Vai a Fidarti dell’Apparenza

Carissimi

Entro in una piccola panetteria, arcaico locale demodé, ucciso dai nutrizionisti da talk-show e messo al bando da chi fa religione della prova costume, da chi vive tre mesi all’anno nuda arrostita sotto raggi U.V.A. che provocano tumori alla pelle, per poi sbiancare in meno di dieci giorni e trovo una lavagna piccola, in alto, con scritto con il gessetto “Posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni” e sotto ovviamente la firma Oscar Wilde.

Mi viene naturale chiedere alla signorina che dietro il bancone mi stava pesando i due bocconcini ancora border-line, la dose di un pusher, non ufficialmente messi all’indice, ma certamente tollerati meno dell’uso delle pasticche allucinogene o delle bottiglie di birra nelle varie taverne, da bere appozzando senza bisogno di bicchieri: “signorina chi ha scritto questa frase?

A quel punto esce un omino dalla stanza dei forni, tutto imbrattato di farina il quale mi risponde: “Oscar Wilde”. Io replico: “lo sapevo, ma volevo intendere chi materialmente avesse scritto e appeso quella frase sulla lavagna”. L’omino orgogliosamente mi fece cenno di averla scritta lui e di seguito iniziò a declamare le lodi di Wilde, della personalità dello scrittore e della bellezza delle opere.

Un panettiere che a Palermo, in una città vocata “all’usato sicuro” non mi parlava con frasi fatte e slogan letti dai titoli del quotidiano locale, ma addirittura mi lodava il “ritratto di Dorian Grey”.

Il suo incontro mi aveva acceso la giornata, questa terra aveva ancora speranze e non perché il “cazzaro” di turno mi volesse vendere la fontana di trevi, non perché cinquanta pensionati benestanti mi riempissero la mostra “del nulla” chiamandomela arte, non perché qualcuno volesse convincermi che tutto era risolto, che non cerano più problemi, che non c’era la mafia, che non c’era la povertà, che non c’era l’immondizia, ma perché avevo trovato un “uomo comune” che custodiva una media cultura personale, magari scolastica e che pensando ancora con la propria testa trovava l’ironia di utilizzare un aforisma celebre per giustificare la vendita del pane o dei biscotti, tutti alimenti ipercalorici messi al bando da coloro che si ubriacavano accompagnandoli con i “dietetici stuzzichini”.

Avevo trovato un uomo normale appartenente probabilmente ad una “setta segreta” tipo quella che nel film Fahrenheit 451 si tramandava da padre in figlio il libro imparato a memoria.

Costui faceva un lavoro pesante, una vita di merda come tutti i panettieri che lavorano mentre noi dormiamo per farci fare i fighetti che mangiano i cornetti caldi a tarda notte o all’alba, ma trovava il tempo per leggere Oscar Wilde e chi sa quant’altro.

Meraviglioso, che popolo strano siamo, un uomo di cultura media a fare il panettiere e chi sa quanti altri lavori difficili, e poi idioti ed ignoranti a governarci e spesso a fare i ministri dell’istruzione senza istruzione.

Allora ti dico, alzati Palermo, fintanto che ne rimarrà solo uno di questi uomini normali e moriranno i Gattopardi, uno dietro l’altro, ci sarà ancora tempo per non sentirsi scassare i cabbasisi con frasi come “tutto deve cambiare affinché tutto rimanga come prima” o “Siciliani si sentono perfetti come degli Dei”.

E infine, post scriptum mangiate pane, mangiate pasta come hanno fatto per anni i vostri padri e tenetevi lontano da prodotti edulcorati e congelati.

