemi, quello che è risultato straordinario è stato il sentire parlare chiunque con piena comprensione, di “conflitto d’interesse”. Eminenti politici di sinistra si sono battuti negli anni per spiegare agli Italiani che cosa significasse “conflitto d’interesse” identificando i ruoli contemporanei ricoperti dallo Zio Silvio, cercando di fare capire la paura che una posizione di potere interessata inserita all’interno del gruppo di garanzia, poteva creare delle situazioni d’ingiustizia mettendo nelle condizioni l’uomo di potere di trovarsi in alcune vicende nel ruolo di “controllore e controllato”, ma ricorderete che alla gente (come si dice a Roma) “non poté fregà de meno” tanto che più si parlava di questa anomalia, più crescevano i consensi per il Cavaliere.

Oggi per miracolo anche il posteggiatore “regolarmente abusivo e con la manifesta benevolenza dell’amministrazione” mi chiedeva l’altra mattina: “Dottore lei che ne pensa di questo conflitto d’interesse nel Consiglio Federale di Lega di Serie B? Certo un po’ di cornuti ci devono essere, come si fa ad essere giudicati dal presidente della stessa squadra che se il Palermo va in C, fa i playoff?”.

L’omino era avvilito per tanta ingiustizia (dal suo punto di vista), ma aveva toccato con mano (ritenendosi vittima) il significato e il danno arrecato da un “conflitto d’interesse”, per lui che fino a quel momento “l’interesse” alla parola “conflitto” era da sempre legata al concetto di “conflitto a fuoco”, di “mettere mano al ferro” o di doversela dare a gambe per “salvamento di vita”.

Eh sì, non vi nascondo la pelle d’oca che mi venne quando il fugace colloquio toccò l’apoteosi all’affermazione del posteggiatore: “È che dovessimo fare tutti una class- action!

Perdonatemi, non mi sono potuto tenere ma a quel punto mi venne spontaneo affermare con tutti i sentimenti l’espressione universale, generica, palermitana a mò di meraviglia: “Minchia!”

Avevo capito tutto, proprio mentre attorno “al cadavere” (la squadra) si “arricampavano” costernati i vips ed i politici di ogni razza, quelli per intendere che non intervengono preliminarmente per aiutarti a far sì che certe cose non avvengano, ma giungono nell’istante in cui non c’è più niente da fare se non raccogliere visibilità personale.

Avevo capito che non avrei dovuto più dispiacermi per ciò che inevitabilmente sarebbe accaduto (perché già deciso) ma al contrario avrei dovuto gioire del fatto che ribaltando la comunicazione, da oggi attraverso questo “pallone marcio”, si sarebbe potuto spiegare a tutti, anche al più ignorante, il senso civico, cosa significa giustizia e cosa significa fare le cose con serietà e allora nulla ancora per questa nostra società civile era perso.

Un abbraccio, Epruno

Una Mattina Diversa

Carissimi
erano quasi le ore 20.00 quando al mio congestionato telefonino mi giunse una telefonata da un numero al quale non potevo non rispondere.
La voce era quella del segretario particolare del segretario del grande capo. Premesso che lavorando per la pubblica amministrazione il grande capo dura mediamente cinque anni, riconfermabili per altri cinque, ma il segretario del segretario finisci per conoscerlo perché mediamente è un collega che conosci magari da anni e che è finito per rientrare nel cerchio magico di chi governa ed anche se non hai alcuna aderenza politica, attraverso lui puoi far giungere le tue istanze in alto.

Costui a telefono mi dice: “guarda che la riunione prevista domani per le 10.00 al ‘palazzo x’ è stata anticipata per concomitanti impegni del capo a ‘palazzo y’ alle 8.30”. La mia risposta fu quella più spontanea, ricordati che io non ho auto d’ufficio a disposizione e mi muovo con il mio scooter e arrivare fin lì, non sarà semplice.

La sua risposta fu tra il divertito e il rassicurante: “Non ti preoccupare, domani è la giornata per l’abolizione delle auto blu e il capo ha disposto che tutti, lui compreso, senza eccezioni, si vada a lavoro con mezzi propri”.

Mi avessero detto che quest’anno straordinariamente ci fossero stati due feste di Natale, penso che sarei stato meno contento, finalmente chi era preposto a creare tutti i provvedimenti per il traffico, chi doveva curare le manutenzioni delle strade, per una volta almeno avrebbe constatato personalmente ciò di cui noi scuteristi e “pedonisti” ci lamentavamo da anni.

Pazienza, misi la sveglia alle 5.30 ma alle 8.30 ero presente nella sala riunione, con il bel tavolo di rappresentanza di “palazzo y”. Giunto lì, un usciere in divisa impeccabile mi accolse e mi disse: “Dott. Se vuole entrare è il primo, ancora non è arrivato nessuno”.

Entrai, mi sedetti e attesi. Dopo mezz’ora l’usciere imbarazzato mi disse: “strano, ci sarà traffico, magari una manifestazione …” Io nell’ascoltare ciò “tistiavo” e sorridevo sotto i baffi che non ho e nel frattempo passò anche un’altra mezzora. Era passato un’ora e mezza quando giunse il dirigente capo dell’ufficio intelligenze artificiose tutto sudato che faceva come un pazzo e mi disse: “ho dovuto fare il periplo della città perché non potevo utilizzare il pass per le corsie preferenziali e le zone ztl e ho dovuto lasciare la macchina dove perse le scarpe il signore” e io “tistiavo”.

