“Cuscì mi i runi deci euro?”: il “benvenuto” a Palermo

Carissimi
Ho già visto nella mia mente questa “visione”.

E fu così che giunse il giorno in cui il grande aereo si fermo sulla pista dopo che tutte le condizioni di sicurezza erano state allertate e lo spazio aereo sopra la città era stato chiuso.

Il percorso già più volte bonificato avrebbe fatto si che il potente capo di stato potesse scendere dalla scaletta, ricevere i saluti delle autorità e avviarsi verso la macchina scura nel centro di un corteo di auto blindate, se non fosse stato per il fatto che aperto lo sportello questi venisse raggiunto da un ragazzo pelato con un borsone nero a tracolla, che brandendo delle calze da uomo confezionate e gettatone un paio dentro l’abitacolo dicesse: “Cuscì mi i runi deci euro? Mi la fari vuscari a iurnata!” Era una sorta di “benvenuto a Palermo”.

L’ambulante o non sapremmo come meglio definirlo sarebbe stato allontanato di fretta dalla scorta personale del presidente, mentre le imprecazioni del responsabile della sicurezza si sentivano da tutte le radio trasmittenti delle forze dell’ordine impiegate, seguite dalla preghiera di aprire meglio gli occhi e fare in modo che di questo incidente, di quella falla nel sistema di sicurezza non se ne sapesse nulla al di fuori di quel contesto.

Erano lontani ormai i tempi di Mao Zedong, Zhou Enlai, Deng Xiaoping, adesso questi non erano più i cinesi della rivoluzione contadina ma potenti e ricchi neocapitalisti tanto ricchi da comprare qualunque cosa, ma con alle spalle una saggezza millenaria.

Avrebbe viaggiato in direzione di Palermo sapendo che prima di riposare la sera nel suo albergo consono a l’uomo più potente oggi del globo, avrebbe dovuto fare un po’ di cerimoniale mentre la delegazione commerciale al suo seguito si sarebbe intrattenuta con l’analoga locale per discutere di affari, per farsi mostrare le palline colorate o gli specchietti luccicanti, con la presunzione di sempre che chiunque sbarcasse su questa terra fosse soltanto una occasione da spremere, spremere tutta e subito.

Lui nel tragitto in città si sarebbe rallegrato di strade larghe, senza auto posteggiate e soprattutto pulite e regolarmente asfaltate senza buche. Un percorso “da re” ma attenzione a non sbagliare strada o immettersi in qualche traversa fuori dall’ormai collaudato set di Truman.

Avrebbe incontrato il governatore nella convinzione che questi avesse i pari potere di un governatore di uno stato statunitense o di una provincia della repubblica cinese, senza prima aver dribblato davanti l’ingresso della cappella palatina il ragazzo pelato con il borsone nero a tracolla che brandendo delle penne gli avrebbe chiesto “Cuscì mi i runi deci euro?”

Il presidente si sarebbe di certo meravigliato su come avesse fatto costui non solo a superare i cordoni di sicurezza ma a giunger prima di lui dall’aeroporto al palazzo reale, ma poi sarebbe stato rassicurato del fatto che trattavasi del fratello di quello incontrato prima.

Xi sapeva bene che successivamente la sua all’attenzione sarebbe stata fagocitata da quel simpatico personaggio che amava tanto le foto bizzarre e che gli avrebbe ripetuto: “guarda che Palermo è cambiata, ma soltanto da quando sono tornato io”.

Lui avrebbe taciuto facendosi quattro conti in memoria e pensando che se il cambiamento era legato alla persona avrebbe potuto consigliargli di far cambiare la legge per estendere il proprio mandato a vita proprio come aveva fatto egli stesso qualche mese prima.

Sono inoltre certo che fuori dal palazzo di città si sarebbe dovuto sottrarre a richiesta di selfie e di cori di chi dimenticate le “polemiche sui diritti umanitari” avrebbe mostrato cartelli con scritto “siamo tutti Xi Jinping”, mentre afferrato ad un braccio da un ragazzo pelato con il borsone nero a tracolla che brandendo delle calzette gli avrebbe chiesto “Cuscì mi i runi deci euro? Su di seta!”