Un abbraccio, Epruno

Prendiamo Consapevolezza

Carissimi
Cambiamento non necessariamente significa miglioramento.
Ecco perché i due termini devono essere espressi congiuntamente per dare una idea completa di quanto noi vogliamo descrivere (cioè “cambiare in meglio”).
Siamo rimasti in pochi a esprimere concetti liberi da preconcetti e slogan e questo già dovrebbe esser un serio argomento di dibattito, qui continuiamo a volare basso, o meglio continuiamo a dare l’impressione di volare basso per evitare di essere intercettati dai radar dei facinorosi e dei prezzolati amanti della polemica ad ogni costo. Qui vogliamo cazzeggiare.
Ma anche per cazzeggiare seriamente dobbiamo avere dei punti fermi per impostare un dibattito dialettico e il primo assioma è certamente quello che aldilà delle aspirazioni e degli interessi di Peppino Garibaldi, noi non siamo mai stati un “popolo” perché il voler ricondurre al sogno geografico dell’impero romano, l’unione di stati feudali cresciuti all’ombra dei propri campanili e dire di colpo voi siete una nazione è stato un fallimento. Ancora oggi ritroviamo diversità non soltanto comportamentali man mano che passiamo da un territorio geografico della nazione ad un altro, riconducibile a regni o granducati pre-risorgimentali.
Altro assioma è quello che da sempre questo insieme di persone che chiamiamo italiani sono divisi in due fazioni di pensiero e su qualunque argomento ci si divide al 50% e risulta impossibile, faticoso e oltremodo inutile tentare di convincere l’interlocutore, un po’ come nel gioco dello “zero-per” dove se si sa giocare non vince nessuno.
Ecco perché in alcune parti di questo paese (e mi riferisco alle mie parti) non si può mai fare sistema davanti ai grandi problemi e fare squadra, poiché ognuno si trincera dietro il suo schieramento d’interesse e da lì non si muove, fino al punto di negare l’evidenza.
Poi siamo ipocriti e barocchi, ci incontriamo e ci baciamo, siamo tutti “compari e amici” ma davanti all’interesse comune ognuno si fa “i fatti suoi”. Se osserviamo i popoli nordici europei costoro non nutrono alcun interesse per chi abita nella casa accanto (fanno finta nel senso che non entrano nella privacy del vicino) e neanche si salutano ma se c’è un problema comune diventano subito una squadra.
A tutto ciò si somma la devastante legge per la scelta diretta del sindaco e dei governatori che anche con minime percentuali di votanti regala al ballottaggio tutti i poteri a chi prende un voto in più dandoti l’opportunità per cinque anni di ignorare qualunque dissenziente o minoranza.
Con questa lunga premessa e questo atavico atteggiamento come potremo affrontare seriamente i problemi se la metà di chi si esprime dice che tutto va bene e l’altra meta dice che tutto va male? Dovremmo confrontarci su fatti oggettivi e l’oggettività non è una dote della politica, ma lo sarebbe di un popolo. Se fossimo un popolo nessuno potrebbe negare l’esistenza di città sporche e di strade e marciapiedi in condizioni trasandate, perché chi ha la vista, veda.
Se fossimo un popolo non dovremmo continuare a trincerarci dietro slogan del tipo “siamo la quinta città d’Italia” perché non è vero, perché le città non si misurano e si valutano per il numero di abitanti, ma per i servizi, per la qualità della vita e alla fine e solo alla fine per le offerte ludico-turistico-monumentali.
Non solo ma queste peculiarità non vanno messe in concorrenza per cui ti do più divertimenti e taverne, basta che ti dimentichi di “munnezza” e servizi. Non funziona così! So che molti di voi hanno vissuto con dispiacere le vicende del pallone in città e si sono sentiti offesi dalla probabile declassazione della squadra alla serie “D”, certo un po’ troppo, ma in qualunque classifica a partire da quella del “sole 24 ore”, siamo tra le prime 40 città d’Italia (dimenticate il numero di abitanti)? Se la città oggi è una “città di serie C” che ammetto fa grossi sforzi per migliorare, perché dovrebbe emergere giusto proprio nel calcio, mondo strettamente legato alla finanza, imprenditoria e grandi interessi?
Allora un personale consiglio da affidare alle suppliche a Santa Rosalia, mettiamo da parte gli slogan, i “nemici da cuntintizza”, gli specchietti per le allodole, prendiamo consapevolezza per una volta che siamo nella merda, continuiamo a lavorare tutti insieme in sinergia per coprire il gap che ci separa dalle grandi città e un domani sarà tutto consequenziale, anche il pallone, anche gli investitori stranieri verranno ad investire seriamente nella nostra terra, ma non se i primi noi ci illudiamo di essere i migliori e di non aver nulla di cui invidiare alle altre città, perché la città sta cambiando.
Viva Palermo e Santa Rosalia. Un abbraccio, Epruno

Che cosa è la libertà?

Carissimi,

Aveva per suo conto già risposto Giorgio Gaber, ma penso che la libertà sia qualcosa di veramente relativo, diversamente non sarebbero stati in tanti a scrivere su ciò.
Ognuno ha le sue libertà, poche volte legate al pensiero, molte volte legate allo spazio, tante altre volte legate alle abitudini. Fare i fattacci propri è sinonimo di libertà?
Ricordo ancora le belle frasi dell’educazione civica che ci ricordavano “la nostra libertà finisce dove inizia quella degli altri?”. Bello a risentirlo. La mia mente va al vero periodo di grande libertà inconsapevole, l’adolescenza e il successivo periodo universitario, quanto eravamo belli ma in pochi sapevamo che cosa la vita ci avesse riservato per il futuro e vivevamo alla giornata e costrizione diventava il dover studiare e andare a scuola, libertà per noi erano le vacanze estive. Visitare i paesi stranieri ci dava l’idea più completa del concetto di libertà.

Ricordo ancora l’impressione che mi fece la prima volta Amsterdam, agli inizi degli anni ’80, l’incontro in una capitale del nord di altri giovani coetanei di altre nazioni, il dormire negli ostelli della gioventù nei cameroni con 16 letti a castello, in quelle notti passate a tentare di prender sonno tra il russare del gigante teutonico, il fetore dei calzettoni dell’inglese “sciarriato con l’acqua” e quel fumo nell’aria che da bacchettone non sapevo cosa fosse ma mi sarei dovuto chiedere il perché di tanta allegria al risveglio.
Libertà per me significava poter lasciare lo zaino con i miei vestiti e gli effetti personali ai piedi della branda, la mattina, il ritornare la sera e ritrovare il tutto.