Del capo e del suo staff ancora nessuna notizia, ma dopo un quarto d’ora giunse il dirigente capo dell’ufficio complicazioni affari semplici che nello scusarsi disse: “ho dovuto prendere tre mezzi pubblici, ma purtroppo da dove abito io la metro è lontana e poi fa una corsa ogni ora, il tram è lontano, l’autobus più vicino passa una volta ogni morte di Papa” e si sedette e io “tistiavo”.

Passò un altro quarto d’ora e percepii il brusio degli uscieri che a voce bassa sorridevano raccontandosi la notizia che il dirigente commissario per i provvedimenti straordinari del traffico era in stato di fermo, dopo aver tentato di superare con la sua auto un varco nella “zona proibita” all’urlo di “Lei non sa chi sono io” e io “tistiavo”.

Alle ore 12.00 seguito dal solito codazzo arrivo il grande capo, tutto sudato, pantaloni strappati, una fascia al collo che reggeva il braccio sinistro ingessato o inserito in un tutore che andava urlando “voglio sapere chi è il responsabile, mi sono permesso di prendere la moto per venire in questa riunione e dopo aver evitato tante buche, giunto nella via Roma, la mia ruota di davanti si è inserita in una sorta di canalone subdolo presente nell’asfalto facendomi perdere l’equilibrio e cadere” per un attimo incrocio il mio sguardo e “tistianno” dissi “ahhhhhhh”!

Peccato che la sveglia che suonava mi ricordò di alzarmi e fare presto perché alle 10.00 avevo una riunione del comitato per discutere quali problemi inventarci in base alle soluzioni che avevamo, come sempre era stato un sogno.

Un abbraccio, Epruno

Avido d’informazioni non faziose

Carissimi,

il 3 Maggio si è celebrata la giornata mondiale della “libertà di stampa”. Grande diritto, grande conquista che in un mondo “democratico” dovrebbe sembrare una cosa scontata e invece… Vediamo spesso come il tradizionale mestiere del giornalismo viene spesso soppiantato da quello “dell’opinionista presenzialista” in TV e sui media snaturando di fatto quello della professione basata sulle mitiche “5 W”, del giornalista che va a caccia della notizia e la espone, ma non la commenta, non dà la sua opinione, lasciando agli altri il compito di farsi una opinione su quanto da lui descritto sulla base del “chi, come, dove, quando e perché” (le 5 W in inglese), ma non è previsto un “che ne penso”, perché questo già sarebbe un altro mestiere.

Oggi si rischia di far passare la notizia in secondo piano, addirittura costruendola ad arte con “fake” (falsi) poiché diventa più importante il commentare e il veicolare l’opinione che l’attendibilità della fonte.

C’è chi è convinto che quanto sopra sia conseguenza della conquista democratica dei social, dove chiunque può dire la propria senza intermediazione, tanto che è sempre più frequente la possibilità di avere notizie non soltanto dai giornalisti o dagli addetti stampa, ma direttamente dai soggetti interessati attraverso l’immediatezza della pubblicazione di un Twitter.

Ma ciò non mi convince pienamente, penso che anche qui dobbiamo stare attenti a chi governa e gestisce i social, agli amministratori delle reti, visto che la casualità e la proposizione di attenzioni da parte di un contatto o di un altro non mi sembra soltanto frutto di un algoritmo matematico.
Chi scegli le notizie? Provate a guardare più notiziari, con linee editoriali diverse e se ne siete capaci, provate ad inserire qualche notiziario straniero a confronto.

Può essere mai che in Italia arrivino solo migranti, stuprino le donne, si seguano le vicende giudiziarie degli efferati delitti per anni e soprattutto ci si chieda quando litigheranno “Gigino e Gigetto”? Non accade nulla di altro? Ma siamo veramente un paese perso? Noi che ci reputiamo figli della globalità, ad esempio, quanto spazio dedichiamo all’informazione estera, la politica estera che non sia soltanto la critica giornaliera a Bruxelles che ci bacchetta sovente per la nostra vita da cicale?

In più, non ci sono cose belle o notizie che accadono senza che la politica abbia la sua influenza in ciò? I notiziari oltre che a rendere noti i vari paesi per esser stati sede di delitti e nefandezze ci aiuta a farci reciprocamente conoscere presentando le cose belle del nostro territorio e la brava gente che porta avanti le loro tradizioni? Aiutano a far conoscere ed accettare le reciproche differenze che esistono tra di noi, in una nazione più lunga che larga.

Provate a guardare un notiziario straniero, anche europeo, non vi dico che pure i nostri dovrebbero fare i servizi sul premio per il balcone più fiorito (anche se personalmente non mi dispiacerebbe), ma guardate quanto spazio viene dedicato alla cronaca nera che se paragonato ai nostri, ne verrebbe fuori un paese in pieno far west di metà ottocento. Ma anche la scelta dei personaggi su cui porre l’attenzione, provate a trovare un notiziario straniero dove i magistrati, non appena giunti su una scena del crimine (insieme agli avvocati) diventano star televisive rilasciando interviste.

No, continuo ancora a dire, non siamo un Paese serio, siamo di contro sempre stati un paese dove ognuno fa il mestiere che non gli compete.
Certo non soltanto ognuno dovrebbe fare almeno il proprio mestiere ma poi sarebbe auspicabile che lo facesse bene.