Certamente accortosi che si trattava di un ulteriore fratello si sarebbe chiesto “quanti ca__ sono questi fratelli” prima di sentirsi rispondere “per fortuna tre”.

Pensandoci la tentazione di uscirsene con soli 30 euro per dare inizio dalla “via della seta” era forte, investendo e dando fiducia a questi tre fratelli, oggi veri “imprenditori di se stessi”, poiché chi sa quanto di contro gli sarebbe dovuto costare la stessa “via” con chi dopo “Cuscì” chi sa quanti milioni di euro avrebbe chiesto.

Dedico quanto sopra al Caro Pino Caruso che diceva che “in Sicilia a parte i Cinesi e i Siciliani avevano dominato tutti” e siccome tutto a sfregio del Gattopardo e destinato a cambiare, anche i Cinesi a poco a poco, “cca minutiddra”, con la pazienza del topolino con la noce, offrendo un “involtino plimavela” dietro l’altro sarebbero entrati in questa apparentemente terra chiusa sempre pronta ad accogliere chiunque dimostrasse forza e portasse denari.

Voi mi direte: “Pecunia non olet”, ma quando mai, ci sono soldi che puzzano già a distanza.

Un abbraccio, Epruno

La “coda”… a Palermo: chi è l’ultimo?

Carissimi

Dalle mie parti la “coda” ha tanti significati, a partire da quello scontato della “coda animale” e all’allusione che su questa spesso si fa per definire una persona furba che “la sa lunga”.

Ma la vera coda che ha fatto terrore per anni era la fila per un turno. Chiariamoci, nulla di british, qui per molto tempo la coda si è fatta a ventaglio, lungi da chiunque di mettersi noiosamente in piedi uno dietro l’altro e da quando si è pensato di dotare le sale d’attesa anche di posti a sedere, è capitato sempre più spesso che una persona anziana, che non poteva sorreggere lungamente la fatica di stare in piedi, rimanesse a turno, pur non restando in fila e da qui l’espressione “la signora/e viene dopo il signore/a in fila” ed ecco che chi sopraggiungeva diceva la scontata frase magica: “chi è l’ultimo?”

La risposta è spesso scontata era detta in coro: “Lei”.

Ma molto spesso la gente è già presa dai troppi problemi e non aveva voglia di scherzare e rispondeva senza ironia: “la signora/e con cappotto qui in piedi”. A quel punto per certificare il proprio turno era di prassi rispondere a voce alta gesticolando e attirando l’attenzione della fila e dei testimoni: “dopo la signora/e ci sono io”.

Oggi, uno schermo indica lettere e numeri e turni diversi e la gente dopo aver preso uno scontrino si siede e attende con gli occhi puntati sul proprio telefonino e a nessuno viene in mente di socializzare con quelle domande di rito di cui sopra. Non ci sono più le risse per lo scavalcamento furbo o involontario del turno, non ci sono più le liti con lo sportellista per la sua presunta lentezza

….. ecco non ci sono più i turni di una volta, quando per qualunque cosa ti si diceva “cresci e mettiti in fila, prima o poi verrà anche il turno”.

Oggi quei tabelloni, quale metafora di ciò che da qualche tempo accade, ci ricordano che attraverso la progressiva differenziazione e possibile trovare le scorciatoie e così c’è chi stara ad attendere dieci minuti e chi lo farà per un’ora poiché gli sportelli di pertinenza fanno operazioni diverse.

Così nella vita, magari sei stato incanalato nella fila sbagliata e attendi mentre accanto a te scorre chiunque, magari hai fatto il turno fin dalla “prima mattina” e c’è chi arriva comodo e sereno e in un attimo ottiene quanto desiderato. Erano belli i tempi delle file nelle quali avevi una certezza ottica dello scorrere e non dovevi studiare farraginose informazioni, certo c’erano anche gli spiccia faccende figli del malcostume che contagiava certi sportellisti, ma anche quello era sotto gli occhi di tutti.

Oggi in questa piatta società non capisci qual è il tuo turno e di contro si è perso il rispetto “dell’ultimo”, fino ad ignorarlo, fino a non pensarci più. Tutti dobbiamo essere primi e vincenti, guai a perdere e per farlo siamo autorizzati ad utilizzare qualunque mezzo, tanto gli altri si volteranno dall’altra parte, certi che al loro turno noi faremo lo stesso.