Che dire delle meravigliose ragazze, tutto ciò che era biondo era meraviglioso, anche se nelle gambe tenevano peli simili a quelli di uno stopper di terza categoria. Quei sorrisi angelici che ti facevano innamorare a prima vista e ti davano la soddisfazione di una conquista inaspettata ed eri nella mente tua fidanzato e non vedevi l’ora di tornare a casa per far vedere la foto, se la macchina fotografica avesse impresso il tutto regolarmente nel rullino. E che dire delle lettere nelle quali descrivevi le tue giornate e ti attendevi risposte altrettanto articolate, fino a quando nella terza risposta non apprendevi che l’angelo biondo non voleva più esser disturbata e scoprivi che il ragazzo in viaggio aveva lasciato per venire con te, non era neanche il fidanzato, perché il fidanzato era un serio ricercatore universitario con il quale stava da anni con il placet delle faglie.

Oggi con l’esperienza degli anni avresti capito che il volto angelico stilnovista nascondeva una “nave scuola” che aveva visto più passeggeri di una ONG nel canale di Sicilia, ma pensi a lei con affetto, perché si voleva divertire come te e ti aveva regalato emozioni in libertà facendoti crescere. E dire che qualche sospetto l’avresti dovuto avere se il giornale dell’ostello ti informava che prima di fare sesso dovevi usare il preservativo da ritirare gratuitamente alla reception e se cercavi droga dovevi stare attento a dove la compravi e da chi e io che la domenica prima stavo in chiesa a cantare in coro “al tuo santo altar”.

Tanta libertà al tempo mi sconvolse, vedere le donnine dietro le vetrine a luci rosse chiamarti invitandoti ad entrare, un altro mondo rispetto alla prostituzione al tempo esercitata nelle case chiuse (aperte in clandestinità) nelle catapecchie del centro storico. Eppure riflettendoci oggi a distanza di 35 anni penso che quella libertà, fosse frutto di tanta organizzazione alle spalle e molto meno ipocrisia. Mi spiego meglio, per lo sprovveduto bacchettone italiano il primo pensiero era quello che li si potesse fare tutto ciò che si volesse fottendosene del tutto, poi riflettevi ai messaggi del bollettino che ti suggeriva: “Vuoi farlo? Fai attenzione, bada alle conseguenze e memorizza questi indirizzi di servizi sanitari all’occorrenza”. Stessa cosa per la prostituzione con i quartieri a luci rosse presidiati dalla polizia e le signore periodicamente controllate da un servizio medico. Altro che grande bordello, lo zaino restava lì davanti la brandina senza che nessuno toccava nulla.

Questa atmosfera di “grande libertà disinibita” ci poteva turbare, potevamo non condividere ma il tutto era sotto controllo, e questa sensazione l’ho ritrovata in altri paesi dove per strada non incontravo mai una pattuglia di polizia, ma se venivo pizzicato a sbagliare non c’erano giustificazioni che bastassero, dovevo pagare.
Qui nel nostro paese “poco serio” quanto sopra non potrebbe mai avvenire, poiché ci piace fare chiacchiere finanche in parlamento e ci conviene fare tutto ipocritamente di nascosto e poi “baciare le pile per essere il cattolico dell’anno”.

Un abbraccio, Epruno

Decidere in quale corteo sfilare

Carissimi,

Il 19 Luglio commemoreremo un’altra strage, quella che più fa male alle nostre coscienze, perché non giunta a sorpresa ma annunciata in una lunga agonia di silenzi, nel quale il ricordo di un uomo solo, non al comando e con la sua maglietta verde, con quei suoi occhi pieni di rabbia, dolore, delusione ci rammenterà che cosa significa essere servitore dello Stato anche quando questo sembra dimenticarsi di te e non ti rimane che “il rispetto delle regole e delle leggi quale ultimo credo” e scenderemo in piazza, faremo dibattiti, fiaccolate, addirittura monteremo palchi, scriveremo commedie, troveremo la nostra visibilità perché è giusto stare da questa parte, sotto i riflettori.

Di contro, scenderemo in piazza ancora prima per solidarizzare con chi a un certo punto dice, io “me ne frego” delle regole perché “per me sono sbagliate” e quindi disobbedisco.

Grande ammirazione per un comandante che fa il suo dovere e va avanti per il suo credo nella sua rotta.

Basterà sovrapporre le foto senza utilizzare il Photoshop e troveremo le stesse autorità in prima fila, gli stessi intellettuali a dibattere, il solito circo mediatico.

Come cambiano i tempi, una volta il “me ne frego” era una frase il copyright era dell’uomo nero con la mascella, oggi sta da tutt’altra parte.