Nessuno dovrebbe utilizzare il proprio titolo, la propria professione, il proprio ruolo per avvantaggiare, indirizzare o favorire qualcuno. Quando chi fa informazione non riesce a mettere da parte per un momento il suo orientamento politico, religioso o sessuale, non fa un buon servizio alla verità che dovrebbe stare sempre alla base dell’informazione ma diventando fazioso e alla lunga poco credibile, si allontana per sempre da quelle “5 W” care finanche a Clarke Gable e Doris Day nel mitico film “10 in Amore”.

Un abbraccio, Epruno

Tutta colpa di Vitruvio

Carissimi,

nella mia agognata ricerca di “normalità” come unico parametro “dell’essere bene” in questa società, mi sono cercato il posto dove fuggire per ritrovare tale serenità visto che qui si continua a fare discorsi persi, a vendere la Fontana di Trevi al Peciocavallo di turno e soprattutto a vendere una realtà che non esiste e promettere un fantastico e meraviglioso futuro, invitandomi nel frattempo a passeggiare tra le nuove “taverne”.

Si, l’alcol potrebbe essere al pari della realtà virtuale una via di fuga, ma io non voglio fuggire dalla realtà, voglio fuggire direttamente dai luoghi, una volta resomi conto che per il tempo che mi rimarrà da vivere staremo qui a fare chiacchiere con il “piazzista di turno”, staremo qui a gridarci “se lei mi fa parlare continuo il concetto”, ma rimarremo lontani dalle soluzioni che ci potrebbero garantire una semplice “normalità”.

E dire che di scienziati ce ne sono, “basta guardare i loro curricula e le loro lauree per corrispondenza” e che dire delle generazioni pronte in batteria, figli dei figli ma come direbbe Epruno nel suo postulato: “dietro un figlio testa di c… c’è un padre testa di c…”.

Allora nell’attesa di ritornare a casa e riportare il mio “sangue normanno” nei luoghi d’origine, dove riposare per sempre, quando posso viaggio e mi guardo intorno poiché non ho mai avuto il complesso del “cato”, quello stagno dove crogiolarmi e dire e tutto sotto controllo perché è mio.

Però mi posso incacchiare se leggo in un menu di una catena internazionale pizza mafia? No, se poi organizzo tour e visite guidate in casa mia per i turisti internazionali sui “luoghi della mafia”. Ho reverenza e pudore nel pronunciare invano i nomi degli Eroi, i veri Dottori, coloro che con il sacrificio di sé stessi per perseguire giustizia e di conseguenza quella “normalità” di cui parlavo, mi hanno lasciato nel cuore forti emozioni e grandi insegnamenti.

Io non posso aspettare, mi dispiace e non solo ho il dovere di ambire alla “normalità” ma nelle more di conoscerla, lì, dove la gente fa meno chiacchiere ed è più comunità.

Lo so, mi farò del male, sapendo già della sofferenza personale nel momento in cui ritornerò e mi chiederò perché?

Non mi devo chiedere perché fuori lo spazzino pulisce tutte le strade, un esempio di normalità e qui c’è sempre una “marziana scusante” per cui ciò non può avvenire.

Non mi devo chiedere perché fuori ho una metropolitana e servizi di superficie (treni, tram, autobus, taxi, battelli …idrovolanti) che mi portano da qualunque parte, in qualunque momento e in poco tempo, perché è normale, mentre qui ciò non può avvenire con l’ennesima “scusante marziana”.

Non mi devo chiedere perché lì le auto possano arrivare dove vogliono, trovando parcheggio a pagamento e le isole pedonali sono “isole attrezzate” e qui ho un bollo di circolazione, un pass per attraversare e pass per posteggiare in zone blu e l’unica cosa che hanno in comune con “lì fuori” è il pagamento.

Mi sono ridotto a fotografare questi episodi di “normalità” più che i monumenti e le bellezze panoramiche, poiché per me oggi è questo che mi meraviglia e voglio testimoniare per raccontarlo.

Di contro ormai (questo forse è l’unico neo delle metropoli), provo da esteta e cultore del bello un certo “sussulto” nel vedere rovinate quelle belle viste da fotografia paesaggistica o monumentale, dalla tarchiata e sformata e a volte anche brutta famigliola che viene “dal buco del mondo”. Si anche questo fa parte della maledizione di Steve Jobs che ha dotato il mondo intero di iPhone che permette a tutti di posare togliendo la visuale agli altri davanti a qualcosa che neanche loro sanno cosa cavolo sia, che storia abbia, ma che sarà importante immortalare affinché tornando a casa possa dirsi: “non so che ca… fosse, so soltanto che c’era tantissima gente e pure noi”.

E così tanta bellezza, tanta ricerca delle proporzioni vitruviane finirà mortificata e dimenticata, insieme all’omone con i baffi scuri, il chador o la pelle gialla dell’orientale, nella sua SIM card battezzata: “Viaggio in Europa in sette giorni”.

Un abbraccio, Epruno

Perchè Nemo Profeta in Patria? Per la vecchia e malsana invidia

Carissimi
Perché “Nemo” profeta in patria? Per invidia, soltanto la vecchia e malsana invidia, ciò che porta la gente ad ostacolare e fare del male a chi ha qualcosa che loro vorrebbero avere e non hanno, o per volere stoppare sul nascere qualunque germoglio che potrebbe finire per essere incontrollato.
Ogni qualvolta l’uomo si costituisce in circoli, piccole comunità, congregazioni, associazioni e genera cariche elettive, fomenta ancor prima delle aspettative, le invidie.