Non posso contestare chi oggi invece di pensare alle sole logiche del mercato ha voluto pensare anche gli ultimi con strumenti magari non condivisibili, certamente migliorabili, perché la giudico una inversione di tendenza rispetto a quanto stava accadendo. A furia di lasciare indietro gli ultimi, si era perso il concetto stesso di ultimo e tra gli ultimi si sono spesso nascosti e mimetizzati questuanti di professione, evasori congeniti ignoti al fisco, scrocconi e truffatori sommando al danno la beffa per i veri ultimi.

Non sarà cosa facile ed occorrerà uno stato serio poiché per testimonianza diretta, se dovessimo confrontare le retribuzioni in busta paga di professionisti onesti con i falsi ultimi come quelli su descritti che hanno fatto della furberia e del “nero” il loro credo, sono certo che quando affronterò la prossima fila e chiederò “chi è l’ultimo”, mi sentirò rispondere in coro: “Lei!”

Un abbraccio, Epruno

Gli occhiali, non li porto più

Carissimi,

quanti di noi a quaranta anni sono stati costretti a mettere le lenti per leggere da vicino?

Mi ricordo che da più giovane tutti mi chiedevano: “Cosa c’è scritto laggiù che non lo leggo bene? Tu che hai una buona vista prova a leggere….”. Io che avevo una buona vista leggevo e ho letto sempre ciò che c’era scritto.

Poi giunse l’ora dell’Università e il mio professore di disegno mi insegno a leggere con “gli occhi della mente” e tutto quanto seppur bizzarro era anche possibile e iniziai a vedere le cose per come sarebbero state prima di realizzarle.

Giunse il momento in cui non riuscii a vedere più quello che gli altri vedevano e allora riposi gli occhiali visto che l’effetto con e senza di loro era lo stesso. Un handicap? No, anzi una “fortuna” e mi sentii come quell’idiota della barzelletta che aveva dolori in ogni parte del suo corpo che toccava con un dito, primo di appurare dal medico di avere soltanto il dito rotto. Il problema stava negli occhiali, tutti uguali come le divise di “regime” creati per farci vedere le stesse cose.

Fu così che iniziai a cambiare gli occhiali continuamente come si fa con le password (come dicevo prima di riporli sul comodino definitivamente).

Il sospetto mi era venuto nel momento in cui ogni persona che si avvicinava a me per approfondire l’amicizia ed entrare nella mia fascia privata personale protetta, non solo portava gli occhiali, ma mi imponeva lo stesso modello di montatura facendomene dono.

Quanti occhiali dismessi nei miei cassetti, quanta gente non “vedo più” e il mio sollievo è aumentato man mano che il cassetto si riempiva di occhiali dismessi.

Oggi che cammino senza occhiali e sono “cieco” rispetto a tutto ciò che mi vorrebbero fare vedere, mi sento dire di continuo: “ma guarda che bello, guarda come tutto è cambiato, come fai a non accorgertene!”

Credetemi, io rimango come il contadino che grida “viva Aliprando, ma è venuto da Como per non vedere un accidente”.

Non pensate che il mio aver scelto di non indossare occhiali mi abbia giovato, assolutamente, poiché ho finito per diventare un “fastidio” per chi “spaccia questo tipo di occhiali”, qualcuno ha tentato di surrogarne l’uso prestandomi il proprio braccio per camminare senza vedere, ma purtroppo io non sono “completamente cieco” ma “ipovedente senza occhiali” e quindi ho finito per accorgermi che nel camminare non stavamo andando dove volevo io, ma dove voleva lui, senza chiedermelo.

A volte mi chiedo se dovrei usare gli “occhi della mente” anche adesso, a questa età. No, forse non è più tempo per progettare e mi consolo pensando che occorre avere pazienza poiché si dovranno stancare prima o poi di buggerare un “povero incapace come me”, anche e perché la circonvenzione d’incapace è un reato.

Io non ci arrivo e non perché non ci vedo, ma perché quello che riesco ancora a percepire è molto diverso da ciò che mi raccontano ed è molto lontano dalla mia ricerca di normalità.

Un abbraccio, Epruno