La disobbedienza per le leggi sbagliate, i provvedimenti sbagliati, le circolari sbagliate, gli ordini di servizio sbagliati è una tentazione che abbiamo in molti e vorremmo esser visti come eroi mandando a quel paese il potere ma non ce lo possiamo permettere, manderemmo un sistema all’anarchia pagandone le conseguenze.

Se il nostro capo è un idiota ce lo dobbiamo sorbire, perché il sistema sta dalla sua parte. 

Le leggi sono sbagliate? Ma le fanno i nostri parlamentari. Perché noi snobbiamo sempre di più il momento elettorale per poi piangerci addosso?

Io mi sento come quell’assessore che chiudendo un giorno alla mia presenza una telefonata in lacrime mi disse: “io non so a chi dare ragione, siete entrambi persone preparate e perbene”.

02Esatto, non lascerei mai morire un essere vivente (non soltanto umano) se posso dare il mio aiuto, non distinguo inoltre gli uomini per il colore della pelle o la provenienza, le migrazioni vanno affrontate con grande serietà e non soltanto perché per il momento può tornare utile nel dibattito sociale accendere i riflettori, ma nel dubbio io devo rispettare le regole, anche quando mi sembrano ingiuste, perché nell’esercizio della mia funzione devo rispettarle, anche se non stimo il mio capo.

Distogliete un attimo l’attenzione dal magistrato che sa di essere ucciso a breve, ma cosa porterebbe la sua scorta ad accettare la morte, con quale logica, quale giustizia umana e divina, quali ideali?

Il dovere, il rispetto delle disposizioni e delle leggi, a telecamere spente. Decidiamo quindi non con chi stare, ma a quali principi aderire. Le leggi sono sbagliate, cambiamole, ma sino a quando esistono vanno rispettate.

Quindi non potrete sfilare in entrambi i cortei a meno che il vostro unico fine non sia quello di fare attività motoria.

Personalmente io il 19 luglio vorrò non dimenticare, vorrò fare mio l’insegnamento senza spettacoli, ma solo con una preghiera verso servitori dello stato che in un mondo sbagliato e alla deriva morale, scelsero di diventare eroi loro malgrado.

Un abbraccio, Epruno

Non morirò mediorientale

Carissimi

Ero molto giovane e decisi di intraprendere a viaggiare, stimolato dall’idea di conoscere il continente europeo nella parte che giudicavo all’epoca più visitabile, quella occidentale e soprattutto più vicina alle mie ambizioni di vita.

Scoprii le capitali europee, mi feci una idea delle diversità che c’erano tra le grandi città del continente e la mia Palermo, la mia Sicilia.

Sono stato da subito sostenitore di una Europa unita quale unico continente di scambio culturale e di mutuo stimolo per il miglioramento reciproco.

Guardavo a queste nazioni e ne invidiavo il senso civico, ne studiavo il modo di vivere vivendo in mezzo a loro e tessendo amicizie, guardavo ai loro servizi e pensavo a come questi si potessero importare nella mia città piena di potenzialità e allora come tutti dicevo che la Sicilia avrebbe potuto vivere di solo turismo (crescendo corressi il tiro dicendo… se non ci fossero i siciliani ad abitarla).

Il mio modello di vita era occidentale e middle-europeo, speravo che da questa unione avremmo potuto copiare le cose migliori e in realtà i fondi e le opportunità furono date ma noi non sapemmo approfittarne al meglio, quante grosse infrastrutture rimaste a metà, quante truffe alla comunità economica europea, quanta formazione inutile di figure professionali giurassiche.

Io non ero e non lo sono mai stato attratto da paesaggi esotici e pittoreschi, da umidità tropicali, da deserti, da commestibilità di insetti (seppur da queste parti abbonderebbero e come), non me ne poteva fregare di meno che fare una esperienza mistica in India, non ero uno dei Beatles, mi bastava la mia mal praticata religione cristiana di famiglia, non volevo andare in Nepal e non mi appassionava la vita dell’America Latina. Insomma non avevo nessuna necessità di apparire alternativo creandomi un personaggio, ero soltanto un giovane che prima o poi voleva giungere a Capo Nord, voleva conoscere le ragazze olandesi, le ragazze tedesche, le ragazze svedesi, ero segretamente innamorato della bionda della birra Peroni, volevo andare in posti dove si stava certamente come o meglio di casa propria, non volevo cercarmi disaggi per avere qualcosa da raccontare, mi bastavano soltanto i due giorni di treno quale fatica per raggiungere qualunque capitale del nord Europa, ero un “Erasmus ante litteram”.

Immaginate oggi, alla mia età, essendomi girato tutto il continente più volte, avendo sconfinato nell’Est e avendo scelto come base delle mie vacanze l’Austria, come mi possa sentire mortificato nei miei sogni, nel momento in cui qualcuno mi vuole convincere che Palermo è una città del Medio Oriente, l’ultima città e avamposto del continente africano.