Io ho già iniziato progressivamente a dismettere le partecipazioni nel mio tempo libero a quelle organizzazioni che si definivano “d’impegno”, perché “ho già dato” e adesso lascio lo spazio per chi venendo dopo vuole costruirsi il suo “personaggio”.
Dietro ad aspetti caratteriali ho finito per riguadagnare la naturale libertà di azione e di pensiero, scoprendo come sia più efficace per veicolare e mettere a disposizione idee ed esperienze a seguito di una lunga esperienza fatta sul campo, senza necessariamente annoiarmi nel sentire “discorsi del cazzo” da parte di chi deve attestare la propria presenza, nell’attesa che tocchi il mio turno.

Nessuno ha più da invidiarmi nulla o bastoni tra le ruote da mettermi e con le asole delle giacche libere, o alleggerito da toghe, mantelle e pettorine sono ritornato alla semplicità quasi risorgimentale delle priorità “Dio, Patria e Famiglia”.
Dio, in quanto unica autorità alla quale rendere conto per un credente (e non metto alcuna mediazione di organismi e associazioni che vantano contatti diretti con il creatore);

La Patria, quale unico modello di convivenza civile nel quale lavorare per sostenersi e contribuire alle esigenze della collettività per cui lavoro;
La Famiglia, unica culla degli affetti veri e rifugio dopo ogni procella.
Certo, non tutti hanno una età per essere “aventiniani” come ed è giusto che si mettano in competizione con loro e con gli altri, ma state certi che se dietro (oltre alle nostre qualità) non ci sia un vero padrino che ci orienti, ci segua e ci promuova nel nostro percorso, una volta vi avrei detto che sarebbe stato più difficile giungere alla meta, oggi vi dico, direttamente e con meno ipocrisia: “levateci mano!”.

In questi anni i cerchi magici si sono strutturati bene creandosi pure le regole affinché divenissero impermeabili ai tentativi esterni di “Nemo” a venire a fare il “profeta in patria”.
Ora come non simpatizzare con “Nemo” (inteso come “nessuno”) che vuole essere profeta in patria e che deve scontrarsi non soltanto con i muri, ma con i contenuti interni che lui sa bene essere al disotto del suo valore, ma come tali protetti dai confini della “sfera magica” e anche se per qualche scognita distrazione avesse trovato il modo di entrare si sarebbe dovuto scontrare con la vera arma di difesa interna di qualunque “sistema”, l’invidia.

È vero, la meritocrazia è una chimera, la “botta di culo” può capitare, la “piccineria dei continui tradimenti” è la prassi, poiché non è importante sforzarsi per essere più bravi degli altri (aimè non è una gara d’atletica) ma ci si deve concentrare per dimostrare che l’altro è peggiore di te, passando il tempo a fare da delatore e tramando.
Devi pertanto rassegnarti ad andare dove nessuno ti conosce perché nessuno ti può invidiare e vedere quale ostacolo per la sua crescita o i suoi disegni diabolici, anzi puoi raccogliere tutte le simpatie del caso.

Ma l’invidia non è un prodotto dei nostri giorni e se in questo periodo pasquale ci pensate, di essa si parla anche ai tempi di Giuda l’Iscariota il quale già privilegiato trovandosi nel “cerchio magico” per eccellenza e vedendo intorno a se tanta mediocrità, vi basti pensare che il “secondo” era un pescatore analfabeta, (anche se ci fu pure qualche eccezione allittrata e un esattore delle tasse), sto povero Giuda non riusciva a mandar giù la circostanza che il “leader” non lo degnasse di uno sguardo e in più qualunque cosa percepisse si sentiva chiamato in causa tanto da dire: “Signore ce l’hai con me”? Quest’ultimo stanco delle sue fisime giunse a tavola a dirgli: “Quello che devi fare fallo al più presto”.

Non avendo possibilità di competere con gli altri perché non cercare di far saltare il banco? Eppure Giuda che motivo aveva di competere con nostro Signore, avevano eguale discendenza divina? Assolutamente no, probabilmente Giuda guardava a Lui e pensava: “ma guarda se questo figlio di un falegname deve avere così successo ed essere ascoltato da tutti!”. Certamente avrà pensato di esser stato sfortunato e di non aver avuto le stesse opportunità.

Quanto fastidio nel vedere quel carisma nel trattare con la gente, quanto fastidio nel sentire quelle “parabole” che lo facevano sentire una persona inutile davanti a tale cospetto e allora ecco che da solo avrebbe potuto mettere in difficoltà tutto il sistema diventando protagonista: “Se ve lo faccio catturare, quanto mi date?” povero Giuda non seppe mai che attraverso di lui si compì il disegno e che preso dal tardivo rimorso, non avendo compreso che di lui avremmo parlato ancora non per il suo gesto, ma per il suo gesto fatto a chi veramente fu “profeta” in patria e oltre e che quei 30 denari per terra mentre penzolava da un albero, non avrebbero dato la felicità a nessuno.

Brutta bestia l’invidia, pessima scelta il tradimento ingiustificato anche quando vi si chiede di scegliere. Buona Pasqua.

Un abbraccio, Epruno

Effetto e Conseguenza

Carissimi,

Non è un romanzo di Jane Austen sfuggito alla vostra attenzione ma è soltanto la mia considerazione settimanale.

Guardo la tv, sento pareri dagli eminenti commentatori e noto sempre più che la gente si lascia trascinare nelle polemiche facendo attenzione all’effetto che si ha davanti agli occhi e non le cause che lo hanno prodotto, ossia le conseguenze che ci hanno portato a ciò.
Sembra proprio (e questo è un effetto dei social) si abbia timore anche davanti all’evidenza ad esprimere una propria opinione in senso contrario per paura di esser additato e messo da parte dal “comune pensare” dalle caste di un “emisfero auto-dichiaratosi giusto e verità assoluta”.

Ho letto quei libri che mi necessitavano e quelli che mi piacevano, ho letto di contro tanti manuali d’istruzione e per tutto quanto non ho trovato lì dentro, mi sono rifatto alla strada, il marciapiede nel quale sono cresciuto e dove non c’era tempo per interpretare le cose, non esisteva il politically correct ad ogni costo perché bisognava stare attento ai “mazzacani” che era poco trendy ma fu “salvamento di vita”.
Quindi guardo le cose e le vedo per come sono e non per come vorrebbero farmele vedere. Ma che opinione pubblica stiamo costruendo?
Non vi viene il sospetto che chi ci guarda da fuori, sfruttando queste nostre contraddizioni interne, si sia ormai convinto che siamo degli idioti da sfruttare, se la ride e in più se ne approfitta di noi? Basta fare la faccia triste che qualcuno qui subito si lascia prendere dalla commiserazione.
Di contro perché devo esser tacciato di razzismo e di poca sensibilità sui migranti se mi chiedo chi gestisce dall’altra parte del canale questa fabbrica di casi umani?

Oppure se rimango basito mentre in TV scorrono le immagini di un “campo nomadi” (ma quanto siamo ipocriti a chiamare nomadi chi è ormai stanziale) nel quale ai giornalisti era stato impedito l’ingresso per documentare una demolizione di un abuso perpetrato e accettato per anni da chi vigila su di noi? Chi ci lucra?

È così che si fa l’integrazione? Può una religione, un’etnia, un costume sessuale, un colore degli occhi dare una deroga al rispetto delle regole del vivere in comune?

Come lo giustifico con coloro a cui chiedo di rispettare giornalmente la legge per mandare avanti la nazione e in qualunque latitudine del paese?
Si può dire per una volta che la parola “regole” non ha un colore, ma che è soltanto un principio di coesistenza civile?
In Italia andiamo avanti perché c’è una percentuale di persone che rispettano le regole, pagano le tasse e mandano avanti i costi sociali dei nostri servizi e c’è la restante parte che fa ciò che cavolo vuole a disprezzo dei primi e sulle spalle dei primi e ha interesse ad alimentare il caos per restare impuniti e gettare la responsabilità del tutto sulla contingenza del momento.
Io ho un sospetto che coltivo da tempo, tutti amiamo la regola e l’ordine nel nostro appartamento, ma già dal pianerottolo di casa per molti ormai tutto diventa lecito e anzi è d’obbligo alimentare il caos purché questo rimanga lontano dal mio uscio di casa. Siamo tutti splendidi con il “posteriore altrui”.

Quanto sopra si può dire o turba la sensibilità e le letture forbite in salotto di qualche struzzo che pontifica ma tiene la testa infilata nel terreno?
Gente, il mondo e sotto casa vostra, non nell’idilliaco paese esotico descritto nelle vostre letture.
Il mio e il nostro cuore è così grande che vorremmo aiutare tutti, ma per far ciò prima ci dobbiamo attrezzare e per attrezzarci occorre che noi per primi si rispetti le regole che ci siamo dati, le nostre regole occidentali e avendo delle regole chiare possiamo venire incontro a chi vuole venire da noi per migliorare la sua condizione nel rispetto e nella condivisione delle nostre regole, senza deroghe, le deroghe gli sgravi ed i condoni hanno già fatto tanto male e in tutti i campi alla nostra terra.

Chi continua nella logica del “cape a casa quantu voli u patruni” o del “come nun ci mancianu dui nun ci mancianu tri” non vuole bene a questo paese e soprattutto si rifiuta di guardare la realtà per intero, guardando soltanto ciò che gli conviene cavalcare per sponsorizzare il proprio egoista interesse, tanto tutto rimarrà lontano dall’uscio di casa propria.

Non date la colpa alla politica. Quello che è il nostro oggi è conseguenza di ciò che c’è stato prima, se reputate un deputato, un consigliere, un sindaco o un ministro, un perfetto idiota non state a chiedervi come fa un idiota ad arrivare così in alto ma chiedetevi chi lo ha scelto, chi lo ha nominato, chi lo ha votato (effetto e conseguenza).

Un abbraccio, Epruno.

Notorietà con o Senza Colombo

Carissimi,

Mi chiedevo qualche giorno fa cosa significa essere noti, chi è noto, come si diventa noti, dove si diventa noti, quando si diventa noti e soprattutto perché si diventa noti.

Mi direte “stai per caso facendo il tuo settimanale esercizio didattico-giornalistico utilizzando la regola delle 5 “W”?”

In parte, ma la mia considerazione nasce osservando una statua di un grande statista del secolo XIX fermo, immobile, a figura intera mentre un colombo è intento sulla sua testa a defecare.

Tanta gloria oggi immobilizzata ad uso di servizio igienico per un colombo, non vi pare assurdo?

Hai fatto tanto in vita tua, la collettività ti ha dedicato un monumento, i giovani di oggi non sanno neanche chi sei se non il personaggio che da nome a quella piazza dove loro si danno appuntamento con i ciclomotori, ma l’attualità è un colombo che a sfregio di quanto sopra sta facendo i suoi comodi sulla tua testa e tu non puoi fare nulla.