Comprendo che c’è chi sa venderci le sconfitte della propria politica quali opportunità, ma se il binario e rimasto unico e lento che cosa ne abbiamo fatto dei soldi che dovevano potenziarlo, se abbiamo deciso di non fare il ponte perché non abbiamo valorizzato la nostra insularità evidenziando le nostre tradizioni e la nostra storia, la nostra unicità?

Perché devo accettare il messaggio che la mia regione perso il contatto con il resto dell’Italia e di conseguenza con l’Europa debba “soltanto” diventare un grande ed immensogommone dove accogliere tutto quello che scappa dal loro mondo.

E anche se fosse questa la volontà popolare perché distrarre la gente concentrandola sulla circostanza che le migrazioni dall’Africa siano il nostro unico problema?

Io parto dal concetto che costoro provenendo da situazioni più disastrate troveranno sempre soddisfacente la nostra condizione, non si preoccuperanno per niente della sporcizia, delle strade ridotte a piste per diligenze, della disorganizzazione a tutti i livelli, per loro, per i più disperati, per i meno ambiziosi che decideranno di fermarsi in questo immenso gommone chiamato Sicilia, tutto ciò sarà paradiso, la terra dove “tutto si può fare” a differenza dei regimi teocratici di loro provenienza.

Ma per me, per tanti come me, per la stragrande maggioranza degli abitanti di questa terra (e non parlo di quella che esce dalle urne) ciò non va bene e non va bene neanche per i tanti disperati che ambiscono a migliorare la loro vita e che giungono con un piccolo gommone, in questo immenso gommone, si guardano intorno e fuggono verso il nord Europa, quell’Europa che io da sempre sogno. Vedete che alla fine siamo tutti uguali (quelli che abbiamo sale in zucca) a prescindere dal colore della pelle?

Un abbraccio, Epruno

La città dei gabbiani

Carissimi

E’ storia di ogni giorno, continuano a ripetermi:

“Guarda quel castello?”

Ed io: “Non lo vedo”.

Loro: “È Tuo”.

Allora io: “Ah grazie, ma io continuo a non vederlo.”

Quindi insistono: “Da oggi quel castello è tuo con tutto ciò che ci sta intorno e dentro. Ma devi credermi.”

Io ringrazio, ma continuo a non vedere un ‘accidente, sarà il caldo, ma io non vedo nulla.

E andiamo così avanti da anni, ma ve lo giuro, mi sarò lavata la faccia un mare di volte, avrò cambiato non so quanti occhiali, mi sono pure rifatto la visita oculistica ma io non vedo nulla.

E voi mi direte: “Sei preoccupato?”

Si sono preoccupato, ma non perché non vedo nulla, ma perché attorno a me c’è gente invasata che vede il castello “vede la luce”. Ora dico, potrà essere tutto frutto di una allucinazione collettiva o c’è chi ci sta prendendo per i fondelli e recita?

Non vi viene il dubbio che come il gioco delle “tre carte” siamo attorniati da “compari” di chi muove le “tre tazze”?

Tanta sveltezza di mani. Tanta rapidità di pensiero, ma può essere che si sbagli sempre nel puntare? Non può darsi che tra il “rosso e il nero qualche volta esca pure lo zero”?

E molto raro, ma sarebbero “cazzi”.

Il pallone è avvelenato, la terra dei fuochi è avvelenata, la magistratura è avvelenata.

Questa è l’epoca del grande inganno. Ma anche se si volesse. Come si potrebbe accontentare tutti se non attraverso una illusione, una visione di una realtà che non esiste se non nella testa del pensatore?

Truccare il tutto, tirare una linea e poi richiuderla su sé stessa per creare un cerchio.

Oggi sembra tutto più difficile e ciò grazie anche alla circostanza che i popoli occidentaliabbiano fatto di tutto per non creare disastrosi conflitti mondiali come quelli della prima parte del secolo scorso o alla sconfitta di quelle grandi pandemie che decimavano le popolazioni e ri-immischiavano le carte periodicamente.

Siamo in molti, siamo stretti perché interpretiamo male il concetto di densità e basta soltanto la mattina avere l’ardire di dare il buongiorno al nostro vicino per sentirsi mandato a fanculo.

Siamo nervosi insofferenti, ma siamo ubriachi perché diminuiscono le prospettive di lavoro, chiudono i negozi e sorgono le taverne e così le grandi vie chiuse sono luoghi dove andare ad annegare e dimenticare le nostre sconfitte, il padre accanto al figlio e malgrado ci sforziamo di sembrare diversi non avremo neanche compreso il modo disciplinato nordico di bere nel fine settimana per poter tornare efficiente il lunedì mattina a produrre.

Non possiamo costruire moderni colossei anche se i nuovi stadi gli somiglino, ma gli spettacoli seppur cruenti sono ancora distanti dal modello imperiale.

E intanto beviamo, ubriachiamoci e la mattina in dormiveglia sentiremo i versi degli innumerevoli gabbiani che ci fanno sognare di esser cittadini nordici di una meravigliosa isola.

Non so se dare ragione al mio collega Murphy ma io per il momento, fin quando c’è vino sorrido e mi ubriaco cercando allegria, cercando “a cuntintizza” e non dispiacere nessuno.