Difficilmente oggi si dedicano delle statue a personaggi famosi, nella contemporaneità esistono ormai tante altre opportunità mediatiche per lasciare memoria di costoro ad iniziare dalle foto, le immagini, l’archivio vocale tutti strumenti custoditi in teche e musei nei quali difficilmente un colombo potrà entrare a fare i comodacci suoi.

Presenza mediatica e qualità o capacità, non sempre vanno a braccetto, anzi…

Per presentare ciò che siamo al nostro interlocutore dopo un biglietto da visita rimandavamo al nostro curriculum vitae, ma il nostro curriculum è lo specchio della nostra notorietà?

So che uso oggi se ne fa dei curriculum alle nostre latitudini, tanto che viene con più frequenza richiesto la loro produzione su carta riciclabile ma soprattutto morbida.

Spesso il curriculum passa in secondo piano davanti all’epitaffio o alla lapide, poiché oggi diventi noto soltanto se sei stato vittima o sei stato autore di nefandezze, poiché per i media l’idiota mono-neurale che prende un mitra e in un campus stermina una classe di allievi resterà nella memoria collettiva o rimarrà noto al prossimo più dello “scognito” professore candidato più volte al Nobel che in quella classe insegna.

Ecco una in un solo colpo la risposta al “chi e perché”.

Non è noto necessariamente chi ha merito.

Allora “dove” si diventa noti? Alle prime introduzioni delle pseudo-meritocrazie nei bandi lessi un passaggio che recitava “noto professionista”, ma dove e soprattutto quale era l’intorno nel quale bisognasse essere noto non era chiaro.

Io partecipai asserendo che nel mio condominio ero un noto ingegnere e soprattutto nel mio pianerottolo, ero il più noto, poiché l’unico.

Adesso, “come” si diventa noti? Qui il discorso si complica e certe volte può anche scadere nella volgarità, ma le strade sono da sempre solo due, l’esercizio delle proprie doti e la capacità o disponibilità a prostituirsi (prostituire la propria immagine), si volendo esercitando anche qui le proprie doti.

Quindi accade che tu sia un valido professionista e come cenerentola ti capita l’occasione della vita e diventi noto o ancora più comodamente, nell’altra ipotesi, ti sistemi all’ombra di qualcuno e certamente appena giunge sul display il tuo numero………benché parallelamente sarai sempre noto come colui che è stato all’ombra di, anche se l’ombra nel tempo è andata cambiando.

Ma infine credetemi è il “quando” si diventa noti la cosa più divertente o tragica a seconda dei punti di vista e ve lo dico per esperienza, avrete un curriculum pieno di cose fatte, siete stati impegnati in grandi iniziative, siete autorevoli nel vostro contesto di competenze, ma fin quando non andrete in TV a “parlare di pallone” quali ospiti in una delle tante trasmissioni sportive locali, voi non sarete nessuno!

La consacrazione odierna pari al monumento di una volta con annesso colombo o piccione è la domanda del custode dell’ufficio che riconosciutovi al vostro arrivo vi domanda: “Dottore, domenica che facciamo!”.

Un abbraccio, Epruno

Fatemi Ritornare a Dormire

Carissimi,

questa volta lo dico anche a voi amici miei presi da questa isteria collettiva e a tutti quelli che prima non mi hanno permesso di sognare e poi hanno ucciso i miei sogni fino ad impedirmi addirittura di dormire per riposare.

Ci vuole libertà anche a sognare facendo attenzione a non esser vittime di “sogni indotti” o vittime di “ipnosi” poiché la nostra era più che mai è piena di “maghi, prestigiatori e di illusionisti”.

In un sogno è tutto bello se vissuto dal centro e a 360°, ma se ci spostiamo dietro le quinte e viste le scenografie del set disegnate e tenute in piedi da impalcature, scopriamo che è tutto finto e che le persone plaudenti intorno a noi sono solo comparse pagate?

Quindi o è tutto soltanto un sogno o un reality con una sceneggiatura scritta.

Abbiamo sotto i nostri occhi costantemente i professionisti della costernazione, con le maschere della circostanza per le cerimonie, accompagnati da dame vestite per l’occasione, cavalcatori di disgrazie altrui sempre pronti ad usare le miserie del prossimo per presenziare e addirittura per esistere.

E che dire di coloro che sollevano i problemi e ne lasciano la gestione agli altri nascondendo tutto ciò dietro visioni ideologiche in un mondo in cui tutte le ideologie sono scomparse.

Vediamo giornalmente chi si ostina a decontestualizzarsi cercando di portare “l’orologio della storia“ secoli indietro e che spesso coincide con coloro che continuano ad essere uomini per tutte le stagioni e che non si annoiano di esserci sempre e comunque, non arrossendo nel passare da un punto ad un’altro della “rosa dei venti“.

Tutto ciò non vi da quantomeno fastidio?

Personalmente ho cercato di smuovere le mummie che studiano per l’eternità, mi sono adoperato a difendere i giovani puntando i riflettori su coloro che pensano di non avere “un ciclo” e così facendo impediscono ad altri di iniziare il “loro ciclo” essendo “l’aborto” di nuove intelligenze che non saranno mai nate grazie a costoro prossimi a diventare “concime” per le nuove piante che verranno.

Tutto ciò non vi dà la sensazione di quanto si sia lontani dalla normalità e che non sia vero che le cose siano cambiate in meglio?

Ma ci pensate ai vostri figli?

E intanto tra un sogno e l’altro il tempo passa, tra una promessa e l’altra dimentichiamo pure che la luce che oggi ci illumina e la luce prodotta dalle stelle di mille anni fa.