Sarà l’effetto del vino ma vi volevo rassicurare, adesso il castello lo vedo anche io.

Un abbraccio, Epruno

Galeotto fu messere consigliere e la sua donna

Se non fosse successo, quella domenica in spiaggia e non avessi subito quel torto, se non avessi provato quella condizione di impotenza davanti all’autorità che si fa giustizia privata utilizzando il suo ruolo (seppur piccolo nella scala gerarchica) Epruno non sarebbe esistito.

Quella immeritata multa sul parabrezza del ciclomotore, mi lasciò pieno di rabbia e impotenza, malgrado la solidarietà e il disagio di chi era costretto ad operare, come i VVUU chiamati appositamente dal “Solerte Consigliere” di quartiere che vedeva impedita alla sua strabordante signora di espandersi nello spazio urbano per transitare con la propria carrozzella con bambino, in un posto penalizzato dalla mancanza di regolari parcheggi e per lo più in mano a indisturbati posteggiatori abusivi.

Capii che affidare le mie esternazioni al quotidiano locale sarebbe stata una perdita di tempo, figuratevi il giornale locale che avesse scelto di parteggiare per me e allora decisi di fondare un appuntamento settimanale chiamato Epruno, attraverso una mail list di 500 utenti per una ridotta e selezionata classe di “autorevolezze mentali”.

Il primo editoriale di protesta fu una vera e propria ode intitolata “Tu solerte consigliere”.

L’unico ricordo oltre “l’ode” di quell’episodio è conservato nella ricevuta di pagamento di quella multa, appesa nella bacheca del mio studio a futura memoria delle ingiustizie e della nostra facoltà di ribellione.

Sì, dovetti pagare lo stesso quella multa in un periodo in cui avrei voluto farne a meno, ma come spesso mi è capitato di costatare in questi anni, anche del “solerte consigliere” non ne è rimasta traccia, dopo aver vissuto un momento di gloria che probabilmente tocco l’apice in quella retata di motorini di ragazzi e di gente che dopo una difficile settimana di lavoro, avrebbe voluto godersi quattro ore di meritato riposo e non a caro prezzo.

La soverchieria e prepotenza esercitata da certi “personaggiucoli” che per un attimo vedono il sole prima di ritornare nel “cato” è una cosa che mi dava estremamente fastidio.

Pertanto come tanti italiani anche io decisi di affidare i miei pensieri a un foglio (seppur virtuale), per mitigare incazzature o per elaborare dispiaceri, decidendo anche di denunciare ove possibile attraverso l’ironia convinto che questa rappresentasse l’asticella oltre la quale gli idioti non riescono ad arrivare.

Pensavo che un ventennio di picconature potevano sorbire il loro effetto e invece siamo ancora qui a fare gli stessi discorsi, meravigliato dalla circostanza che questa continua lamentela dell’uomo qualunque non avrebbe portato alcun effetto.

Mi sono chiesto anche se la causa di tutto ciò potesse addebitarsi ai nostri leader, ma ciò sarebbe stata una falsa giustificazione da talk-show e non intellettualmente onesta. Cosa volete che siano gli effetti di una sindacatura della stessa persona perpetratasi per 19 anni, se non la naturale costruzione di una nuova aristocrazia come tante altre prima, poiché non dobbiamo dimenticarci che i politici sono il nostro specchio e vivono di consensi, ma questi consensi li diamo noi da sempre abituati alle monarchie per volere divino o solamente democraticamente elette e quindi un sindaco o un altro che differenza avrebbe fatto?

Una cosa è certa, se la maggioranza delle persone stesse male o fosse arrivata al limite di saturazione certamente avremmo fatto tutto per sovvertire lo stato delle cose, qualunque esso sia.

Appare evidente che tutti ci si lamenta di qualche cosa poiché lamentarsi è diventato uno sport nazionale e a poco prezzo, pertanto in fondo ci lamentiamo o ci beiamo di ciò che ci viene raccontato, spesso frutto di una realtà e a volte soltanto frutto di una accurata propaganda e poi la sera andiamo a dormire tranquilli.

In fondo, ognuno di noi trova il suo giusto compenso (no per favore non sentitevi offesi, ma fatevi prima un sereno esame di coscienza).

Siamo molto ipocriti, contestiamo il più delle volte perché non siamo riusciti ad ottenere, perché ci sentiamo trascurati e messi da parte, perché qualcuno ci ha sottovalutato, ma sono certo che non appena troviamo l’amico dell’amico pronto ad aiutarci ad avere anche noi la nostra briciola, a prestare attenzione alle nostre istanze, anche se ciò avrebbe comportato il danneggiare altri, sono certo che qualunque nostra perplessità nei confronti di chi ci regna sopra, cadrebbe.

Ammettiamolo, in molti non si vendono perché nessuno li compra, o perché sono andati fuori listino.

Quanti Don Chisciotte da strapazzo con l’etichetta attaccata sulla giacca una volta ottenuto l’osso decidono di vivere tranquillamente sotto la benevolenza del sistema, votando e dormendo. Un abbraccio

Amore e odio

Carissimi,

Ci siamo lasciati alle spalle l’ennesima campagna elettorale, quel frastuono mediatico di liti pari soltanto a quello messo in atto dai venditori concorrenti, con le loro urla, ai mercati generali.

Noi compratori, come sempre non abbiamo tutti trovato l’offerta soddisfacente alle nostre esigenze. Si parlava e si votava per l’Europa ma come sempre in molti sono rimasti a casa, senza far valer quel prezioso diritto frutto di conquiste che è il voto.

Molti pensano sia addebitabile o alla scarsa qualità dell’offerta (parafrasando gli ormai mitici scaffali vuoti della foto di Zingaretti e Gentiloni, al giungere dei primi exit poll), dovuta all’assenza di prodotti interessanti come avveniva nei tristi espositori dei “Magazzini GUM” moscoviti.

Ma per riallacciarci a quegli scaffali della foto e confrontandoli con pari foto del “post” di Salvini (anche io in settimana ho subito fatto le mie osservazioni su FB), mi sono fatto la mia idea di come va l’Italia adesso e soprattutto dove sta andando, verso quali strade impervie o semplicemente deserte in pieno deserto mentale.

L’idealizzazione che facciamo della cosa pubblica e della politica ci porta a dimenticare che essa si base sugli uomini, sempre uguali dai tempi di Caino e Abele, sempre meno filosofi e più legati al concetto di roba, di prestigio individuale e di potere.

Difronte loro come sempre le masse, il gregge che cerca un pastore, il popolo del Photoshop che riempie le foto delle piazze.

In una pubblica amministrazione per far scorre il tempo tra una nomina e l’altra, tra un mandato e l’altro, quando mancano le risorse, sia economiche che mentali, chi afferra la poltrona, le sedie, gli sgabelli, strapuntini organizza con alternanza e ciclicità, un rimpasto, una rotazione dei vertici e un trasloco delle sedi, tanto nelle more la colpa dei danni o dell’immobilismo può sempre attribuirsi a chi c’è stato prima.

In politica si è ancora più sottili e quando non si hanno più argomenti e ideologie per creare militanze, si va a caccia di simboli e di situazioni per poter attrarre e compattare consensi. Una volta erano i grandi temi tipo la pace nel mondo, rimasta oggi soltanto aspirazione per le candidate di miss Italia, o l’ambiente.

 

Oggi cerchiamo simboli e temi che ci possano dividere e successivamente compattare negli schieramenti, così alla pace nel mondo sostituiamo la paura per “l’uomo nero”, sia esso venuto da fuori, dal mare con i suoi misteri per invaderci e rubarci la nostra spazzatura, sia interno interpretato da sparuti nostalgici lettori di libri di storia ai quali avevano strappato le ultime pagine. L’ambiente e sostituita da Greta la bimba “cu viecchiu dintra” così profonda e lungimirante, essenziale a volte quasi banale ma a tal punto da sconfessare i decennali simposi dei professoroni sulla materia.

Così facendo, continuando a parlarci sopra, gli scaffali delle nostre librerie saccenti, sono rimaste vuote e piene solo della nostra auto-referenzialità, della nostra autostima e auto-proclamazione del vero e giusto, mentre gli scaffali di chi non stimiamo, di chi disprezziamo, del non noi, si sono riempite di “strucchioli“, di simboli, di libri eterogenei a volte impresentabili, di foto ridicole, di poster datati ma tutto quanto sopra frutto di vite vissute tra la gente, sui marciapiedi, frutto di vite non brillanti a volte perdenti, di chi si guarda bene ad auto-incenziarsi per paura di non saper mettere due congiuntivi insieme, insomma frutto della vita reale.

Secondo voi, la massa con quanto detto sopra verso dove va?

Io mi “addanno” nel costatare come le intelligenze non riescano a fare sistema per risollevare questo paese, ma si dividono su vecchi schemi, non si fa tesoro dei propri errori, si demonizza l’avversario invece ascoltarlo e contrastarlo in una leale dialettica di contenuti. Leggo sul web ed inorridisco da cattolico cristiano a pensare su come si possa trovare nel nostro cuore il giusto animo per sensibilizzarsi verso il migrante straniero che giunge da fuori e del quale non conosciamo né la genesi né la propria storia e con lo stesso cuore arriviamo ad augurare il male, uccidendo con parole affilate i nostri avversari, fino anche in alcuni casi “idioti ed estremi”, augurarne la morte e si potrebbero fare esempi a parti inverse. Con lo stesso cuore, siamo in grado di sviluppare sentimenti contemporanei di “amore e odio”.

Un abbraccio, Epruno

Per chi forse ha già dimenticato

Carissimi, quante volte di questi tempi avrei voluto scrivergli questa lettera.