Avremo avuto un passato, ci illustreranno il futuro, ma che ne sarà di questo presenta che demonizza il passato e invecchia nell’attesa di un futuro?

Vivere il presente è la cosa più difficile perché il presente lo si può vedere, il passato lo si può immaginare, ma è nel futuro e nella sua visione che si può ingannare il prossimo.

Non esiste una “visione” nel presente, se non una “soggettiva visione del presente” e in quanto soggettiva a rischio di faziosità.

E se lo scavalcare il presente attraverso la promozione di un futuro “visionario” sia soltanto la presa consapevolezza di una incapacità a vivere il presente, a governare l’attualità, a fuggire dal presente come coloro che si affidano alle droghe e agli allucinogeni?

Ma se tutto ciò non genera rabbia, dissenso e indignazione, può essere che realmente “non esiste” e sia non frutto di una visione ma addirittura un sogno?

Non arriverò mai a pensare che dietro la negazione dell’affrontare il presente vi sia una lucida strategia e per tanto, affidandomi alla saggezza di Eduardo (“a da passà a nuttata”) non mi rimane che rimettermi a dormire e per favore, abbassate la voce nelle stanze accanto ogni qual volta griderete le vostre cazzate, alle quali sono certo che non crediate più neanche voi, malgrado i copioni e i gettoni di presenza vi impongono ciò.

Allora urlatori di professione, vi consiglio, vista l’ora, di andare a dormire pure voi nella speranza che la prossima volta al nostro risveglio tutto ciò che adesso stiamo vedendo sia stato soltanto la visione di un brutto sogno. Buona fortuna.

Un abbraccio, Epruno.

“Cuscì mi i runi deci euro?”: il “benvenuto” a Palermo

Carissimi
Ho già visto nella mia mente questa “visione”.

E fu così che giunse il giorno in cui il grande aereo si fermo sulla pista dopo che tutte le condizioni di sicurezza erano state allertate e lo spazio aereo sopra la città era stato chiuso.

Il percorso già più volte bonificato avrebbe fatto si che il potente capo di stato potesse scendere dalla scaletta, ricevere i saluti delle autorità e avviarsi verso la macchina scura nel centro di un corteo di auto blindate, se non fosse stato per il fatto che aperto lo sportello questi venisse raggiunto da un ragazzo pelato con un borsone nero a tracolla, che brandendo delle calze da uomo confezionate e gettatone un paio dentro l’abitacolo dicesse: “Cuscì mi i runi deci euro? Mi la fari vuscari a iurnata!” Era una sorta di “benvenuto a Palermo”.

L’ambulante o non sapremmo come meglio definirlo sarebbe stato allontanato di fretta dalla scorta personale del presidente, mentre le imprecazioni del responsabile della sicurezza si sentivano da tutte le radio trasmittenti delle forze dell’ordine impiegate, seguite dalla preghiera di aprire meglio gli occhi e fare in modo che di questo incidente, di quella falla nel sistema di sicurezza non se ne sapesse nulla al di fuori di quel contesto.

Erano lontani ormai i tempi di Mao Zedong, Zhou Enlai, Deng Xiaoping, adesso questi non erano più i cinesi della rivoluzione contadina ma potenti e ricchi neocapitalisti tanto ricchi da comprare qualunque cosa, ma con alle spalle una saggezza millenaria.

Avrebbe viaggiato in direzione di Palermo sapendo che prima di riposare la sera nel suo albergo consono a l’uomo più potente oggi del globo, avrebbe dovuto fare un po’ di cerimoniale mentre la delegazione commerciale al suo seguito si sarebbe intrattenuta con l’analoga locale per discutere di affari, per farsi mostrare le palline colorate o gli specchietti luccicanti, con la presunzione di sempre che chiunque sbarcasse su questa terra fosse soltanto una occasione da spremere, spremere tutta e subito.

Lui nel tragitto in città si sarebbe rallegrato di strade larghe, senza auto posteggiate e soprattutto pulite e regolarmente asfaltate senza buche. Un percorso “da re” ma attenzione a non sbagliare strada o immettersi in qualche traversa fuori dall’ormai collaudato set di Truman.

Avrebbe incontrato il governatore nella convinzione che questi avesse i pari potere di un governatore di uno stato statunitense o di una provincia della repubblica cinese, senza prima aver dribblato davanti l’ingresso della cappella palatina il ragazzo pelato con il borsone nero a tracolla che brandendo delle penne gli avrebbe chiesto “Cuscì mi i runi deci euro?”

Il presidente si sarebbe di certo meravigliato su come avesse fatto costui non solo a superare i cordoni di sicurezza ma a giunger prima di lui dall’aeroporto al palazzo reale, ma poi sarebbe stato rassicurato del fatto che trattavasi del fratello di quello incontrato prima.

Xi sapeva bene che successivamente la sua all’attenzione sarebbe stata fagocitata da quel simpatico personaggio che amava tanto le foto bizzarre e che gli avrebbe ripetuto: “guarda che Palermo è cambiata, ma soltanto da quando sono tornato io”.

Lui avrebbe taciuto facendosi quattro conti in memoria e pensando che se il cambiamento era legato alla persona avrebbe potuto consigliargli di far cambiare la legge per estendere il proprio mandato a vita proprio come aveva fatto egli stesso qualche mese prima.

Sono inoltre certo che fuori dal palazzo di città si sarebbe dovuto sottrarre a richiesta di selfie e di cori di chi dimenticate le “polemiche sui diritti umanitari” avrebbe mostrato cartelli con scritto “siamo tutti Xi Jinping”, mentre afferrato ad un braccio da un ragazzo pelato con il borsone nero a tracolla che brandendo delle calzette gli avrebbe chiesto “Cuscì mi i runi deci euro? Su di seta!”

Certamente accortosi che si trattava di un ulteriore fratello si sarebbe chiesto “quanti ca__ sono questi fratelli” prima di sentirsi rispondere “per fortuna tre”.

Pensandoci la tentazione di uscirsene con soli 30 euro per dare inizio dalla “via della seta” era forte, investendo e dando fiducia a questi tre fratelli, oggi veri “imprenditori di se stessi”, poiché chi sa quanto di contro gli sarebbe dovuto costare la stessa “via” con chi dopo “Cuscì” chi sa quanti milioni di euro avrebbe chiesto.

Dedico quanto sopra al Caro Pino Caruso che diceva che “in Sicilia a parte i Cinesi e i Siciliani avevano dominato tutti” e siccome tutto a sfregio del Gattopardo e destinato a cambiare, anche i Cinesi a poco a poco, “cca minutiddra”, con la pazienza del topolino con la noce, offrendo un “involtino plimavela” dietro l’altro sarebbero entrati in questa apparentemente terra chiusa sempre pronta ad accogliere chiunque dimostrasse forza e portasse denari.

Voi mi direte: “Pecunia non olet”, ma quando mai, ci sono soldi che puzzano già a distanza.

Un abbraccio, Epruno

La “coda”… a Palermo: chi è l’ultimo?

Carissimi

Dalle mie parti la “coda” ha tanti significati, a partire da quello scontato della “coda animale” e all’allusione che su questa spesso si fa per definire una persona furba che “la sa lunga”.

Ma la vera coda che ha fatto terrore per anni era la fila per un turno. Chiariamoci, nulla di british, qui per molto tempo la coda si è fatta a ventaglio, lungi da chiunque di mettersi noiosamente in piedi uno dietro l’altro e da quando si è pensato di dotare le sale d’attesa anche di posti a sedere, è capitato sempre più spesso che una persona anziana, che non poteva sorreggere lungamente la fatica di stare in piedi, rimanesse a turno, pur non restando in fila e da qui l’espressione “la signora/e viene dopo il signore/a in fila” ed ecco che chi sopraggiungeva diceva la scontata frase magica: “chi è l’ultimo?”

La risposta è spesso scontata era detta in coro: “Lei”.

Ma molto spesso la gente è già presa dai troppi problemi e non aveva voglia di scherzare e rispondeva senza ironia: “la signora/e con cappotto qui in piedi”. A quel punto per certificare il proprio turno era di prassi rispondere a voce alta gesticolando e attirando l’attenzione della fila e dei testimoni: “dopo la signora/e ci sono io”.

Oggi, uno schermo indica lettere e numeri e turni diversi e la gente dopo aver preso uno scontrino si siede e attende con gli occhi puntati sul proprio telefonino e a nessuno viene in mente di socializzare con quelle domande di rito di cui sopra. Non ci sono più le risse per lo scavalcamento furbo o involontario del turno, non ci sono più le liti con lo sportellista per la sua presunta lentezza

….. ecco non ci sono più i turni di una volta, quando per qualunque cosa ti si diceva “cresci e mettiti in fila, prima o poi verrà anche il turno”.

Oggi quei tabelloni, quale metafora di ciò che da qualche tempo accade, ci ricordano che attraverso la progressiva differenziazione e possibile trovare le scorciatoie e così c’è chi stara ad attendere dieci minuti e chi lo farà per un’ora poiché gli sportelli di pertinenza fanno operazioni diverse.

Così nella vita, magari sei stato incanalato nella fila sbagliata e attendi mentre accanto a te scorre chiunque, magari hai fatto il turno fin dalla “prima mattina” e c’è chi arriva comodo e sereno e in un attimo ottiene quanto desiderato. Erano belli i tempi delle file nelle quali avevi una certezza ottica dello scorrere e non dovevi studiare farraginose informazioni, certo c’erano anche gli spiccia faccende figli del malcostume che contagiava certi sportellisti, ma anche quello era sotto gli occhi di tutti.

Oggi in questa piatta società non capisci qual è il tuo turno e di contro si è perso il rispetto “dell’ultimo”, fino ad ignorarlo, fino a non pensarci più. Tutti dobbiamo essere primi e vincenti, guai a perdere e per farlo siamo autorizzati ad utilizzare qualunque mezzo, tanto gli altri si volteranno dall’altra parte, certi che al loro turno noi faremo lo stesso.

Non posso contestare chi oggi invece di pensare alle sole logiche del mercato ha voluto pensare anche gli ultimi con strumenti magari non condivisibili, certamente migliorabili, perché la giudico una inversione di tendenza rispetto a quanto stava accadendo. A furia di lasciare indietro gli ultimi, si era perso il concetto stesso di ultimo e tra gli ultimi si sono spesso nascosti e mimetizzati questuanti di professione, evasori congeniti ignoti al fisco, scrocconi e truffatori sommando al danno la beffa per i veri ultimi.

Non sarà cosa facile ed occorrerà uno stato serio poiché per testimonianza diretta, se dovessimo confrontare le retribuzioni in busta paga di professionisti onesti con i falsi ultimi come quelli su descritti che hanno fatto della furberia e del “nero” il loro credo, sono certo che quando affronterò la prossima fila e chiederò “chi è l’ultimo”, mi sentirò rispondere in coro: “Lei!”

Un abbraccio, Epruno