“Dottore questa volta non ce l’ho fatta, non ho fatto storie, non ho permesso a loro di attaccarmi le lunghe maniche bianche dietro la schiena, non ho voluto fare il “bastian contrario” come sempre e ho preso la loro medicina. A che serviva ancora dire che non era giusto? E poi a chi? In quanti siamo rimasti? Mi sono dovuto prostrare come tutti, mi sono dovuto distrarre, avrei dovuto imparare ad essere più ipocrita, mi sarebbe bastato vendere il mio intelletto. Avrei provato ancora fastidio nell’incrociare lo sguardo di coloro che avrebbero per l’ennesima volta usato “una pesante memoria” per perpetrare la propria sopravvivenza.

Dottore no, non ce l’ho fatta, mi sarebbero tornate ancora in mente le tante parole dette su chi non si era mai conosciuto, le tante lacrime da coccodrillo di chi allora era infastidito da tante sirene al Suo passaggio e premonendo un atto tragico chiedeva il concentramento dei magistrati all’interno di una caserma.

Mi sarei dovuto chiedere dove sono coloro che brindarono in ambienti privati e dove sono i loro figli, i loro nipoti e soprattutto sapere oggi da che parte stavano.

Mi avrebbe dato fastidio stare in mezzo a chi a tutti i costi avrebbe voluto immischiare le carte, mistificare i ricordi pur di presentarsi come soluzione dei problemi da lui creati.

Dottore no, non ce l’ho fatta, perché io sono cresciuto avendo di Lei un ricordo superficiale (come tutti quelli che hanno vissuto nel suo stesso periodo), di un servitore dello stato, tra i primi ad aver bisogno di una scorta, fin quando il suo sacrificio nella ricerca di verità e giustizia non l’ha trasformato in un simbolo, un esempio di una terra che poteva cambiare.

Avrei perso tempo a nausearmi nel cercare di identificare chi erano e a chi appartenevano prima di essere lindi e redenti sacerdoti della memoria, tutti coloro che non essendoci, oggi a differenza di me, ricordavano tante cose.

Dottore no, non ce l’ho fatta, perché ho provato angoscia nel pensare che quel cratere nella nostra memoria era stato chiuso digerendo la verità e che le cose avrebbero ripreso a funzionare come sempre, come prima, peggio di prima, dimostrando di non aver imparato nulla dalla grande eredità lasciata.

Ho seguito i giovani per scoprire quali padri avessero avuto, fin quando non ho scoperto quali padri avrebbero voluto avere e sono rimasto deluso.
Non volevo vedere chi fomenta l’odio e la divisione, non volevo accettare l’idea di chi ha scambiato la Sua tragedia per un “ammortizzatore sociale”, a giovamento di coloro che organizzano eventi e cercano ribalte stimolando esigue vene artistica, narrando anche le memorie intime che per rispetto non andavano toccate.

Dottore no, non ce l’ho fatta, oggi davanti a tanto cinismo, davanti a tanta divisione, davanti alle non sopite nefandezze che sembrano andare controtendenza ai valori da Lei trasmessi, dando la sensazione di aver dimenticato il tutto, ho avuto la sensazione di non potere più distinguere chi sono i buoni e chi sono i cattivi.

Ancora peggio, il solo sospetto che i cattivi si siano riciclati appropriandosi dei valori e degli strumenti dei buoni, mi ha tagliato le gambe dandomi la personale riprova che l’aver veicolato i Suoi contenuti attraverso queste “grandi celebrazioni” ha perso di efficacia, e pertanto mi sono arreso, … non ce l’ho fatta, non ho opposto resistenza, ho preso le loro medicine e mi sono addormentato come tanti, finalmente.”

Ci sono giornate che restano impresse nella nostra memoria come quel sabato ….
In questi anni ho deciso “per non dimenticare” di dedicare una preghiera, poiché non avendo mai elaborato un lutto così grosso, avrei voluto come tanti veramente capire non il perché, ma come tutto ciò fosse potuto accadere.

Un abbraccio, Epruno

Ritorna Epruno in Radio

Il ritorno di Epruno in radio è stato ufficializzato da Lello Sanfilippo. La prossima stagione il palinsesto di Radio Time ospiterà la 7° stagione, a partire da Settembre, di “La Voce di Epruno”.

La novità sarà la nuova collocazione settimanale del Martedì alle ore 21.00, nella classica durata di 1 ora. Mario Caminita sarà in onda assistito da Epruno e il suo “originale mondo”, confermando una accoppiata collaudata.

Ma la vera e propria sorpresa sarà una anteprima costituita da 9 appuntamenti settimanali il martedì alle ore 21.00 dal 5 Giugno al 31 Luglio frutto di dirette e materiale di repertorio che rappresenteranno una sorta di avvicinamento all’evento dal titolo “Aspettando Epruno” ovvero “F.Q.N.S.” acronimo in atto segreto.

Oltre a Mario Caminita ci sarà Epruno, Tormento e tanti Amici di Epruno, oltre a novità che probabilmente faranno parte della prossima stagione ufficiale.